Editrice il Sirente

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Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

L’Opinione delle libertà | Mercoledì 24 agosto 2011 | Maria Antonietta Fontana |

Il libro mi ha sorpreso e sconvolto al tempo stesso. Sorpreso perché avevo vissuto personalmente ad Hillbrow tra novembre e dicembre 1984, quando mi trovavo in Sud Africa per effettuare una ricerca di mercato per conto dell’ICE. A quell’epoca Hillbrow, quartiere residenziale posto sulla collina che sovrasta l’altopiano su cui si erge Johannesburg, era una sorta di punto di incrocio di etnie diverse, a prevalenza bianca: erano ancora gli anni dell’apartheid, ma ad Hillbrow – che era sorta negli Anni Settanta come zona residenziale “borghese” – già si leggevano i segni di un cambiamento.
Personalmente alloggiavo nella parte ebraica del quartiere, e per raggiungerla a piedi avevo vissuto anche le mie brave disavventure (un inseguimento da parte di un criminale a scopo di rapina? Di stupro? Di tutt’e due? Chissà… Fortunatamente riuscii a raggiungere il mio alloggio prima che egli raggiungesse me).
Il quartiere che manteneva ancora, oltre al suo cosmopolitismo, una caratteristica progressista e anche intellettuale, era già sottoposto a quel processo di degrado, dovuto soprattutto a una pianificazione miope e carente, che nel corso del tempo lo ha trasformato in una zona pericolosa, decaduta, intrisa di criminalità, abitata da una popolazione invisibile, se non per la propria abietta povertà.
Eppure, la Hillbrow post-apartheid descritta da Phaswane Mpe nel suo libro resta un luogo affettivamente attraente: non è un caso che il titolo in inglese del libro suoni “Welcome to our Hillbrow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tutto a proposito del rapporto tra il quartiere e i suoi abitanti.
Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evidenzi il profondo odio xenofobo, l’intolleranza razziale che era tipica dei rapporti inter-razziali all’interno del Sud Africa, perfino tra le diverse etnie di colore originarie del luogo, anche prima del crollo del regime di segregazione; o ancora il devastante diffondersi dell’AIDS facilitato dalla promiscuità sessuale; tutto questo non influisce minimamente sull’affetto per Hillbrow, che non è più solo luogo geografico, ma che diventa luogo dell’anima.
Su tutto, l’arte di Mpe : una sorta di canto dispiegato, una ballata cantilenante, che culla il lettore con amara dolcezza, fa fiorire sotto il suo sguardo i vari personaggi, li accompagna mano nella mano fino alla loro morte annunciata: il suicidio di Refentše e la preannunciata morte di Refilwe a causa dell’AIDS che pure si “respirano” attraverso tutte le pagine del libro, e ne costituiscono il fil rouge, sono vissute senza il pathos del dramma.
Dalla prima pagina del libro sappiamo che il protagonista non è più tra noi, ma continua a costituire l’interlocutore cui idealmente l’io narrante dello scrittore onnisciente (che pure c’è e non c’è, non assurge mai al rango di giudice, ma si limita a un dialogo continuo con i suoi personaggi) si rivolge.
Non è soltanto un libro coraggioso, quello di Mpe: è un piccolo grande libro, la cui prosa originale e leggera cela una considerevole forza, un messaggio dirompente, un grido di allarme.
Mpe si ribella alla realtà decadente della Hillbrow, mostro tentacolare, in cui vive soltanto sette anni prima del proprio suicidio gettandosi dal ventesimo piano del palazzo in cui abita, ma di cui ama l’aspetto cosmopolita e gli spunti continui di riflessione.
Mpe porta avanti la propria campagna contro gli stereotipi e i pregiudizi, di qualsiasi tipo essi siano. E che Refilwe trascorra un periodo tra la morte di Refentše e il ritorno alla nativa Tiraganlong (ritorno per morirvi, appunto) ad Oxford è emblematico di quel che Mpe vuole dirci: ciascuno di noi ha la propria personale Hillbrow con cui fare i conti, e il rischio dell’umanità del ventunesimo secolo è quello di vivere estraniandosi dalla propria realtà.
Il nostro pericolo, insomma, è quello di non riconoscere le nostre stesse radici, di fermarci alle apparenze, di non sapere andare oltre.
Grazie all’editore, dunque: bella iniziativa, questa traduzione, e bella edizione seppure con qualche refuso di troppo.
Mi resta un dubbio però.
Perché, nella pur pregevole traduzione in italiano, è sparito dal titolo proprio quel riferimento così prezioso alla “nostra” Hillbrow?

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Amore e morte a Johannesburg

Il Manifesto | Martedì 1 novembre 2011 | Maria Paola Guarducci |

Phaswane Mpe, «Benvenuti a Hillbrow» Duro, imperfetto e appassionato, il romanzo di Mpe unisce uno stile visionario e a tratti canzonatorio alle ambientazioni da realismo sociale tipiche della letteratura sudafricana

Scomparso nel 2004 a soli 34 anni, Phaswane Mpe era un promettente scrittore sudafricano che, al pari del coetaneo Sello Duiker, morto suicida appena un mese dopo Mpe, è diventato emblema tragico delle difficoltà nelle quali dimorano le nuove generazioni del paese. Mpe e Duiker (ma anche Yvonne Vera, scomparsa quarantenne nel 2005 nel confinante Zimbabwe) sono stati sconfitti da mali noti, Aids e depressione, ai quali il Sudafrica non ha offerto sinora risposte concrete e strade percorribili, preferendo ad esse la via immediata del pregiudizio e dell’isolamento. Questi autori lasciano in eredità poche opere, ma folgoranti e lucide, in cui espongono, talora persino con ironia, quella stessa sofferenza che ha segnato il loro vissuto.

Poeta, giornalista, autore di racconti usciti su riviste e ora raccolti e pubblicati in volume in Sudafrica, Mpe insegnava Letteratura africana all’Università di Witwatersrand (a Johannesburg), dove si era laureato nel 1996, l’anno prima di conseguire un Master in editoria in Inghilterra (alla Oxford Brookes). Benvenuti a Hillbrow (trad. it. di Enrico Monier, Il Sirente, 2011, pp. 138, euro 15) è l’unico romanzo di Mpe: un romanzo duro, imperfetto ma anche appassionato, che unisce uno stile visionario e a tratti canzonatorio alle ambientazioni da realismo sociale tipiche della tradizione letteraria sudafricana. La storia narrata si radica e si anima nella topografia del quartiere più interessante e più in crisi di Johannesburg, Hillbrow; un tempo zona di soli bianchi, oggi luogo ibrido, meta degli immigrati dal resto dell’Africa, sovrappopolato, labirintico, degradato, brulicante di vita ma anche segnato dalla morte e dalla violenza. La rappresentazione di Hillbrow è forse il punto di forza di questo romanzo, e nel reticolato fitto delle strade di questo quartiere respingente per molti e accogliente per altri vengono tracciati i vizi e le virtù della città postcoloniale attraverso una campionatura di personaggi eterogenei che ricorda le gallerie di caratteri dickensiane.
Come già nel bel Si può morire in tanti modi! di Zakes Mda (Edizioni e/o, 2008), connazionale di Phaswane Mpe, per il quale costituisce un punto di riferimento dichiarato, ad accogliere il lettore di Benvenuti a Hillbrow c’è una sorta di noi-narrante (il titolo originale del romanzo sarebbe Benvenuti nella nostra Hillbrow), onnisciente sul passato e anche sul futuro dei personaggi della storia, ai quali si rivolge familiarmente con un inconsueto «tu». Questa voce, già di per sé peculiare, racconta le vicende di un gruppo di giovani approdati ad Hillbrow dalla provincia e da altre parti dell’Africa da un punto di vista altrettanto curioso: l’aldilà, un non-luogo che consente di vedere le vicende terrene con un distacco obbligato che in realtà ne rivela le fatali interconnessioni. All’apertura del romanzo, capiamo che il protagonista, il giovane e malinconico Refentse, è già morto; gran parte della narrazione, dunque, ricostruisce in retrospettiva gli eventi della sua vita fino al suicidio, nella foggia della cronaca di morte annunciata, intrecciandoli in una trama di eros e thanatos con le storie di altri personaggi destinati a ricongiungersi a lui in Paradiso.
Droga, violenza, povertà, omofobia, xenofobia, misoginia, superstizione, dilagare irrefrenabile di Hiv/Aids, contrasto tra la «tradizione» dei villaggi e i nuovi stili di vita della metropoli costituiscono il tessuto quotidiano che provoca il costante e ineluttabile spaesamento di cui sono attori e vittime le giovani generazioni rappresentate in questo romanzo.
Benvenuti a Hillbrow ha alcuni limiti, soprattutto nella parte finale e nell’invenzione di un paradiso che si connota come il solo luogo in cui sia consentito riflettere e confrontarsi (troppo tardi, quindi, sembra voler dire Mpe); ciò nonostante il romanzo in Sudafrica è già un «classico». In modo postumo, come i suoi personaggi, anche Mpe ha aperto infatti la strada a un approccio riflessivo e critico, si spera non intempestivo, verso il processo di ricostruzione della nazione, che a quasi vent’anni dalla fine del regime appare sempre più tarato sull’arricchimento di pochi sulla pelle di molti. Le parole di questo scrittore hanno l’effetto di una doccia fredda sul caloroso, legittimo ma anche accecante entusiasmo del dopo-apartheid. In particolare, l’attenzione rivolta alla discriminazione e al disprezzo che molti sudafricani disagiati, spesso neri, rivolgono ai migranti del resto dell’Africa, molto illumina su dinamiche note anche alle nostre latitudini.
Quest’opera di Mpe esce nella collana «Comunità alternative» della casa editrice il Sirente. Se lodevole è l’iniziativa di spostare il centro del mondo dando giustamente rilievo alle letterature dei paesi extra-europei, progetto illustrato dal curatore Beppi Chiuppani in una nota d’apertura, doveroso è però segnalare la scarsa qualità della traduzione, che risente di numerosi calchi dall’inglese ai limiti di quanto l’italiano sia in grado di tollerare (so-and-so quando è soggetto è «tal dei tali», non «così e così») e che in generale produce una serie di espressioni rugginose che non fanno onore al linguaggio fresco dell’originale. Espressioni come «sessualmente rilasciate» (sexually loose), «il segreto affare» (the secret affaire), «giusto» (just) anche quando il termine significa «proprio», «qual è l’uso?» anziché «a che serve?» (what is the use?), per non parlare della costante traduzione di African languages come «linguaggi africani», quando si tratta chiaramente di «lingue», rivelano una mancanza di accortezza e di cura che se non è propria del traduttore dovrebbe almeno essere responsabilità dell’editore.
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alter’N’eco 2009 : Concerti, incontri, dibattiti per lo sviluppo sostenibile

Comune di Montefalcone nel Sannio
Provincia di Campobasso

alter’N’eco

CONCERTI, INCONTRI, DIBATTITI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

QUANDO
Il 31 luglio e 1 agosto 2009, dalle 17.00 fino a notte fonda

DOVE
Al Lago Grande di Montefalcone nel Sannio – CB

COME
alter’N’eco propone due giorni di conferenze, dibattiti e tavole rotonde e due sere di concerti e dj set, promosso dall’Associazione Culturale Aria Nuova e con il patrocinio del Comune di Montefalcone nel Sannio e della provincia di Campobasso

CHI/CHE COSA
alter’N’eco è una manifestazione poliedrica in cui la riflessione sull’ambiente, sullo sviluppo sostenibile e sulle energie rinnovabili viene affiancata alla fruizione di musica rock del panorama indipendente italiano

PERCHÉ
alter’N’eco ha lo scopo di divulgare le informazioni necessarie sulle tematiche ambientali ed energetiche in ambito locale, affiancando l’attività di sensibilizzazione ambientale alla promozione di musica rock indipendente

PROGRAMMA
31 luglio 2009
17.00 – 20.00 Interventi sul tema “Per un piano energetico locale comune: quali proposte, quale futuro”
22.30 – 01.00 WET VENUS e DADAMATTO in concerto
01.00 – 03.00 Dj set
1 agosto 2009
17.00 – 20.00 Interventi sul tema “Ecologia ed economia. Cosa sono le energie alternative?”
22.30 – 01.00 SOLI D’AGOSTO e ZEN CIRCUS in concerto
01.00 – 03.00 Dj set

INFO: Giampiero Cordisco, tel.349 6704924 e-mail:alterneco2009@gmail.com
UFFICIO STAMPA: Maruska Pisciella, tel.320 4047149 e-mail:maruskapisciella@yahoo.it

Flyer
Comunicato stampa

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L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret

L’OPINIONE n. 212 – 07-10-2008
di Maria Antonietta Fontana

Quando ero bambina passavo ore a giocare con le matrioske che si trovavano ovunque ad Ostia, dove abitavo, per la presenza dei centinaia di emigranti dei Paesi dell’universo sovietico in attesa di raggiungere USA, Francia, Israele e Australia… Ebbene, leggere “L’anarchico e il diavolo fanno cabaret”, opera pubblicata in versione italiana qualche mese fa a cura del Sirente mi ha riportato indietro di tanti anni, e ricreato la stessa impressione. Il primo impatto con il libro è particolarissimo, anche perché l’immagine appare in quarta di copertina, mentre la prima riproduce l’inizio del testo. La scelta editoriale mi è stata spiegata direttamente dall’editore. Il libro appartiene alla collana il “Sirente Fuori”. Secondo l’editore stesso, che cito testualmente, si tratta di una collana potenzialmente aperta che attraversa zone d’ombra, nascoste o marginali, zone di frontiera. Zone in senso geografico, in primis, attraverso la scoperta di opere e autori di riconosciuto valore, ma scarsamente o per nulla noti in Italia. Ogni opera di questa collana – e la scelta di pubblicarla – è da parte sua caratterizzata da un discorso particolare a livello di linguaggio e di contenuti: l’interesse ricade in particolare su lavori situati su un piano di rappresentazione surreale o fantastica e che si confrontano con il tema della marginalità, o, meglio, delle marginalità. La collana ha per questo una sua identità grafica, ispirata alla teoria borgesiana del libro circolare, con la prima pagina del libro in prima di copertina e l’immagine – foto, disegno o elaborazione grafica – in quarta. Duplice l’obbiettivo di questa scelta: ricordare al lettore che afferri per la prima volta il volume rigirandolo tra le mani la non univocità del reale e consegnare subito in faccia (e in mano) al lettore quella che speriamo essere la sua prossima avventura.

Ma torniamo al nostro libro di oggi. La narrazione di Norman Nawrocki, geniale autore e autentico uomo di spettacolo canadese-ucraino-polacco, come lui stesso ama definirsi (ma forse sarebbe proprio il caso di definirlo invece cittadino del mondo nel senso più ampio), è una matrioska letteraria. Il romanzo si porta avanti su tanti piani diversi, e tanti livelli diversi di emotività e approfondimento: da un lato, la narrazione di un tour di “Rythm Activism”, gruppo musicale anarchico con cui Nawrocki ha collaborato per vari anni. Dall’altro, la rievocazione di pagine buie di storia d’Europa, dalla presa del potere da parte dei nazisti alla resistenza polacca. E, in più, qua e là, dei gioielli nei gioielli: ritratti di personaggi vividissimi, tragici anche quando si parla di clown…ritratti ambientati in mille città europee, di persone comuni, che poi, gratta gratta, di comune hanno ben poco; scenette di vita familiare o cittadina, leggende. Miti trasferiti da un’epopea senza tempo ad un presente che è anch’esso favola e sogno, ma più spesso incubo tormentoso cui non si sfugge. È una ridda di situazioni, ma soprattutto di odori e fetori, malanni, sporcizia e disordine esteriore che corrispondono però ad una sfrenata ed appassionata ricerca del proprio sé, di una coerenza rivendicata nel nome della libertà di espressione e di coscienza che deve essere patrimonio di tutti i popoli e di tutte le epoche, e che a maggior ragione è patrimonio supremo degli artisti.

Il libro è così ritmicamente incalzante, così composito, così vivo, e soprattutto, così permeato di musica (la più varia, fuori di ogni etichettatura e di ogni appartenenza geografica o di genere) da risultare praticamente impossibile da descrivere, se non banalizzandolo enormemente: cosa che, per questo, eviterò accuratamente di fare. Ne consiglio però vivamente la lettura, purché si affronti il testo con spirito libero e privo di pregiudizi. Ho avuto la fortuna di incontrare Norman – che adesso effettua i suoi tour da solo – più di una volta; così come più di una volta ho assistito ai suoi spettacoli, che si segnalano per una trasgressione intelligente e colta. Mai come nel suo caso, la scrittura, la parola, la musica sono un tutt’uno. Leggere il libro dopo avere assistito agli spettacoli è rituffarsi in un vortice di simpatia e di provocazione sottile. La coscienza politica viene sollecitata, la coscienza civica anche…e alla fine di una serata indimenticabile così come alla fine della lettura del libro, scopriamo che in testa si fanno largo nuovi pensieri che non sapevamo neanche di possedere… Lo rivedremo presto in Italia, spero. Nell’ultimo tour in Canada ha portato in giro uno spettacolo in cui gioca da solo più ruoli: un anarchico che nel 1926 cercò di assassinare Mussolini, Gino Lucetti; un senatore di destra del Nord Italia; ed un ragazzo italiano innamorato di una ragazza zingara. Questi personaggi si ritrovano tutti nella sua ultima fatica letteraria, cui sta lavorando da tempo, dal titolo “Cazzarola!”. Il libro è un romanzo storico, contemporaneo, romantico e politico al tempo stesso, che si incentra sulla vita e le vicissitudini di una famiglia italiana dal 1880 al 2008. Norman ne sta ultimando la prima stesura proprio in questi giorni. Per chi desideri farsene un’idea, rimandiamo ai siti http://citoyen.onf.ca/blogs/category/les-actualites/ oppure http://www.dailymotion.com/relevance/search/cazzarola.
Chi sia interessato invece al libro “L’anarchico e il diavolo fanno cabaret”, può ordinarlo attraverso il sito dell’editore www.sirente.it/ al prezzo di 12,50 euro.

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Taxi è più o meno una finzione giornalistica

ISBN 9788887847147 © il Sirente da Complete Reviews

Taxi è più o meno una finzione giornalistica, così Khaled Al Khamissi ci presenta i cinquantotto incontri con i tassisti del Cairo. C’è una storia diversa ad ogni giro, così come diversi sono i problemi e le questioni sollevate (quelle  simili sono descritte partendo da diversi punti di vista). Non è così facile mettere insieme una tale raccolta, Khamissi ha lavorato sodo per evitare ripetizioni e la monotonia che sarebbe potuta derivare, ma probabilmente per alcuni potrebbe risultare un lavoro artefatto, nonostante tutto nella sua succinta presentazione – il creativo Khamissi sa mantenere  l’attenzione del lettore impegnata e in movimento.
Diversi tassisti menzionano la metà degli anni’90 come un punto di svolta, quando il governo cambiò le leggi e fondamentalmente permise che qualsiasi macchina potesse essere trasformata in un taxi, questo ci porta a ciò che i tassisti lamentano: l’eccessiva  offerta – più di 80000 solo al Cairo questo il numero che viene ripetutamente citato.
Oggi guidare un Taxi è diventato il commercio di coloro che non hanno un commercio. 
È una situazione che si presenta quasi esclusivamente al Cairo, di fatto, Khamissi non si sofferma troppo sulla variegata sfacciettatura dei tassisti, che vanno dai ben istruiti ai giovani che non dovrebbe assolutamente sedersi dietro a un volante (Un tassista che non solo non conosce alcune, ma gli sono praticamente sconosciute quasi tutte le strade del Cairo …) .
Nella maggior parte dei casi Khamissi intraprende una sorta di conversazione con i vari tassisti, e ascolta le loro opinioni su tutto, dalla politica alla religione, passando per l’educazione. In una panoramica composta dalle opinioni dell’uomo della strada (e da alcune delle motivazioni alla base di queste opinioni), Taxi su alcune tematiche, come il coinvolgimento anglo-americano in Iraq, riuslta utile: queste sono voci che non sono così facili da trovare. Ma più interessanti sono le denunce locali, che danno un’idea più precisa della situazione contemporanea in Egitto.
Diverse volte Khamissi afferma che ci sono alcune battute che se avesse trascritto sarebbe stato gettato in carcere immediatamente – qualcosa che non è in grado di capire, dal momento che comunque per le strade queste opinioni vengono continuamente sbandierate. Considerato i commenti sul leader egiziano Hosni Mubarak e il suo regime decrepite (le pseudo-elezioni farsa, sufficienti per soddisfare i desideri americani di democrazia, ma che chiaramente la gente del posto vede come quelle che realmente sono), è chiaro che il malcontento generale contro il governo è molto elevato.
Taxi non è un neutrale documentario – Khamissi ovviamente ha una specie di ordine del giorno – ma in questa presentazione non abbiamo lo spazio per così tante spiegazioni o per molto background e così forse i lettori stranieri con poca familiarità sulle condizioni politiche egiziane non possono capire alcuni dei problemi esternati dai tassisti. Nel  complesso, è difficile avere  una buona impressione sulle attuali condizioni egiziane. (……………)
Tra i principali punti sottolineati da Khamissi c’è l’immenso costo dell’ endemica corruzione Egiziana, ben illustrata da numerosi aneddoti. La burocrazia è un altro grosso problema, e alcuni degli esempi sono realistici e divertenti, come l’autista  che polemizza contro le cinture di sicurezza. Khamissi ricorda che le cinture di sicurezza sono obbligatorie in tutto il mondo – e sono, naturalmente, una saggia e relativamente poco costosa misura di sicurezza. Ma si scopre che il governo egiziano le ha classificate come un bene di lusso sui veicoli importati, e così per anni gli egiziani che importavano  auto dall’estero le hanno eliminate per evitare di pagare ulteriori tasse doganali (esattamente come hanno rimosso  altri accessori classificati come beni di lusso, ad esempio l’aria condizionata). Ora le cinture di sicurezza sono diventate obbligatorie, così i tassisti hanno dovuto riinstallarle – ad eccezione, naturalmente, per il fatto che le hanno installate solo per metterle in mostra: in realtà non funzionano – un esempio di grande rilievo di ciò che il governo considera giusto, fallendo miseramente sui risultati.
Ci sono alcune storie tristi – anche se in un paese in cui tutti sono sempre cronicamente a corto di soldi e guadagnano troppo poco la miseria è data praticamente per scontata – ma forse la più deprimente è l’incontro del tassista che  spiega con entusiasmo perchè pensa che i genitori che mandano i loro figli a scuola sono pazzi. Con il costo delle lezioni private e nessuna speranza per il futuro anche per coloro che ottengono una buona istruzione i genitori dovrebbero mettere da parte tutti i soldi che avevo da perdere per l’istruzione dei loro bambini e dargli il denaro una volta raggiunti i 21 anni, così possono almeno aprire un punto vendita (o dare un acconto per un taxi …). Fare denaro è ciò che conta, l’istruzione è inutile – e purtroppo il tassista  non è così lontano dalla situazione in Egitto, dove i bambini a scuola imparano a malapena a leggere: “L’unica cosa che si impara a scuola è l’inno nazionale e che cosa gli porta di buono questo? ” Se il sistema è talmente cattivo che i genitori non sanno più cercare alternative per garantire ai loro figli un’educazione adeguata, si capisce che il paese sta franando.
Khamissi è sorprendentemente franco nella  sua condanna, diretta e indiretta, al regime di Mubarak, un governo che non è poi così tirannico, ma che con la sua popolazione ha semplicemente fallito su quasi tutti gli aspetti. Questa raccolta mostra come enormi potenzialità vanno sprecatae.
Khamissi, va un po’ troppo oltre,  con la sua simpatia per la condizione dei taxi driver, sostenendo che in nessun modo potranno fare i soldi ( è al 100% una causa persa), questo è  naturalmente sciocco. Ma per la maggior parte, egli evita di mettere il suo contributo, permettendo ai tassisti di parlare per se stessi, e anche se, ha la forma di un testo rivisto attentamente permette ai lettori di arrivare (un po ‘di più) alle loro conclusioni.
Taxi è quasi più simile a una  raccolta giornalistica che ad un’opera di narrativa – per esempio la si può immaginare come la colonna di un giornale settimanale – ma Khamissi ha lavorato per mettere insieme un’immagine più grande e ha fatto un buon lavoro. Questa non è semplicemente una serie di conversazioni, ma in realtà ci offre una vasta fetta di vita contemporanea egiziana. E’ più un documentario di interesse creativo, nelle sue molteplici prospettive dell’ uomo della strada offre qualcosa che dovrebbe essere di grande interesse per coloro che desiderano saperne di più sulla vita in Medio Oriente. Mirabilmente messe a disposizione di un pubblico di lingua inglese – appena un anno dopo la prima pubblicazione in lingua araba – sembra anche molto attuale. Utile.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Intervista a Balthazar Clémenti

Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.

«Mi svegliò la polizia, cercavano mio padre li ho visti, misero la droga sotto il letto»

di Giuliano Capecelatro – Liberazione, pag. 17, Interviste, 8 maggio 2008

Cadde dall’alto di un sogno, Balthazar. In frantumi l’infanzia dorata in una Roma dai colori di favola. Offuscata l’immagine del padre. Attore celeberrimo e conteso, giovane divo dalla bellezza androgina. Pierre Clémenti, alto, flessuoso, una gran chioma che si adagiava sulle spalle magre con grazia angelica, e incorniciava l’irrequieta oscurità dello sguardo. Cadde dall’alto di un sogno, Balthazar, la mattina del 24 luglio 1971. Qualcuno doveva aver accusato Pierre Clémenti.
«Fui proprio io ad aprire la porta. Dovevano essere le nove. C’era un tizio … con un impermeabile, se non m’inganno: un poliziotto in borghese. Poi arrivarono i carabinieri… E’ come se fosse ieri. Una storia che mi ha segnato, mi ha fatto soffrire. E a Pierre, confesso, per un po’ gliene ho voluto».
Arriva da Parigi la voce di Balthazar Clémenti. Distanza nello spazio, distanza nel tempo. E’ un quarantenne, oggi, che si guadagna da vivere col mestiere di attore. Come il padre. Che nell’ estate del 1971 rimase impigliato in una brutta storia di droga. Un po’ di cocaina, dell’hashish. Nella casa della sua compagna, Anna Maria Lauricella, in via dei Banchi Vecchi.
«Entrarono… io ricordo che misero della droga sotto il letto… mi ordinarono di tornare a dormire. Frugarono dappertutto… perquisirono. Ma la droga… io ricordo che furono loro a metterla».
Aveva cinque anni quel giorno: la porta si aprì e, come in una favola nera, la vita si capovolse. Sparì quel padre fantastico, che offriva al bambino un mondo magico. E’ difficile rielaborare un’emozione al telefono. Riviverla dopo quasi quaranta anni. La voce fluisce senza smagliature. Solo a tratti, la frase si spegne in una breve risata dalle sonorità infantili. Forse il tentativo inconscio di mettere un confine, di autoconvincersi che quella vicenda è davvero conclusa.
«Ci fecero salire su una macchina. Pierre, Anna Maria… io non volevo staccarmi da mio padre. Poi ho solo dei flash, immagini confuse… Ricordo un terreno aperto su cui si vedeva un edificio moderno».
Una Roma metafisica si profila sullo sfondo della memoria. Gli occhi del bambino afferrano frammenti di realtà, che l’adulto tenta di ricomporre in un quadro plausibile. Istanti convulsi: l’irruzione, la perquisizione, l’arresto. Il padre trattato da delinquente comune.
E il bambino Balthazar che si ribella. Con le lacrime, la rabbia. Con la voce, che chiede tra i singhiozzi una pistola. Per poter sparare a quegli sbirri. A quegli uomini che hanno messo le mani su suo padre. E che lo hanno ruvidamente riscosso dall’incanto.
Famoso e vezzeggiato, Pierre Clémenti. Ruoli importanti con grandi registi. Luis Buñuel per La via lattea. Pier Paolo Pasolini per Porcile. Bernardo Bertolucci per Il conformista, Il partner. Liliana Cavani per I cannibali. Glauber Rocha per Cutting heads. Un improvviso benessere, una vita di agi e lussi per il border-line nato a Parigi nel 1942 senza padre, da una ragazza còrsa, il bohémien squattrinato che raccoglieva cicche a Saint Germain des Prés, l’attore novizio che un Alain Delon in vena di inusitate generosità trascina con sé alla corte di Luchino Visconti per una particina ne Il Gattopardo. L’interprete che snobba il Satyricon di Federico Fellini perché quel set gli fa venire in mente una catena di montaggio.
«Era la dolce vita – racconta Balthazar, e sottolinea il ricordo con la sua breve, sommessa risata -. Vivevo in piena libertà. Giravo a piedi nudi per le strade di Roma. La figlia di Anna Maria aveva una passioncella per me. Una ragazza simpatica, carina per quel poco che ricordo. Rimanevamo spesso soli a casa, poi la sera raggiungevamo i genitori in un ristorante, a piazza di Spagna, via del Babuino, piazza del Popolo. Vedevo i film di Pasolini prima che uscissero, in una sala privata di via Margutta. E poi Positano, Pierre aveva affittato villa Murat, ci passavamo le vacanze. Andavamo in barca. Ricordo una pasqua; venne mia madre e nascose nel giardino delle uova, che noi bambini dovevamo cercare. Venne a trovarci Bertolucci… in seguito mi avrebbe chiesto se avevo ancora la macchina dei pompieri. La dolce vita… poi l’incubo».
L’Italia delle stragi di stato, della tensione golpista, delle trame massoniche (è in quell’ anno che Licio Gelli prende il comando della P2), del fascismo sempre risorgente, e che proprio alla fine del 1971 fornirà a Giovanni Leone, democristiano specialista di governi balneari, i voti decisivi per issarsi sulla più importante poltrona della repubblica, ha elevato a nemico pubblico numero uno la droga. E cala la mannaia di una normativa retrograda e ciecamente repressiva. Senza distinzioni. E, comunque, senza mai disturbare quei salotti buoni, da Torino a Roma, da Milano a Napoli e Palermo, in cui la cocaina ha sempre circolato con l’innocente frequenza dei bonbon.
«Io credo – racconta Balthazar – che avessero bisogno di un capro espiatorio visibile, conosciuto. Lui era una star internazionale. Portava i capelli lunghi e non aveva mai tradito la sua vocazione alla marginalità…. In qualche modo dava fastidio. E si prestava allo scopo, aveva un passato politico di sinistra… c’è un cortometraggio che aveva girato a Parigi, nel maggio ‘68, La révolution, con mia madre Marguerite che sventola una bandiera rossa… Fumava, di sicuro fumava un po’ di hashish, chi non fumava in quell’ epoca? Ma la droga in casa, quel giorno… il mio ricordo è che l’ hanno messa loro per far vedere che avevano trovato quello che cercavano».
Regina Coeli. Rebibbia. Una condanna a due anni in primo grado. Pierre Clémenti, attore di grido, diventa un anonimo detenuto delle carceri romane. Che prima tenterà di contestare, dialogare. Quindi, la testa completamente rasata, si chiuderà in un mutismo ascetico. Forma radicale di protesta. Ma anche un radicale mutamento di prospettiva. Uscito dal carcere, l’attore rievocherà l’esperienza di reclusione in un libro, Quelques messages personnels, pubblicato da Gallimard e da poco ritradotto in italiano (Pierre Clémenti, Pensieri dal carcere, Il Sirente, pagine 146, 12,50 euro).
«Andai a trovarlo con mia madre. Non ho immagini nitide di quel giorno… un’atmosfera sinistra, cancelli, sbarre, una sala piccolissima, sembrava l’emiciciclo di un’aula universitaria. C’era soltanto un’altra persona con una donna. Rimanemmo poco, non più di un’ora credo. Gli avevo portato dei marrons glacés. Lo trovai con i capelli a zero».
I capelli spariti cancellano l’immagine di quel padre magico. Si azzera anche l’infanzia felice e spensierata di Balthazar. «Fui affidato per qualche tempo a uno degli avvocati. Mia madre era troppo impegnata nel lavoro, anche lei nel cinema, per potersi occupare a tempo pieno di me. Ci vedevamo nei week end. Ogni tanto mi portava in viaggio con sé. Ma in prevalenza stetti con i miei nonni. Andai in collegio. La storia mi aveva scosso. Mi svegliavo nel cuore della notte. E sentivo sempre parlare di mio padre alla televisione».
L’appello. In un’aula affollata di telecamere. Insufficienza di prove. Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione. Ma resta la condanna per Anna Maria, che gira la testa dall’altra parte, ferita per la disparità di trattamento. Via le manette, ma immediata l’espulsione. Indesiderabile: ventiquattro ore di tempo per lasciare l’ Italia.
«All’ aeroporto di Orly, quando Pierre tornò in Francia, c’era una tale ressa di giornalisti che non riuscivo ad avvicinarlo. Fu tutto un susseguirsi di interviste, di incontri. Un giorno, in una radio si imbatte in François Mitterrand, che gli dice: vi vogliamo molto bene; vi abbiamo sostenuto. Parlava già allora da presidente. Andai a vivere per qualche tempo con lui, in rue des Ecoles. Poi mi riprese mia madre. Ma io volevo tornare dai nonni. A diciassette anni cominciai a vivere da solo, magari a casa di qualche fidanzata».
L’attore Clémenti cambia vita. Abbandona la ribalta. Sceglie percorsi più ardui. Riversa la rabbia sulle scene teatrali, impugnando Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regista si orienta verso un cinema meno patinato, indipendente, centrato su personaggi marginali. Gira Il sole , una sorta di poema filmato, un diario in cui si parla della prigione, della giustizia lenta, estenuante, di un’esperienza da cui non si esce intatti.
«Non si riprese mai – racconta Balthazar -. Evitava di parlare di quella storia. Per lui era una specie di segreto. Era una persona molto pudica. Si chiuse sempre più in se stesso. Rifiutò offerte allettanti, anche dal punto di vista finanziario».
A 57 anni, nel dicembre 1999, lo uccise un cancro al fegato. Ma la figura dell’attore non scompare dall’universo cinematografico. Continua, anzi, a ripresentarsi. Il Centre Pompidou, al Beaubourg di Parigi, gli ha dedicato un omaggio. L’anno scorso la Cinemateca di Bologna ha presentato due mediometraggi scritti e interpretati da Clémenti: Visa de censure del 1968 con Jean Pierre Kalfon e New Old del 1979 con Klaus Kinski. Jeanne Hoffstetter ha scritto una sua biografia romanzata. Su Internet viene diffuso un dvd, Pierre Clémenti cinéaste: l’intégrale.
Il prossimo appuntamento è a Lucca, a ottobre prossimo, per il festival del cinema sperimentale. Balthazar è stato invitato.
«Ora voglio rintracciare i poemi scritti in carcere. Li aveva uno dei suoi avvocati, diventato poi un pezzo grosso del governo francese. Ma non sono più stati ritrovati».
E’ sempre quella figura esile, alta, dai lunghi capelli e lo sguardo trasognato, che cerca Balthazar. Quel sogno da cui lo risvegliarono una mattina di luglio.
«Con Pierre non fu un rapporto facile. Solo da adulto ho capito davvero il suo atteggiamento. Prima un po’ gliene volevo. Ma lui era diverso, aveva rinnegato la carriera facile, commerciale. Si sentiva un marginale. Era un vero artista. Ed ora posso dire che le sue scelte mi trovano d’ accordo».

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Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jill Carroll (The Christian Science Monitor, 13 dicembre 2007)

Un bestseller che offre sorprendenti critiche della società egiziana e del suo governo attraverso le voci dei taxi driver.

Il giornalista Jill Carroll discute con i tassisti del Cairo. Il tassista Ahmed siede dietro un volante rivestito in finta pelle di leopardo. Una scatoletta rovesciata di tessuto attaccato al soffitto pende accanto alla sua testa. Come la maggior parte dei tassisti Cairoti, ride facilmente, ed è sempre disposto a discutere dei pericoli del suo lavoro – che chi ha vissuto per un perido in questa fumosa città sa che sono numerosi.

Dice di essere stato sbattuto via, derubato, e  preso in giro dalla polizia. “sento che a causa loro la mia dignità si è spezzata”, dice a proposito della polizia della città, che “è molto dura con me”.

Come molti egiziani – che ha due o tre posti di lavoro per far quadrare il bilancio – Ahmed guida il taxi solo per guadagnare abbastanza per sostenere la sua famiglia.

Durante i suoi studi per la Laurea in Ingegneria informatica, ha passato gli ultimi quattro anni a trasportare passeggeri per pagarsi le tasse, di cui il 75% del guadagno andava al proprietario del veicolo. E pagava anche la benzina.

Ma “se lavorassi sfruttando la mia laurea guadagnerei solo $ 21 al mese. E non mi basterebbero neanche per le sigarette”.

La storia di Ahmed non è unica. Il suo caso avrebbe potuto facilmente essere stato preso da una storia del nuovo libro di Khalid al-Khamissi, “Taxi, Tales of Rides”, un best-seller che sta sorprendendo molti Cairoti per la sua visione della vita vista dal sedile posteriore di un taxi.

Nel suo primo libro, che è stato ristampato sette volte e ha venduto più di 30000 copie, il Sig Khamissi offre una vista variopinta sulla vita media egiziana, attraverso 58 dialoghi tra lui e i taxi driver.

È un romanzo, che attraverso le parole semplici del lavoro giornaliero dei tassisti, sviscera commenti sociali e politici, un approccio un pò audace qui che la censura è un problema reale. Ma la sua audacia ha fatto volare gli incassi nelle librerie egiziane.

Mentre la maggior parte dei titoli egiziani sono scritti in arabo classico, Khamissi mantiene la forma al minimo e impiega il dialetto egiziano colloquiale a tutti i dialoghi che si svolgono in taxi. In tal senso, il medium enfatizza il messaggio.

“La gente in strada o la gente [elegante] nei club, fa le stesse discussioni”, dice Khamissi, nel suo appartamento del Cairo. I dialoghi del libro intendono rappresentare un panorama della società egiziana nel 2006, spiega l’autore. “L’idea principale è quella di raccontare ciò che sono state le principali storie in Egitto nel corso del 2006 attraverso un eroe e questo eroe è un taxi driver.”

Mentre Ahmed potrebbe essere stato affascinante, i tassisti del Cairo sono un improbabile scelta per un simpatico personaggio. Dal punto di vista del passeggero, hanno la reputazione di essere avidi, si battono per le tariffe – tariffe che sono determinate dalla contrattazione – e sono selvaggi alla guida.

Per le donne, sedute accanto all’autista diventa spesso un invito al tassista per lasciare vagare le mani e per conversazioni suggestive. I luoghi comuni per i tassisti  sono materia da leggenda.

Ma Khamissi offre una visione più equilibrata dei tassisti. I dialoghi regalano delle sorprendenti critiche della società e del governo, oltre ad approfondimenti sulla vita media.

“C’è stato un grande dibattito in arabo [letterario]  nei circoli di impegno politico… si tratta di onde. Molti scrittori egiziani vedono se stessi come politicamente impegnati”, afferma Deborah Starr, un professore associato, che si è specializzato nella letteratura moderna araba presso la Cornell University Dipartimento di Studi sul Vicino Oriente.

Khamissi sembra a suo agio in questo genere di critica politica, anche se afferma che non era il suo obiettivo. In un passaggio, un taxi driver critica il presidente Hosni Mubarak, per nome, generalmente è una cosa che gli scrittori non fanno mai.

Mentre molte delle critiche riguardanti il governo in “Taxi” sono espresse privatamente tra gli egiziani, il dissenso è di solito vago e raro. Khamissi dice di non aver affrontato nessun contraccolpo a causa del libro, anche se un giornalista televisivo ha detto di essere stato avvertito dalla madre che aveva letto il libro, a non intervistare Khamissi.

“Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al  Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di  letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.

Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la  propria esperienza.”

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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