Prossimo episodio di Hubert Aquin
Jean Éthier Blais
Edizione del 13 novembre 1965
Hubert Aquin appartiene a una nuova generazione di Canadesi francesi. Hanno studiato a Parigi dopo la guerra, si sono perduti nella grande città, hanno conosciuto, grazie ad essa, l’Europa e sono tornati in Canada, fieri di essere quel che sono, senza pregiudizi, senza complessi di inferiorità. Siamo lontani dai giovani intellettuali di oggi, pieni di complessi perché sono Canadesi francesi, che si rifiutano di andare in Francia e che reagiscono con la boria e l’incoltura. Hubert Aquin, al contrario, rappresenta la cultura tradizionale, ma assimilata, vissuta, parte integrante di cio che egli è. Hertel diceva un tempo di certi giovani che essi avevano “letto molto, digerito molto, ma assimilato poco”. Non è questo il caso di M. Hubert Aquin, il quale è, nel nostro ambiente, l’esempio stesso di un magnifico fenomeno culturale. Lo conosco da molto tempo; come fare per astrarsi allorché si tratta di parlare di lui? […] Hubert Aquin, cosa ancora più significativa, è un scrittore nato. Il suo mezzo espressivo è la scrittura. Egli potrà tentare con passione di sfuggire a questa morsa che è il vocabolario concordato, la successione delle idee e dei sentimenti, egli non vi riuscirà mai. Lui stesso lo confessa; egli ha tentato tutto, è divenuto uomo d’affari; tutto, ma invano. La scrittura era lì, ed essa gli avrebbe un giorno forzato la mano e avrebbe vinto su tutto il resto. Cosa dire dello stato della nostra società se un uomo così dotato come Hubert Aquin ha dovuto dedicarsi a dei mestieri prima di accerttare di entrare nel mondo della scrittura, come si entra in quello della religione!
Parlerò anzitutto della poesia che si trova nell’Ultimo episodio. E’ una poesia che sorge dalla geografia mentale di un uomo civilizzato. […] Attraverso tutto il suo libro, Hubert Aquin si dà alla meditazione poetica del raccoglimento e della memoria. Non è invano che egli ha scelto di situare il suo romanzo in Svizzera; è che il lato statico del suo libro è del Quebec e, più specificamente, di Montreal (il finale sarà ambientato a Montreal), e il lato dinamico è europeo, svizzero, romancio, ed esso si situa nell’orbita di Mme de Stael e di Benjamin Constant. E’ che la Svizzera, con i suoi difetti e la lentezza che le si addebita sempre, simbolizza per noi il plesso de l’Europa; è in ultima analisi che ciò che cerca l’eroe di Hubert Aquin (che è lui stesso) allorché vuole perdersi nel cuore della foresta, in mezzo ad alberi preistorici. Questo eroe è un uomo braccato: Egli crede di essere perseguito dalle furie poliziesche, mentre è un uomo alla ricerca del suo passato. In un certo senso egli è il tipico eroe canadese-francese. Il suo dramma è il seguente: perché un uomo alla ricerca del suo passato s’immagina di tradire, di essere colpevole? Ecco la questione fondamentale, nella psicologia dei Canadesi francesi. Tutti i personaggi del romanzo, tutti gli “uomini di qui” volano alla ricerca di quello che sono stati, nel passato immediato, nella nostra storia. Essi non trovano mai niente. Hubert Aquin diventa, grazie alla dote creatrice, il Canadese francese trascendentale poiché in H. de Heutz egli trova la sua controfigura, il suo fratello civilizzato, nel paesaggio più antico del nostro universo. Egli si trova, ma è solo per distruggersi.
I due uomini, il Canadese francese che rifiuta se stesso, in preda alla nevrosi poliziesca, e quello che si accetta, H. de Heutz, il Canadese francese reso alla sua prima umanità, si cercano in un vasto movimento di accerchiamento, per uccidersi. Le due maschere si affrontano. Si completano. Heutz, è Aquin che conosce se stesso e, conoscendosi, si supera fino alla morte. Entrambi vogliono scomparire secondo i riti più implacabili della civilizzazione. “I due guerrieri, tesi l’uno verso l’altro in posture complementari, sono immobilizzati da una sorta di stretta crudele, duello a morte che serve da rivestimento luminoso al mobile scuro”. […] Prossimo Episodio è dedicato alla voluttà di incontrare e uccidere l’immagine ideale di se stesso. Ma come uccidere questa immagine ideale che è quella dell’agente segreto perfetto? Si ucciderà dunque la prossima volta. […]
Prossimo Episodio vuole apparire un romanzo di avventure, di spionaggio, di morte, di arresto. Il narratore è rinchiuso in un Istituto, imprigionato animo e corpo. Racconta gli avvenimenti che, dalla Svizzera, lo hanno condotto, con il terrorismo, fino a questa prigione modello. Perché ha intrapreso questa battaglia? Fino alla fine egli sosterrà che questa lotta è giusta, che è stata condotta secondo le norme più efficaci. Il solo inconveniente è che degli sbirri hanno scovato il nostro eroe in una chiesa, vicino a un confessionale. Sottile vendetta dello Stato clericale a tendenze fasciste! Tutto, in questo mondo, è al rovescio! Nelle Chiese si arrestano le persone; esse sono circondate di macchine, pretesto di parcheggio, e la stessa macchina è diventata simbolo dell’immobilità. E’ questa la ragione per cui bisogna fuggire da questo universo che è menzogna. Hubert Aquin è un uomo che accetta che il mondo nel quale vive sia quello della letteratura. L’altro, quello in cui crediamo di muoverci, solo una brutta copia di questo universo vero. Finchè i nostri scrittori non avranno accettato questa legge fondamentale dell’Arte, essi faranno delle copie, non dei libri. Per fortuna, Aquin, infine si afferma. Non abbiamo più da cercare. Ce l’abbiamo il nostro grande scrittore. Grazie a Dio.
Khaled El Khamissi, un autore itinerante
di Pacynthe Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)
Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del Cairo.
“Scrivere è come ballare, per iniziare, bisogna prima liberarsi e essere in armonia con se stessi. “E ‘ con queste parole che Khaled-el-Khamissi, autore di Taxi, definisce il suo rapporto con una passione che sembra trasmessa di padre in figlio. Uno scrittore, ma anche un giornalista, produttore e regista, moltiplica le sue funzioni, pur rimanendo all’ascolto delle persone alle quali si sente più vicino: coloro che lottano per guadagnarsi il pane. Nel suo libro, ha dipinto questa classe attraverso le loro parole dette con fiducia, o con un tono di presa in giro. E il risultato è questo: un libro toccante che per il pubblico è come tabacco. Questo padre di tre figli, non ha navigato in acque tranquille prima di raggiungere ciò che egli chiama “l’esperienza più emozionante della sua vita.” Nato in una famiglia di intellettuali e scrittori, rapidamente si sentì diverso da suoi compagni, “una volta, sono stato perfino convocato dal direttore per avere emesso un parere contrario dal mio insegnante a proposito dell’accordo di pace con Israele “, dice, sorridendo ricordandosi di questo incidente. Paradossalmente, è a causa della sua presenza alle serate letterarie organizzate dal nonno che non è riuscito a sviluppare velocemnte il coraggio di esprimersi: “che aveva di nuovo da portare rispetto alle opere dei suoi predecessori? “
“Gli Egiziani hanno un problema di auto-censura”
Ma è proprio la sua sensibilità esacerbata di fronte a tutto ciò che lo circonda e l’angoscia che ha tutta l’aria di trovare sollievo solo con la scrittura che ha finito per vincere i suoi dubbi. Scrive per rompere le barriere e nel tentativo di deviare il riflesso di auto-censura, che secondo lui è proprio di ogni egiziano. “sulla terra o su un altro pianeta, la paura che viviamo ci spinge a cambiare le parole che abbiamo avuto spontaneamente”, spiega. Questo francofono amante della libertà di espressione rimane riluttante di fronte la cieca adozione delle idee occidentali, alcune delle quali sono inapplicabili all’interno della società egiziana. Preferisce rimanere in questa zona grigia tra due mondi. Uno spazio dove è sicuro di muoversi in tutta libertà.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Taxi è più o meno una finzione giornalistica
Taxi è più o meno una finzione giornalistica, così Khaled Al Khamissi ci presenta i cinquantotto incontri con i tassisti del Cairo. C’è una storia diversa ad ogni giro, così come diversi sono i problemi e le questioni sollevate (quelle simili sono descritte partendo da diversi punti di vista). Non è così facile mettere insieme una tale raccolta, Khamissi ha lavorato sodo per evitare ripetizioni e la monotonia che sarebbe potuta derivare, ma probabilmente per alcuni potrebbe risultare un lavoro artefatto, nonostante tutto nella sua succinta presentazione – il creativo Khamissi sa mantenere l’attenzione del lettore impegnata e in movimento.
Diversi tassisti menzionano la metà degli anni’90 come un punto di svolta, quando il governo cambiò le leggi e fondamentalmente permise che qualsiasi macchina potesse essere trasformata in un taxi, questo ci porta a ciò che i tassisti lamentano: l’eccessiva offerta – più di 80000 solo al Cairo questo il numero che viene ripetutamente citato.
Oggi guidare un Taxi è diventato il commercio di coloro che non hanno un commercio.
È una situazione che si presenta quasi esclusivamente al Cairo, di fatto, Khamissi non si sofferma troppo sulla variegata sfacciettatura dei tassisti, che vanno dai ben istruiti ai giovani che non dovrebbe assolutamente sedersi dietro a un volante (Un tassista che non solo non conosce alcune, ma gli sono praticamente sconosciute quasi tutte le strade del Cairo …) .
Nella maggior parte dei casi Khamissi intraprende una sorta di conversazione con i vari tassisti, e ascolta le loro opinioni su tutto, dalla politica alla religione, passando per l’educazione. In una panoramica composta dalle opinioni dell’uomo della strada (e da alcune delle motivazioni alla base di queste opinioni), Taxi su alcune tematiche, come il coinvolgimento anglo-americano in Iraq, riuslta utile: queste sono voci che non sono così facili da trovare. Ma più interessanti sono le denunce locali, che danno un’idea più precisa della situazione contemporanea in Egitto.
Diverse volte Khamissi afferma che ci sono alcune battute che se avesse trascritto sarebbe stato gettato in carcere immediatamente – qualcosa che non è in grado di capire, dal momento che comunque per le strade queste opinioni vengono continuamente sbandierate. Considerato i commenti sul leader egiziano Hosni Mubarak e il suo regime decrepite (le pseudo-elezioni farsa, sufficienti per soddisfare i desideri americani di democrazia, ma che chiaramente la gente del posto vede come quelle che realmente sono), è chiaro che il malcontento generale contro il governo è molto elevato.
Taxi non è un neutrale documentario – Khamissi ovviamente ha una specie di ordine del giorno – ma in questa presentazione non abbiamo lo spazio per così tante spiegazioni o per molto background e così forse i lettori stranieri con poca familiarità sulle condizioni politiche egiziane non possono capire alcuni dei problemi esternati dai tassisti. Nel complesso, è difficile avere una buona impressione sulle attuali condizioni egiziane. (……………)
Tra i principali punti sottolineati da Khamissi c’è l’immenso costo dell’ endemica corruzione Egiziana, ben illustrata da numerosi aneddoti. La burocrazia è un altro grosso problema, e alcuni degli esempi sono realistici e divertenti, come l’autista che polemizza contro le cinture di sicurezza. Khamissi ricorda che le cinture di sicurezza sono obbligatorie in tutto il mondo – e sono, naturalmente, una saggia e relativamente poco costosa misura di sicurezza. Ma si scopre che il governo egiziano le ha classificate come un bene di lusso sui veicoli importati, e così per anni gli egiziani che importavano auto dall’estero le hanno eliminate per evitare di pagare ulteriori tasse doganali (esattamente come hanno rimosso altri accessori classificati come beni di lusso, ad esempio l’aria condizionata). Ora le cinture di sicurezza sono diventate obbligatorie, così i tassisti hanno dovuto riinstallarle – ad eccezione, naturalmente, per il fatto che le hanno installate solo per metterle in mostra: in realtà non funzionano – un esempio di grande rilievo di ciò che il governo considera giusto, fallendo miseramente sui risultati.
Ci sono alcune storie tristi – anche se in un paese in cui tutti sono sempre cronicamente a corto di soldi e guadagnano troppo poco la miseria è data praticamente per scontata – ma forse la più deprimente è l’incontro del tassista che spiega con entusiasmo perchè pensa che i genitori che mandano i loro figli a scuola sono pazzi. Con il costo delle lezioni private e nessuna speranza per il futuro anche per coloro che ottengono una buona istruzione i genitori dovrebbero mettere da parte tutti i soldi che avevo da perdere per l’istruzione dei loro bambini e dargli il denaro una volta raggiunti i 21 anni, così possono almeno aprire un punto vendita (o dare un acconto per un taxi …). Fare denaro è ciò che conta, l’istruzione è inutile – e purtroppo il tassista non è così lontano dalla situazione in Egitto, dove i bambini a scuola imparano a malapena a leggere: “L’unica cosa che si impara a scuola è l’inno nazionale e che cosa gli porta di buono questo? ” Se il sistema è talmente cattivo che i genitori non sanno più cercare alternative per garantire ai loro figli un’educazione adeguata, si capisce che il paese sta franando.
Khamissi è sorprendentemente franco nella sua condanna, diretta e indiretta, al regime di Mubarak, un governo che non è poi così tirannico, ma che con la sua popolazione ha semplicemente fallito su quasi tutti gli aspetti. Questa raccolta mostra come enormi potenzialità vanno sprecatae.
Khamissi, va un po’ troppo oltre, con la sua simpatia per la condizione dei taxi driver, sostenendo che in nessun modo potranno fare i soldi ( è al 100% una causa persa), questo è naturalmente sciocco. Ma per la maggior parte, egli evita di mettere il suo contributo, permettendo ai tassisti di parlare per se stessi, e anche se, ha la forma di un testo rivisto attentamente permette ai lettori di arrivare (un po ‘di più) alle loro conclusioni.
Taxi è quasi più simile a una raccolta giornalistica che ad un’opera di narrativa – per esempio la si può immaginare come la colonna di un giornale settimanale – ma Khamissi ha lavorato per mettere insieme un’immagine più grande e ha fatto un buon lavoro. Questa non è semplicemente una serie di conversazioni, ma in realtà ci offre una vasta fetta di vita contemporanea egiziana. E’ più un documentario di interesse creativo, nelle sue molteplici prospettive dell’ uomo della strada offre qualcosa che dovrebbe essere di grande interesse per coloro che desiderano saperne di più sulla vita in Medio Oriente. Mirabilmente messe a disposizione di un pubblico di lingua inglese – appena un anno dopo la prima pubblicazione in lingua araba – sembra anche molto attuale. Utile.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Intervista a Balthazar Clémenti
Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.
«Mi svegliò la polizia, cercavano mio padre li ho visti, misero la droga sotto il letto»
di Giuliano Capecelatro – Liberazione, pag. 17, Interviste, 8 maggio 2008
Cadde dall’alto di un sogno, Balthazar. In frantumi l’infanzia dorata in una Roma dai colori di favola. Offuscata l’immagine del padre. Attore celeberrimo e conteso, giovane divo dalla bellezza androgina. Pierre Clémenti, alto, flessuoso, una gran chioma che si adagiava sulle spalle magre con grazia angelica, e incorniciava l’irrequieta oscurità dello sguardo. Cadde dall’alto di un sogno, Balthazar, la mattina del 24 luglio 1971. Qualcuno doveva aver accusato Pierre Clémenti.
«Fui proprio io ad aprire la porta. Dovevano essere le nove. C’era un tizio … con un impermeabile, se non m’inganno: un poliziotto in borghese. Poi arrivarono i carabinieri… E’ come se fosse ieri. Una storia che mi ha segnato, mi ha fatto soffrire. E a Pierre, confesso, per un po’ gliene ho voluto».
Arriva da Parigi la voce di Balthazar Clémenti. Distanza nello spazio, distanza nel tempo. E’ un quarantenne, oggi, che si guadagna da vivere col mestiere di attore. Come il padre. Che nell’ estate del 1971 rimase impigliato in una brutta storia di droga. Un po’ di cocaina, dell’hashish. Nella casa della sua compagna, Anna Maria Lauricella, in via dei Banchi Vecchi.
«Entrarono… io ricordo che misero della droga sotto il letto… mi ordinarono di tornare a dormire. Frugarono dappertutto… perquisirono. Ma la droga… io ricordo che furono loro a metterla».
Aveva cinque anni quel giorno: la porta si aprì e, come in una favola nera, la vita si capovolse. Sparì quel padre fantastico, che offriva al bambino un mondo magico. E’ difficile rielaborare un’emozione al telefono. Riviverla dopo quasi quaranta anni. La voce fluisce senza smagliature. Solo a tratti, la frase si spegne in una breve risata dalle sonorità infantili. Forse il tentativo inconscio di mettere un confine, di autoconvincersi che quella vicenda è davvero conclusa.
«Ci fecero salire su una macchina. Pierre, Anna Maria… io non volevo staccarmi da mio padre. Poi ho solo dei flash, immagini confuse… Ricordo un terreno aperto su cui si vedeva un edificio moderno».
Una Roma metafisica si profila sullo sfondo della memoria. Gli occhi del bambino afferrano frammenti di realtà, che l’adulto tenta di ricomporre in un quadro plausibile. Istanti convulsi: l’irruzione, la perquisizione, l’arresto. Il padre trattato da delinquente comune.
E il bambino Balthazar che si ribella. Con le lacrime, la rabbia. Con la voce, che chiede tra i singhiozzi una pistola. Per poter sparare a quegli sbirri. A quegli uomini che hanno messo le mani su suo padre. E che lo hanno ruvidamente riscosso dall’incanto.
Famoso e vezzeggiato, Pierre Clémenti. Ruoli importanti con grandi registi. Luis Buñuel per La via lattea. Pier Paolo Pasolini per Porcile. Bernardo Bertolucci per Il conformista, Il partner. Liliana Cavani per I cannibali. Glauber Rocha per Cutting heads. Un improvviso benessere, una vita di agi e lussi per il border-line nato a Parigi nel 1942 senza padre, da una ragazza còrsa, il bohémien squattrinato che raccoglieva cicche a Saint Germain des Prés, l’attore novizio che un Alain Delon in vena di inusitate generosità trascina con sé alla corte di Luchino Visconti per una particina ne Il Gattopardo. L’interprete che snobba il Satyricon di Federico Fellini perché quel set gli fa venire in mente una catena di montaggio.
«Era la dolce vita – racconta Balthazar, e sottolinea il ricordo con la sua breve, sommessa risata -. Vivevo in piena libertà. Giravo a piedi nudi per le strade di Roma. La figlia di Anna Maria aveva una passioncella per me. Una ragazza simpatica, carina per quel poco che ricordo. Rimanevamo spesso soli a casa, poi la sera raggiungevamo i genitori in un ristorante, a piazza di Spagna, via del Babuino, piazza del Popolo. Vedevo i film di Pasolini prima che uscissero, in una sala privata di via Margutta. E poi Positano, Pierre aveva affittato villa Murat, ci passavamo le vacanze. Andavamo in barca. Ricordo una pasqua; venne mia madre e nascose nel giardino delle uova, che noi bambini dovevamo cercare. Venne a trovarci Bertolucci… in seguito mi avrebbe chiesto se avevo ancora la macchina dei pompieri. La dolce vita… poi l’incubo».
L’Italia delle stragi di stato, della tensione golpista, delle trame massoniche (è in quell’ anno che Licio Gelli prende il comando della P2), del fascismo sempre risorgente, e che proprio alla fine del 1971 fornirà a Giovanni Leone, democristiano specialista di governi balneari, i voti decisivi per issarsi sulla più importante poltrona della repubblica, ha elevato a nemico pubblico numero uno la droga. E cala la mannaia di una normativa retrograda e ciecamente repressiva. Senza distinzioni. E, comunque, senza mai disturbare quei salotti buoni, da Torino a Roma, da Milano a Napoli e Palermo, in cui la cocaina ha sempre circolato con l’innocente frequenza dei bonbon.
«Io credo – racconta Balthazar – che avessero bisogno di un capro espiatorio visibile, conosciuto. Lui era una star internazionale. Portava i capelli lunghi e non aveva mai tradito la sua vocazione alla marginalità…. In qualche modo dava fastidio. E si prestava allo scopo, aveva un passato politico di sinistra… c’è un cortometraggio che aveva girato a Parigi, nel maggio ‘68, La révolution, con mia madre Marguerite che sventola una bandiera rossa… Fumava, di sicuro fumava un po’ di hashish, chi non fumava in quell’ epoca? Ma la droga in casa, quel giorno… il mio ricordo è che l’ hanno messa loro per far vedere che avevano trovato quello che cercavano».
Regina Coeli. Rebibbia. Una condanna a due anni in primo grado. Pierre Clémenti, attore di grido, diventa un anonimo detenuto delle carceri romane. Che prima tenterà di contestare, dialogare. Quindi, la testa completamente rasata, si chiuderà in un mutismo ascetico. Forma radicale di protesta. Ma anche un radicale mutamento di prospettiva. Uscito dal carcere, l’attore rievocherà l’esperienza di reclusione in un libro, Quelques messages personnels, pubblicato da Gallimard e da poco ritradotto in italiano (Pierre Clémenti, Pensieri dal carcere, Il Sirente, pagine 146, 12,50 euro).
«Andai a trovarlo con mia madre. Non ho immagini nitide di quel giorno… un’atmosfera sinistra, cancelli, sbarre, una sala piccolissima, sembrava l’emiciciclo di un’aula universitaria. C’era soltanto un’altra persona con una donna. Rimanemmo poco, non più di un’ora credo. Gli avevo portato dei marrons glacés. Lo trovai con i capelli a zero».
I capelli spariti cancellano l’immagine di quel padre magico. Si azzera anche l’infanzia felice e spensierata di Balthazar. «Fui affidato per qualche tempo a uno degli avvocati. Mia madre era troppo impegnata nel lavoro, anche lei nel cinema, per potersi occupare a tempo pieno di me. Ci vedevamo nei week end. Ogni tanto mi portava in viaggio con sé. Ma in prevalenza stetti con i miei nonni. Andai in collegio. La storia mi aveva scosso. Mi svegliavo nel cuore della notte. E sentivo sempre parlare di mio padre alla televisione».
L’appello. In un’aula affollata di telecamere. Insufficienza di prove. Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione. Ma resta la condanna per Anna Maria, che gira la testa dall’altra parte, ferita per la disparità di trattamento. Via le manette, ma immediata l’espulsione. Indesiderabile: ventiquattro ore di tempo per lasciare l’ Italia.
«All’ aeroporto di Orly, quando Pierre tornò in Francia, c’era una tale ressa di giornalisti che non riuscivo ad avvicinarlo. Fu tutto un susseguirsi di interviste, di incontri. Un giorno, in una radio si imbatte in François Mitterrand, che gli dice: vi vogliamo molto bene; vi abbiamo sostenuto. Parlava già allora da presidente. Andai a vivere per qualche tempo con lui, in rue des Ecoles. Poi mi riprese mia madre. Ma io volevo tornare dai nonni. A diciassette anni cominciai a vivere da solo, magari a casa di qualche fidanzata».
L’attore Clémenti cambia vita. Abbandona la ribalta. Sceglie percorsi più ardui. Riversa la rabbia sulle scene teatrali, impugnando Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regista si orienta verso un cinema meno patinato, indipendente, centrato su personaggi marginali. Gira Il sole , una sorta di poema filmato, un diario in cui si parla della prigione, della giustizia lenta, estenuante, di un’esperienza da cui non si esce intatti.
«Non si riprese mai – racconta Balthazar -. Evitava di parlare di quella storia. Per lui era una specie di segreto. Era una persona molto pudica. Si chiuse sempre più in se stesso. Rifiutò offerte allettanti, anche dal punto di vista finanziario».
A 57 anni, nel dicembre 1999, lo uccise un cancro al fegato. Ma la figura dell’attore non scompare dall’universo cinematografico. Continua, anzi, a ripresentarsi. Il Centre Pompidou, al Beaubourg di Parigi, gli ha dedicato un omaggio. L’anno scorso la Cinemateca di Bologna ha presentato due mediometraggi scritti e interpretati da Clémenti: Visa de censure del 1968 con Jean Pierre Kalfon e New Old del 1979 con Klaus Kinski. Jeanne Hoffstetter ha scritto una sua biografia romanzata. Su Internet viene diffuso un dvd, Pierre Clémenti cinéaste: l’intégrale.
Il prossimo appuntamento è a Lucca, a ottobre prossimo, per il festival del cinema sperimentale. Balthazar è stato invitato.
«Ora voglio rintracciare i poemi scritti in carcere. Li aveva uno dei suoi avvocati, diventato poi un pezzo grosso del governo francese. Ma non sono più stati ritrovati».
E’ sempre quella figura esile, alta, dai lunghi capelli e lo sguardo trasognato, che cerca Balthazar. Quel sogno da cui lo risvegliarono una mattina di luglio.
«Con Pierre non fu un rapporto facile. Solo da adulto ho capito davvero il suo atteggiamento. Prima un po’ gliene volevo. Ma lui era diverso, aveva rinnegato la carriera facile, commerciale. Si sentiva un marginale. Era un vero artista. Ed ora posso dire che le sue scelte mi trovano d’ accordo».
Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo
di Jill Carroll (The Christian Science Monitor, 13 dicembre 2007)
Un bestseller che offre sorprendenti critiche della società egiziana e del suo governo attraverso le voci dei taxi driver.
Il giornalista Jill Carroll discute con i tassisti del Cairo. Il tassista Ahmed siede dietro un volante rivestito in finta pelle di leopardo. Una scatoletta rovesciata di tessuto attaccato al soffitto pende accanto alla sua testa. Come la maggior parte dei tassisti Cairoti, ride facilmente, ed è sempre disposto a discutere dei pericoli del suo lavoro – che chi ha vissuto per un perido in questa fumosa città sa che sono numerosi.
Dice di essere stato sbattuto via, derubato, e preso in giro dalla polizia. “sento che a causa loro la mia dignità si è spezzata”, dice a proposito della polizia della città, che “è molto dura con me”.
Come molti egiziani – che ha due o tre posti di lavoro per far quadrare il bilancio – Ahmed guida il taxi solo per guadagnare abbastanza per sostenere la sua famiglia.
Durante i suoi studi per la Laurea in Ingegneria informatica, ha passato gli ultimi quattro anni a trasportare passeggeri per pagarsi le tasse, di cui il 75% del guadagno andava al proprietario del veicolo. E pagava anche la benzina.
Ma “se lavorassi sfruttando la mia laurea guadagnerei solo $ 21 al mese. E non mi basterebbero neanche per le sigarette”.
La storia di Ahmed non è unica. Il suo caso avrebbe potuto facilmente essere stato preso da una storia del nuovo libro di Khalid al-Khamissi, “Taxi, Tales of Rides”, un best-seller che sta sorprendendo molti Cairoti per la sua visione della vita vista dal sedile posteriore di un taxi.
Nel suo primo libro, che è stato ristampato sette volte e ha venduto più di 30000 copie, il Sig Khamissi offre una vista variopinta sulla vita media egiziana, attraverso 58 dialoghi tra lui e i taxi driver.
È un romanzo, che attraverso le parole semplici del lavoro giornaliero dei tassisti, sviscera commenti sociali e politici, un approccio un pò audace qui che la censura è un problema reale. Ma la sua audacia ha fatto volare gli incassi nelle librerie egiziane.
Mentre la maggior parte dei titoli egiziani sono scritti in arabo classico, Khamissi mantiene la forma al minimo e impiega il dialetto egiziano colloquiale a tutti i dialoghi che si svolgono in taxi. In tal senso, il medium enfatizza il messaggio.
“La gente in strada o la gente [elegante] nei club, fa le stesse discussioni”, dice Khamissi, nel suo appartamento del Cairo. I dialoghi del libro intendono rappresentare un panorama della società egiziana nel 2006, spiega l’autore. “L’idea principale è quella di raccontare ciò che sono state le principali storie in Egitto nel corso del 2006 attraverso un eroe e questo eroe è un taxi driver.”
Mentre Ahmed potrebbe essere stato affascinante, i tassisti del Cairo sono un improbabile scelta per un simpatico personaggio. Dal punto di vista del passeggero, hanno la reputazione di essere avidi, si battono per le tariffe – tariffe che sono determinate dalla contrattazione – e sono selvaggi alla guida.
Per le donne, sedute accanto all’autista diventa spesso un invito al tassista per lasciare vagare le mani e per conversazioni suggestive. I luoghi comuni per i tassisti sono materia da leggenda.
Ma Khamissi offre una visione più equilibrata dei tassisti. I dialoghi regalano delle sorprendenti critiche della società e del governo, oltre ad approfondimenti sulla vita media.
“C’è stato un grande dibattito in arabo [letterario] nei circoli di impegno politico… si tratta di onde. Molti scrittori egiziani vedono se stessi come politicamente impegnati”, afferma Deborah Starr, un professore associato, che si è specializzato nella letteratura moderna araba presso la Cornell University Dipartimento di Studi sul Vicino Oriente.
Khamissi sembra a suo agio in questo genere di critica politica, anche se afferma che non era il suo obiettivo. In un passaggio, un taxi driver critica il presidente Hosni Mubarak, per nome, generalmente è una cosa che gli scrittori non fanno mai.
Mentre molte delle critiche riguardanti il governo in “Taxi” sono espresse privatamente tra gli egiziani, il dissenso è di solito vago e raro. Khamissi dice di non aver affrontato nessun contraccolpo a causa del libro, anche se un giornalista televisivo ha detto di essere stato avvertito dalla madre che aveva letto il libro, a non intervistare Khamissi.
“Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.
Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la propria esperienza.”
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Al Cairo tassisti fittizi come se fossero reali
di Jonathan Wright (da Daily News Egypt, 31 marzo 2007)
CAIRO: L’autore egiziano Khaled Al Khamissi, in una raccolta di racconti brevi sulla capitale egiziana, che è diventata best-seller, ha trasformato una vecchia tecnica usando se stesso.
Invece di avere in pugno la città parlando ai taxi driver, Al Khamissi ha composto 58 monologhi inventati suui taxi—drivers del Cairo, con tale convinzione e autentica linguistica che la maggior parte dei lettori li prendono per veri.
Ma Al Khamissi, giornalista, regista e produttore, venerdì ha detto in un’intervista a Reuters che nessuno dei tassisti di “Taxi” è mai veramente esistito.
“Questo è un libro di genere letterario. Io non ho registrato nulla. Non si tratta di reportage o di giornalismo”, ha detto.
“Sono tutte storie che mi sono ricordato e ho recuperato quando stavo scrivendo. In molti casi, qualcuno potrebbe dirmi una parola e qualcun altro potrebbe dirmi qualcosa’altro e così via”, ha aggiunto.
Al Khamissi, che ha studiato scienze politiche presso la Sorbona di Parigi e ha un interesse in sociologia e antropologia; ha detto che le 220 pagine che compongono l’opera di finzione hanno un valore per le persone a cui di solito nessuno da voce.
I tassisti sono sognatori e filosofi, misogeni e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici. Tutti loro sono uomini, che lottano per guadagnarsi da vivere in un crudele, rumoroso, caotico e malsano mondo.
Schiacciati da altre automobili, soffocati dai fumi e dal calore estivo, sopraffatti dai poliziotti corrotti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati, parlano di quasi di tutto – politica, donne, film, viaggi all’estero e il più delle volte del loro disprezzo per le autorità.
Il libro in Egitto, da quando è uscito il 5 gennaio 2007, ha venduto 20000 copie- un numero incredibile in un paese in cui le opere di letteratura raramente vendono più di 3000 copie.
La quarta edizione è stata appena ristampata e Al Khamissi ha già incontrato gli editori stranieri per parlare di traduzioni.
Insieme con i due ultimi romanzi di Alaa El Aswani, questi libri hanno contribuito a ravvivare la lettura in Egitto, dove molte famiglie non hanno altri libri che il Corano.
Uno dei segreti del successo di Al Khamissi potrebbe essere che i suoi monologhi sono tutti in Egiziano, ricco dialetto colloquiale, che è molto diverso dalla lingua letteraria che gli scrittori in genere utilizzano.
Il libro ha ricevuto applausi dalla critica, la maggior parte, da persone che hanno vissuto il libro come un lavoro di antropologia urbana.
Baheyya, un anonimo, ma influente blogger egiziano, ha detto: “Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”.
“Documenta le disuguaglianze sociali e riporta fedelmente il potere pungente dei dialoghi quotidiani”, ha aggiunto.
Galal Amin, un economista e sociologo che insegna presso l’Università Americana del Cairo, l’ha chiamato “un lavoro innovativo che dipinge un quadro veritiero della situazione della società egiziana di oggi, come si è visto da parte di un importante settore sociale”
Al Khamissi ha detto che è stato fedele alla realtà. “I monologhi, a mio avviso, sono 100 per cento realistici … Se scendi e chiedi ad un taxi driver una qualsiasi delle problematiche troveresti che è esattamente ciò che è scritto nel libro” ha detto.
Come il lavoro di El Aswani, “Taxi” include una forte dose anti-governativa, che riflette la progressiva espansione della libertà di espressione in Egitto.
Ma Al Khamissi dice che non ha cercato di imporre ai suoi personaggi la sua ostilità nei confronti del governo.
“Personalmente sono contro [l'ex presidente] Anwar Sadat, ma troverete un tassista assouultamente devoto a lui”, ha detto.
Al Khamissi ha dichiarato che il suo prossimo libro racconterà le storie degli egiziani che viaggiano all’estero per lavoro, o sono tornati dall’estero o hanno provato e non sono riusciti ad emigrare.
“Finora ho parlato con circa 150 persone per il prossimo libro”, ha detto.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
La cruda realtà sull’Egitto emerge dalle opinioni dei taxi-drivers
di Liz Sly (Chicago Tribune)
Il libro composto da conversazioni in taxi è diventato un best-seller che attraversa il paese.
CAIRO, EGITTO – Khalid al-Khamissi ha scoperto qualcosa su cui i corrispondenti stranieri hanno scherzato per lungo tempo – i tassisti possono essere tra le migliori fonti di analisi di un paese.
Non è solo che sono facilmente arrivabili. I Taxi driver incontrano una vasta gamma di persone ogni giorno, ascoltano le notizie alla radio; visitano ogni angolo della loro comunità e per la maggior parte del tempo sono annoiati, felici di chiacchierare con chiunque entri nel loro taxi.
“Si comincia con le cose ordinarie, ma dopo 10 minuti cominciano a raccontarti cose che riflettono realmente l’anima della società”, spiega Khamissi, uno scienziato politico che ha studiato presso l’Università del Cairo e alla Sorbona di Parigi.
C’è anche il fattore dell’anonimato, che entra in gioco nelle società con regime autoritario come l’Egitto. I tassisti danno voce alle loro menti, fiduciosi che non riincontreranno di nuovo la stessa persona e che le loro parole non potranno mai ritorcersi contro di loro.
E così Khamissi si è occupato delle intuizioni dei tassisti che ha incontrato al Cairo per scrivere un libro, chiamato Taxi, sulla base di colloqui con i suoi taxi-drivers in un periodo di circa un anno.
Il risultato è stato un inaspettato best-seller, ora alla sesta ristampa e con più di 60000 copie vendute, un numero elevato rispetto agli standard egiziani. E ’stato tradotto in inglese. Spera che il prossimo anno verrà pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Non è tanto un libro sui tassisti quanto un ritratto della società egiziana, come l’era del 79enne presidente Hosni Mubarak che si avvicina alla fine.
E ‘un libro sulla microcriminalità, le frustrazioni quotidiane dei poveri lavoratori egiziani che vivono nella quasi impraticabile metropoli del Cairo. È un libro per farti sentire in colpa se hai mai provato a contrattare sulla tariffa di un taxi in un qualsiasi paese povero.
I tassisti di Khamissi’s cadono sotto il corrotto autoritarismo dittatoriale, ma sono troppo occupati a cercare di guadagnarsi da vivere che non fanno nulla. Pagano mazzette ai poliziotti piuttosto che perdere giorni di guadagno, intrappolati nel labirinto della burocrazia Egiziana, per pagare una multa. Si addormentano al volante dopo aver lavorato 72 ore non-stop per pagare le rate delle loro auto.
Un tassista piange perché non può permettersi l’operazione necessaria a far cessare il suo mal di schiena, causato dal suo lavoro al volante.
Khamissi attribuisce il successo di Taxi alla luce che fa risplendere sugli angoli bui della società egiziana. Lavoro artigianale di 57 conversazioni con i tassisti, il libro si propone di trasmettere la cruda verità dell’Egitto, di cui di solito si parla in privato.
“Ho cercato di annullare l’autocensura che ogni scrittore egiziano fa. In Egitto viviamo la nostra vita in una gigantesca auto-censura”, ha detto in un’intervista all’ ufficio Cairota dell’impresa di investimenti dove lavora.
Diversi redattori sono stati recentemente condannati al carcere per esprimere alcune delle opinioni espresse dagli anonimi tassisti di Khamissi, ma Khamissi non ha avuto alcun problema con le autorità.
Il suo tassista deride il governo, racconta crude barzellette per screditare il sistema. Uno dice che vorrebbe vedere i fuorilegge fondamentalisti islamici Fratelli musulmani al potere, anche se non prega o non va alla moschea. “Perché abbiamo provato di tutto”, egli spiega.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Taxi
di Sasha Simic (da Socialist Review, marzo 2008)
Circa 80000 taxi girano per le strade del Cairo. Le martoriate macchine in bianco e nero attraversano in modo caotico le strade della capitale Egiziana, sono così onnipresenti che è facile dimenticare che ciascuno di essi trasporta almeno una storia umana.
L’anno scorso il giornalista egiziano Khaled Al Khamissi ha raccolto 58 conversazioni che ha avuto con i tassisti in un libro. Il risultato – Taxi – è stato un best-seller immediato. E ‘un meraviglioso lavoro, che cattura la lotta giornaliera dei lavoratori nel moderno Egitto, attraverso le loro stesse parole.
I governanti egiziani hanno abbracciato con entusiasmo il neoliberismo rendendo la vita molto più difficile per la popolazione. I tassisti di questo libro sono giovani e meno giovani, religiosi e laici, rappresentanti di diversi gruppi provenienti da tutta la società egiziana, ma ognuno lotta per sopravvivere nella sua “pesce mangia pesce” società.
Semplicemente cercare di rinnovare la patente di guida diventa un incubo di burocrazia e corruzione che non trova in Kafka un rivale. La maggior parte di loro odia il dittatoriale presidente Hosni Mubarak, e disprezza i ricchi egiziani. Molti capiscono che cosa le sfrenate forze del mercato hanno fatto alla loro vita: “Sono come un pesce e il taxi è come un contenitore di pesce… E ‘vero io guido in giro per tutto il giorno, ma vedo solo la parte interna del mio taxi, i miei limiti Sono le finestre del taxi. La Vita è una prigione, che termina nella tomba”.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Le confessioni dei tassisti del Cairo
di Omayma Abdel-Latif (da Book Review, Foreign Policy, settembre/ottobre 2007)
Nel mese di luglio, quattro mesi prima della sua scomparsa, lo studioso Alain Roussillon espresse profonda preoccupazione per l’aumento delle tensioni nella società egiziana. Esse riflettono il ritorno della “questione sociale” nella politica egiziana. La più grande minaccia per il regime, ha suggerito, non è stata la Fratellanza musulmana o di qualsiasi altro gruppo di opposizione, ma piuttosto l’atteggiamento della popolazione verso di essa. A giudicare dai più di 200 sit-in, gli arresti, gli scioperi della fame, e le dimostrazioni che si sono verificate in tutto il paese solo lo scorso anno, gli egiziani esprimono sempre più autentiche rimostranze contro il loro governo.
Ma non avrebbe senso, la paura o la rabbia della maggior parte degli egiziani che ascolta le élite politiche del paese parlare a seminari e saloni. Come in molti paesi di tutto il Medio Oriente, è la ” lingua della strada “, che spiega i modi in cui la maggioranza degli egiziani pensa e si comporta politicamente. Forte come sono numericamente, la maggioranza dei cittadini del paese rappresenta un Egitto la cui voce non è ascoltata.
Quindi, Khaled Al Khamissi, uno scienziato politico egiziano trasformatosi in sceneggiatore e giornalista, ha messo in atto il modo di decifrare gli atteggiamenti politici della persona media sulle strade arabe, ha deciso di parlare con le persone che passano le loro giornate alla guida: i tassisti Del Cairo. Essi hanno il privilegio di mischiarsi con persone provenienti da tutto lo spettro sociale, e in quanto tali, le loro opinioni spesso riflettono il pensiero di al-ghalaba, un termine popolare coniato per riferirsi agli strati più bassi della società, coloro che vivono ai margini della politica e sono colpiti da essa. Durante il suo anno di viaggi quasi esclusivamente in taxi, Khamissi è giunto a credere che alcuni tassisti offrono un’analisi molto più profonda degli analisti politici, e che sono importanti barometri degli umori popolari e delle rimostranze contro il governo.
Il risultato della sua ricerca è Taxi, un romanzo pubblicato a gennaio (2007) e diventato già un best-seller, con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui le 3000 copie sono considerate come un successo Ma invece di tessere insieme un ben definito intreccio narrativo o un’avventura, Khamissi ha prodotto una serie di vignette di diverse esperienze di tassisti, nel tentativo di catturare l’immagine il più ampia possibile dell’altra faccia della politica egiziana. Per questo motivo, e forse anche per proteggere i caratteri “identità”, i tassisti che egli introduce in taxi sono figure composite, prodotti fittizi del suo tempo trascorso a parlare di tutto, dall’ economia e educazione alla salute e la politica.
L’interesse Egiziano per il libro non dovrebbe sorprendere. Anche se vi è stato un diffuso lavoro accademico per tentare di capire “cosa è successo agli egiziani,” il romanzo di Khamissi spicca. Il suo approccio improbabile, la lucida prosa, e un raro spaccato sulla coscienza popolare rende Taxi forse la più interessante delle opere che la cronaca sociale e le trasformazioni politiche Egiziane hanno prodotto nel corso degli ultimi cinque decenni.
Naturalmente, è utile la sua scelta di documentare la “strada” in uno dei momenti più politicamente pieni della recente storia egiziana. Per la prima volta nel corso dei decenni, il dissenso popolare non è stato diretto principalmente contro Israele o gli Stati Uniti, ma contro un avversario interno-lo stato, la sicurezza e i sistemi che controllano i centri nervosi del regime. Dall’ aprile 2005 al marzo 2006, Khamissi ha guardato la strada emergere come centro della scena politica, da proteste anti-regime, dimostrazioni, elezioni, e aberranti scene di violenza commesse contro i manifestanti.
Aveva una frontale, più esattamente, vista da dietro le quinte delle reazioni egiziane al primo movimento indipendente di protesta che sfidava il regime del Presidente Hosni Mubarak. Bisognava seguire Una serie di eventi politici, compreso il paese alle prime elezioni presidenziali, con ben nove candidati che concorrevano al posto di presidente. (Non che questo abbia fatto qualche differenza.) Poi sono arrivate le elezioni parlamentari in cui la Fratellanza musulmana ha vinto 88 seggi, dopo dure, violente battaglie e misfatti del partito al potere. L’anno ha visto anche la strada diventare il cuore della battaglia tra i giovani sostenitori di Mubarak e i suoi oppositori.
E in tutto questo Khamissi guardava e ascoltava i tassisti, che sono spesso insegnanti, ragionieri, avvocati di formazione, ma il cui paese non è in grado di offrire un lavoro adatto alla loro istruzione. Indignati dall’ austerità economica e guidati dal malcontento delle classi inferiori impoverite, i tassisti stanziati nel loro piccolo spazio pubblico per sfogare la loro rabbia e frustrazione contro il governo e agli stranieri che aderiscono a simili rimostranze. La genialità di Taxi è che coglie il punto in cui il taxi cessa di essere solo un mezzo di trasporto e diventa invece uno spazio di dibattito e di scambio, in un momento in cui tutti gli altri spazi pubblici, tra cui la stessa strada, erano diventati inaccessibili sotto la Brutale forza della polizia di Stato.
Nel mezzo di questa tumultuosa atmosfera, Khamissi ha lanciato grandi intuizioni nella schizofrenica relazione tra gli egiziani e lo stato. Vi è allo stesso tempo un disprezzo profondamente radicato per l’autorità, ma anche una schiacciante paura che li blocca a ribellarsi contro di essa. Alcune teorie datano questo conflitto indietro nel tempo, al tempo dei faraoni, rilevando che l’Egitto è sempre stato un forte stato interventista, e gli egiziani hanno quasi religiosamente temuto e adorato la sua autorità dagli albori del paese. Khamissi ricrea un incidente che riflette questo rapporto ambivalente attraverso un tassista che insulta il Ministero degli interni, simbolo di oppressione per molti, ma allo stesso tempo dice che lo rispetta.
In un altro episodio, Khamissi offre una semplice risposta sul motivo per cui gli egiziani non aderiscono alle proteste di piazza, nonostante la loro sofferenza e la miseria. ” ora Tutto ha perso il suo significato “, dice un autista. “Duecento persone sono circondate da due mila ufficiali di leva.” Anche se, come dice Khamissi, la percezione popolare del governo è che “è debole, corrotto, e terrorizzante. Se ci si soffia sopra, cade a pezzi “, dicono diversi tassisti. Ma se questa è la percezione dominante, perché non si uniscono contro di essa? Spiegando la cronica apatia politica degli Egiziani, un tassista commenta: “Il problema è che in noi egiziani, il governo ha piantato i semi della paura di morire di fame. Questo ci fa pensare solo a noi stessi, e la nostra unica preoccupazione è come far quadrare il bilancio. ” Stiamo vivendo una menzogna, e il ruolo del governo è quello di assicurarsi Che noi continuiamo a crederci. “
Tra i tassisti a cui da voce Khamissi, la questione economica resta in gran parte il vero mal di testa- con stipendi che sono appena sufficienti per le necessità di base e le variazioni dei prezzi sono una routine quotidiana. I tassisti danno la colpa al governo, che pensa solo ai “ricchi turisti”. “Il piano reale del governo è di farci uscire dal paese. Ma se lo facciamo, non avrà nessuno da imbrogliare e da derubare. “Non esattamente il tipo di realtà che si può avere da saloni o dagi incontri di riflessione sulla democratizzazione in Medio Oriente al Cairo.
Questo è esattamente il motivo per cui Khamissi ha colpito. Più di tutto, i suoi racconti suggeriscono che vi è un grande magazzino sociale di rabbia e frustrazione contro lo status quo. La triste realtà è che, se la rappresentazione del Cairo di Khamissi è vera, vi sono scarse probabilità che la loro scontentezza sia presto trasformata in una forza per il cambiamento di una società, il cui sviluppo è stato bloccato per tanto tempo.
Omayma Abdel-Latif è coordinatore di progetti presso il Carnegie Endowment for International Peace’s Middle east Center a Beirut.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Un taxi cairota guida con uno scrittore seduto nel sedile posteriore
di Scott Jagow (da Marketplace, 3 marzo 2008)
Khaled Al Khamissi ha trascorso un anno parlando con i tassisti su e giù per il Cairo. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di una frustrata classe operaia. Scott Jagow seduto in un taxi con lui per sentire di più e vedere la città.
Scott Jagow: Questa è la strada Cairota. Caotica e inquinata, certamente. Ma anche piena di vita. La prossima settimana, vi mostreremo il Medio Oriente al lavoro. Come le persone fanno affari in questa parte vitale del mondo. La prima persona che ci soddisfa è Khaled Al Khamissi. Ha trascorso un anno al Cairo in giro sui taxi – semplicemente parlando ai loro conducenti. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di un frustrata classe operaia. Abbiamo preso un taxi con lui per sentirne di più.
Ma, dal momento che questo è l’Egitto, prima di tutto negoziamo la tariffa con il conducente. Una volta che ci siamo sistemati, ho chiesto a Khaled che dice il suo libro dell’Egitto, e della gente del Cairo.
Khaled Al Khamissi: Molte persone parlano di oppressione in termini di oppressione politica. Ma che cosa si soffre qui in Egitto, è l’oppressione economica. L’Egitto ha un potenziale, e questo potenziale è andato perso al 100 per cento.
Jagow: Un cento per cento. Suona piuttosto senza speranza.
Al Khamissi: Sì. Penso che ci troviamo in una situazione senza speranza, e la gente deve lavorare 20 ore al giorno per sopravvivere.
Jagow: Khaled, puoi raccontarmi una storia, una che potrebbe rappresentare il libro?
Al Khamissi: posso dirti una storia. È la storia di un tassista. Mi ha detto che un funzionario di polizia, dopo un’ora in taxi, gli chiese, “Dammi la tua carta di identità “. Ed egli sapeva che voleva dei soldi. E poi gli ha dato 5 sterline. E il funzionario ha detto: “Questo non è abbastanza”. E allora gli ha dato 10 sterline. E queste 10 lire sono gli unici soldi che questo tassista ha guadagnato in cinque o sei ore ‘di lavoro.
Jagow: Alla fine del libro, dopo la lettura di tutte queste storie in cui si sentiva un senso di disperazione, l’ultima storia sembrava avere qualche speranza. Hai sentito un senso di speranza alla fine, quando stavi finendo il libro?
Al Khamissi: certamente – non si può vivere senza speranza. Credo che il popolo egiziano ha il grande potere di scherzare giorno per giorno. Questa è anche la nostra speranza – la nostra vera speranza.
Jagow: Puoi dirmi uno degli scherzi, per voi rappresentativi?
Al Khamissi: posso dirvi la barzelletta del giorno.
Jagow: OK, abbastanza equo.
Al Khamissi: Al Cairo ci sono 18 milioni di persone, e 18 milioni di persone in una sola città è molto. Voglio andare lì – per cinque minuti di lavoro, e tre ore di macchina.
Jagow: Che somma da record.
Al Khamissi: Hahaha.
Jagow: Khaled, la ringrazio molto, è stato un piacere viaggiare in taxi con te.
Al Khamissi: Grazie a te, il piacere è il mio.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Reportage dai taxi egiziani. Ed è bestseller
di Paolo Casicci (da Il Venerdì di Repubblica, numero 1042, 7 marzo 2008)
ON THE ROAD Un cronista ha raccolto storie e sfoghi sulle auto pubbliche del Cairo
Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi. Il volume raccoglie cinquantotto racconti che l’autore, scrittore e giornalista del Cairo, classe ‘62, una laurea in Scienze politiche alla Sorbona, ha scritto dopo avere circolato per un anno nella propria città solo a bordo di auto pubbliche. Raccogliendo, così, lo sfogo dei conducenti, campionario umano molto rappresentativo della crisi sociale in corso nel Paese del presidente Hosni Mubarak. Il linguaggio del libro è quello della strada, e i racconti alternano ironia e amarezza. Uscito in patria un anno fa, Taxi è stato ristampato sette volte e sta per essere tradotto in inglese, francese e italiano. Da noi, uscirà dopo l’estate per l’editore il Sirente de L’Aquila.
Per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero
L’inviato del Marketplace Morning Report Scott Jagow vaga per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero con Khaled Al Khamissi, autore di “Taxi”. Khamissi è stato per un anno intero girando il Cairo a bordo di taxi e parlando con gli autisti. Questo libro racconta le storia della classe operaia frustrata dell’Egitto.
[http://www.vimeo.com/740107/l:embed_740107]
Clementi pensieri dal carcere
(da Il Mattino, Cultura Napoli del 07/03/2008)
Si intitola «Pensieri dal carcere» il libro di Pierre Clémenti, uscito in Francia nel 1973 e ora pubblicato in italiano grazie alla casa editrice Il Sirente de L’Aquila (pagg. 143, euro 12,50), che sarà presentato oggi a Napoli, presso la libreria L’ibrido di via San Sebastiano. Figura-simbolo della ribellione, della trasgressione e dell’anticonformismo, Clémenti (morto a 57 anni nel 1999) ebbe una vita alquanto spericolata. Interprete negli anni ’60-’70 di film in cui divenne un’icona della controcultura, nel decennio tra il 1961 (quando sbarcò alla Stazione Termini a Roma) fino al 1971, quando fu arrestato per detenzione di droga, trascorse più tempo in Italia che in Francia.
Taxi: cuori palpitanti, cuori malati del Cairo
di Daikha Dridi (da Babelmed, 23/05/2007)
Si tratta di un piccolo libro che non si può veramente inserire un una categoria precisa, scritto da un regista che ha deciso di parlare agli abitanti del Cairo dei loro tassisti e che ha avuto un tale successo nelle librerie del Cairo, che è stato ristampato per la terza volta in pochi mesi. Taxi (Conversazioni in viaggio) di Khaled El Khamissi è in primo luogo una sorprendente idea di semplicità: 58 storie di conversazioni con i tassisti del Cairo, che l’autore ha messo insieme nel giro di un anno. Non c’è bisogno di aggiungere, che l’autore-narratore ha preferito scomparire dietro le parole dei taxi driver: le situazioni che Khaled al Khamissi racconta con minuziosità e semplicità non hanno bisogno di imballaggio o di rivestimento esplodono davanti ai nostri occhi con tutta l’evidenza che non ci prendiamo mai la briga di scrutare. La cosa ancor più degna di nota è che l’autore, che non nasconde nella sua introduzione il suo affetto per i tassisti, spesso odiati e stigmatizzati dai Cairioti, non è idealizzato e semplicistico. I tassisti non sono fatti tutti della stessa pasta, alcuni ci emozionano, alcuni ci fanno ridere fino alle lacrime, altri sono odiosi o addirittura assolutamente detestabili.
Nella sua introduzione, l’autore inizia ricordando quello che spesso i clienti dei taxi dimenticano, quando prendono un taxi al Cairo: “Nella stragrande maggioranza i tassisti fanno parte della classe sociale economicamente più svantaggiata, la loro professione è spossante, lo stare continuamente seduti in auto demolisce le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo distrugge il loro sistema nervoso, i perpetui ingorghi li stancano mentalmente e la corsa dietro i mezzi di sussistenza – corsa nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi, aggiungete a questo le trattative le controversie con i clienti circa l’importo da pagare, in assenza di prezzi standard e le molestie da parte della polizia, che rispetto ai metodi del Marchese de Sade non sono niente”.
Sono più di 80000 al Cairo che girano giorno e notte, una delle poche città al mondo dove indipendentemente dall’ora, a tarda notte o di mattina presto, qualunque sia il quartiere in cui si trovano, è garantito vedere un Taxi passare, e sono, dice Khamissi “come una vasta gamma della società che va dagli analfabeti ai laureati (non ho finora incontrato un tassista con un dottorato di ricerca).” Le loro privazioni materiali, che sospettano, ma su cui raramente si soffermano, Khamissi le rende con una sorprendente intimità, le storie della loro vita o i piccoli aneddoti che la dicono lunga e che vengono spesso raccontati con humor, un umorismo che gli invidiamo, in quanto è educatamente disperato . Il più anziano tra i tassisti incontrati da Khamissi, un vero monumento, che lavora da 48 anni e al quale l’autore chiede divertito “la morale della sua storia”, dopo tanti anni passati in un taxi, risponde: “Una formica nera su una roccia nera in una notte buia Allah l’aiuta… “
Ma l’intimità di questa miseria non è raccontata timidamente, si svolge davanti ai nostri occhi confusi dalla forza e dalla semplicità delle parole di queste persone che hanno smesso di lamentarsi già da molto tempo. Uno di loro è riuscito a sventare tre incidenti durante il viaggio con lo scrittore, addormentandosi alla guida, perché apprendiamo “che sono tre giorni da quando sono entrato nel taxi e non sono più uscito, mi restano solo tre giorni prima della scadenza per il pagamento dell’auto. Mangio qui, bevo qui, non lascio la macchina se non per urinare, e non dormo, non posso tornare a casa perché viviamo di quello che guadagno in un giorno, se rientro a casa dovrei spendere per far mangiare i bambini e mia moglie “.
Ma lungi dal fare di Taxi un saggio sull’indigenza dei tassisti del Cairo, Khamissi ci trasmette anche il loro pensiero sulla situazione nel loro paese, la derisione sul loro leader, la loro rabbia contro la corruzione nella polizia. Ad un tassista visibilmente arrabbiato, il narratore chiede gentilmente cosa c’è che non va, il tassista inizialmente dirige la sua rabbia contro Khamissi poi accetta di dirgli tutto: “Ho preso un cliente a Nasr City che mi ha chiesto di portarlo a Mohandissine (dall’altra parte della città, Ed), quando siamo arrivati dopo un traffico micidiale e tutto il resto, non sapevo che era un poliziotto, scendendo si è messo a gridare: ‘la patente figlio di un cane! “. Gli ho chiesto il perché, visto che non avevo fatto niente, gli ho mostrato la patente e gli ho dato 5 Lire, mi ha detto che non erano sufficienti, gli ho dato 10 Lire, le ha rifiutate, ha preso poi 20 Lire ed è sceso il figlio di puttana, e io giuro che è tutto quello che aveva in tasca dopo aver fatto benzina. Che Dio distrugga la loro vita come loro distruggono la nostra. “
Ma se il narratore è taciturno, ci sarà sempre un tassista per distenderlo aggiornandolo sulle ultime novità in Egitto: “Sembra che un egiziano ha trovato la lampada di Aladino, strofinandola il genio è uscito per dirgli che avrebbe realizzato qualsiasi desiderio. Lui ha chiesto un milione di Lire. Il genio della lampada gliene da solo 500. Perché? Protesta l’uomo, il genio risponde, il governo ha un business con la lampada facciamo fifty-fifty “.
Altri ancora dicono a Khamissi che piangono per l’Iraq, ci avevano vissuto prima dell’invasione americana e ora hanno la sensazione ingrata di non poter fare niente per aiutarli “gli iracheni ci hanno sempre accolto con un incredibile ospitalità, e ora che hanno bisogno di noi, li guardiamo morire da lontano. “
L’Iraq è molto presente nelle bocche dei tassisti Cairoti e anche l’America: “bisognerebbe fare e parlare come gli americani: eliminiamo la parola ‘Americani’ e diciamo ‘bianco protestante irlandese d’america’, ‘Nero musulmano d’america ‘,’ ispanico d’america ‘,’ nero protestante d’america ‘, esattamente come loro dicono; cento sciiti d’Iraq sono morti, due sunniti d’Iraq sono morti e i figli di puttana dei nostri giornalisti, ripetono per tutto il giorno la stessa cosa. Io ascolto La radio tutti i giorni e mi avvelena il corpo ascoltare queste cose “.
Khaled Khamissi ci fa visitare un Cairo vivo, attraverso porzioni di reale, che non corrispondono né ad un’immagine asettica che il governo vorrebbe dare a milioni di turisti che visitano ogni anno la città, né fantasmi letterari o cinematografici prodotti da un certo numero di scrittori o registi Egiziani. La scrittura di racconti brevi, che siano divertenti o deprimenti, storie che raccontano i tassisti sono uno dei migliori documentari che è stato fatto sul Cairo. Non vi è alcun dubbio che l’autore dedica il suo libro “alla vita, che abita le parole della povera gente, forse quelle parole riempiranno il nulla che abita in noi da tanti anni”.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici
(da Baheyya: Art Commentary Media)
“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”, ha detto il libraio a proposito di Taxi di Khaled al-Khamisy. Ha ragione su una cosa: è impossibile lasciarlo un attimo (ma i miei amici dovranno acquistare le loro copie da soli). Si tratta di una semplice, ma profonda idea graziosamente composta artificiosamente messa in atto. In un primo momento, non mi convinceva il potenziale di cliché, che la raccolta di storie di tassisti del Cairo avrebbe condensato. L’idea è geniale, il prodotto potrebbe essere disastroso. Mi aspettavo pagine paternalistiche, un trito e ritrito di “analisi”, o prediche di morale, o una superficiale esposizione il cui unico scopo è quello di mostrare la brillantezza dell‘autore. Ma dalle prime pagine, lo sceneggiatore, scrittore e scienziato politico Khaled al-Khamisy rende perfettamente chiaro che è un ottimo ascoltatore e un fedele trascrittore, con un fine orecchio per la comicità, e un orecchio acuto per le storie tragiche dei taxi Driver. In altre parole, l’autore fortunatamente ci fa il favore di trattenere la sua sentenza e si astiene da conferenze, ci trasmette le conversazioni senza giudizi, ricche di humour, pathos, e sorprendente intuizione.
Il libro include le conversazioni con gli autisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, anno in cui l’autore si basava quasi esclusivamente sui taxi per muoversi in giro per la città. Questo lo ha esposto allo scenario umano incredibilmente variegato che costituisce i tassisti della capitale. Chiunque usi i taxi e presta la minima attenzione sa che non esiste più un prototipo di taxi driver (se mai c’è stato). L’elevato tasso di disoccupazione e sottoccupazione, l’aumento del costo della vita, e la legge del 1990 che consente ad un veicolo di qualsiasi anno di essere trasformato in un taxi hanno cospirato facendo aumentare drammaticamente il numero e la diversità dei taxi e dei loro autisti (80000 taxi considerando solo il Cairo, senza la sua periferia, dice al-Khamisy). I tassisti ora sono i colletti bianchi dei dipendenti statali, i professionisti dai colletti blu-nero, e gli studenti universitari. Sono di varie fasce di età, da un conducente che ha appena ottenuto la patente a uno che guida dal 1940. Una buona porzione di tassisti hanno svolto studi universitari, e tutti hanno storie da raccontare.
Dopo una breve e agile introduzione, al-Khamisy procede a raccontare 58 incontri con i tassisti di tutti i ceti sociali (compresa una disputa fin troppo credibile tra un taxi driver e la figlia dell’autore di 14 anni che prendeva il taxi da sola per la prima volta). Le storie sono testuali, atmosferiche, e molto diverse, vanno dalle descrizioni delle aspre lotte per ottenere un qualche soldo guidando un taxi in condizioni estremamente negative, fino ai suggestivi ricordi e alle storie personali dei tassisti (particolarmente toccante è il film “buff” che per 20 anni non era riuscito ad entrare in una sala cinematografica), alla critica sociale e alle analisi (specialmente interessanti sono i tassisti che criticano la funzione degli spot televisivi, e il conducente che fa una penetrante analisi della diminuzione delle proteste in Egitto dal 1977) , Alle speranze e alle aspirazioni dei tassisti (il tassista che sogna ad occhi aperti un viaggio intorno al continente africano).
Una delle più notevoli, divertenti e penetranti serie di storie sono quelle dedicate alla politica, in particolare quelle conversazioni che si occupano di Hosni Mubarak, e delle sue elezioni presidenziali. E qui va il grande credito a ‘al-Khamisy che trascrive fedelmente sia quelle opinioni a favore sia quelle contro il perenne presidente, e così facendo indica un punto sottile: è sbagliato generalizzare l’opinione pubblica egiziana rifacendosi a poche decine di esempi, o trattando i tassisti come “autentiche” voci di “strada”. Per fortuna, questo tipo di esistenzialismo e finto-populismo è completamente assente dal libro. Per qualiasi corrispondente e “analista” estero che ritiene che il “polso della strada egiziana” si percepisca attraverso il semplice scambio di poche parole con un tassista, Il libro di al-Khamisy è un potente rimprovero. Infatti, una delle sue grandi virtù è di salvare i pareri dei taxi-driver da analisi profonde e salvare gli stessi taxi-driver dall’onere di rappresentare alcune scontante, confortanti, ma inesistenti definizioni di “uomo qualunque”.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
Le peripezie di un passeggero in un taxi cairota
di Soheir Fahmi (da Al-Ahram Hebdo)
Attraverso una serie di conversazioni con i tassisti del Cairo, Khaled el Khamisi ci immerge in un mondo nel quale è possibile toccare con mano le preoccupazioni della gente semplice, la loro saggezza, il loro humor e il loro sguardo sul mondo della politica. Un testo che la dice lunga sullo stato della società egiziana e del mondo che la circonda.
I taxi del mondo sono tutti diversi. I tassisti del mondo sono tutti diversi. Essi rappresentano indubbiamente il luogo dove si svolgono i loro via vai continui. Essere un tassista in una metropoli come il Cairo è una professione unica. Irritante ed entusiasmante allo stesso tempo. All’interno di queste vetture, spesso in cattive condizioni a causa degli infiniti ingorghi e delle interminabili attese, inizia la conversazione tra il tassista e il suo cliente. Conversazione, che può toccare tutti gli aspetti della vita, ma che spesso ruota attorno alla politica e alle questioni sociali che vive l’Egitto. Khaled el Khamisi, con sobrietà e moderazione, ma anche con umorismo, va a caccia del mondo interiore e del pensiero di questi uomini, che sono i portavoce di un significativo strato di egiziani. A piccoli tocchi costruisce un quadro sfumato di questi uomini che subiscono l’inquinamento e il caos della strada egiziana. Parlare di ciò che li preoccupa gli da modo di trascendere un quotidiano che li violenta. Il diluvio di parole che emettono è spontaneo e disordinato. Tuttavia, suggerisce una sapienza di vita e uno sguardo originale sulla realtà. Khaled el Khamisi si mette all’ascolto di questi emarginati dalla vita politica, che in modo semplice e in poche frasi svelano le preoccupazioni di tutti i giorni. Si pongono domande, ma per la maggior parte dichiarano avere delle posizioni ferme. Contro o per Mubarak contro gli Stati Uniti e dalla parte dei palestinesi e degli iracheni, contro la corruzione e a favore dei non abbienti di cui fanno parte, contro il potere e la polizia, contro i proprietari di auto e dalla parte degli altri taxi Driver e delle partite di calcio. Sotto la penna di Khamisi, finiscono per realizzare un affresco in cui, come in un puzzle, i vari pezzi sono stati messi al loro posto. Ciononostante, il cliente, in questo caso, Khaled Khamisi, non è un semplice passeggero impersonale e imperturbabile. Attraverso vari quartieri del Cairo, come tutti i passeggeri in un taxi Cairota, tesse un certo legame con l’autista. Legame, che forse ha l’obiettivo di superare un soffocante “qui e ora”, contro il quale sono indifesi. Una saggezza che gli egiziani, attraverso le loro lunghe peripezie con le autorità hanno imparato a conoscere.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)



