L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi

Marzo 27, 2008 at 5:20 pm (Estratti) (, , , )

Quel giorno di Settembre la notizia uscì sui giornali.
Le tipografie avevano stampato metà riga a lettere sfuocate: “Una donna è uscita in vacanza e non è tornata”.
La scomparsa di persone era un fatto normale.
Come ogni giorno spunta il sole, così escono i giornali, nella cui pagina interna si trova l’angolo delle notizie riguardanti le persone.  La parola “persone” può essere rimossa o sostituita con un’altra parola, senza che assolutamente nulla cambi. Le persone. Il popolo. La nazione. Le masse. Parole che significano tutto e niente contemporaneamente.
In prima pagina vi era una foto a colori e a grandezza naturale di Sua Maestà, dal titolo grande: “Il festeggiamento per il compleanno del re”.
La gente sfregò gli occhi, dagli angoli delle palpebre infiammati, e girò pagina dopo pagina, sbadigliando fino a far schioccare le ossa delle mascelle.
La notizia comparve nella pagina interna, si vedeva a mala pena ad occhio nudo.
“Una donna è uscita in vacanza e non è ritornata”.
Le donne non erano solite prender giorni liberi. Se una donna usciva, lo faceva per assolvere ad incombenze urgenti e per poter uscire era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto del marito o timbrato dal suo datore di lavoro. (p.5)

Non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo poteva partire e non tornare per sette anni, e solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di separarsi da lui.
Gli uomini della polizia si mobilitarono nella sua ricerca, si stamparono volantini ed annunci sui giornali chiedendo il suo ritrovamento, viva o morta, ed annunciando una generosa ricompensa da parte di Sua Maestà il Re.
“Che legame c’è tra Sua Maestà e la scomparsa di una donna comune?”.
Era risaputo che nulla al mondo poteva accadere senza l’ordine, scritto o non scritto, di sua Maestà.
Sua Maestà, infatti, non sapeva né leggere né scrivere, e questo era un segno di distinzione. Quale era infatti il vantaggio di leggere e scrivere?
I profeti non sapevano né leggere né scrivere, era quindi possibile che il Re fosse migliore di loro?
Vi era anche la macchina da scrivere, che funzionava ad elettricità.
Una nuova macchina da scrivere invece funzionava a petrolio e scriveva in tutte le lingue.
Dietro la macchina per scrivere si trovava una sedia girevole di pelle, su cui sedeva il commissario di polizia, e dietro la sua testa pendeva dalla parete un’immagine ingrandita di sua Maestà, in una cornice d’oro, dai bordi decorati con le lettere del testo sacro.
“Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza?”. (p.6)

Suo marito serrò le labbra in silenzio, i suoi occhi si spalancarono come chi all’improvviso si sveglia dal sonno. Indossava il pigiama, i muscoli del suo viso erano flosci, con la punta delle dita sfregò gli occhi e sbadigliò.
Sedeva su una sedia di legno, fissata al pavimento.
“No”
“Avete litigato?”
“No”
“Ha mai lasciato la casa coniugale?” (Nota: ”sottomissione” e “ubbidienza” hanno lo stesso significato di tetto coniugale e casa del marito)
“No”
L’indagine si svolgeva in una stanza chiusa, una lampada rossa era appesa alla porta. Nulla poteva uscire ai giornali. I rapporti venivano conservati dentro una cartella segreta, dalla copertina nera, su cui era scritto: “Donna che esce in vacanza”
Il commissario di polizia era seduto sulla sedia girevole, su cui girò e si trovò con la schiena verso la parete e l’immagine di Sua Maestà. Di fronte a lui si trovava l’altra sedia, fissata al pavimento, su cui sedeva un altro uomo, non suo marito ma il suo datore di lavoro.
“Era una di quelle donne ribelli e disubbidienti all’ordine?”
Il datore di lavoro aveva accavallato le gambe, tra le sue labbra aveva una pipa nera, che si curvava in avanti come il corno di una mucca. I suoi occhi erano fissi verso l’alto. (p.7)

“No, era una donna assolutamente ubbidiente”
“E’ possibile che sia stata rapita o violentata?”
“No. Era una donna normale che non provocava in nessuno il desiderio di violentarla”
“Che cosa significa?”
“Intendo dire che era una donna sottomessa, che non provocava il desiderio di nessuno”
Il commissario di polizia annuì con il capo in segno di comprensione. Girò sulla sedia e la sua schiena si trovò di fronte al datore di lavoro ed iniziò a battere sulla macchina per scrivere. Si diffuse uno strano odore di gas bruciato. Allungò il braccio ed accese il ventilatore, poi girò di nuovo sulla sedia.
“Crede che sia fuggita?”
“Perché fuggire?”
Nessuno sapeva perché una donna poteva fuggire. Se fosse fuggita, dove sarebbe andata? Sarebbe fuggita da sola?
“Pensa che possa essere fuggita con un altro uomo?”
“Un altro uomo?”
“Sì”
“Non è possibile. Era una donna assolutamente rispettabile, non le interessava altro che il lavoro e la ricerca”
“La ricerca?” (p.8)

“Lavorava nell’unità di Ricerca, presso il Dipartimento di Archeologia”
“Archeologia. Che cosa significa?”
“Sono i monumenti antichi che vengono scoperti scavando la terra”
“Ad esempio?”
“Statue di divinità antiche come Amoun e Akhenaton, o di dee antiche come Nefertiti e Sekhmet”
“Sekhmat? Chi è ?”
“L’antica dea della morte”
“Dio ci protegga!”
Arrivò la notizia dal capo di una delle lontane stazioni di polizia: era stata avvistata una donna che si stava imbarcando su un battello.
La donna portava sulle spalle una borsa di pelle dalla lunga tracolla, sembrava una studentessa o una ricercatrice universitaria, era completamente sola, senza alcun uomo. Dalla borsa spuntava qualcosa dall’estremità di ferro appuntita, sembrava uno scalpello.
Il commissario di polizia s’irrigidì e sulla sua fronte comparvero delle gocce di sudore. Premette sul pulsante nero e la velocità del ventilatore aumentò, la base del ventilatore girava su se stessa e l’aria della stanza era asfissiante.
“Era una donna normale?” (p.9)

Sulla sedia di legno fissata al pavimento sedeva uno psicologo. La sua bocca si piegava a sinistra mentre la pipa dal corno piegato pendeva a destra, mentre gli occhi erano fissi verso l’alto, un po’ più in alto della parete, dove si trovava l’immagine rinchiusa dentro la cornice d’oro.
Soffiò il fumo intensamente sulla faccia di Sua Maestà, poi avvertì l’ansia e girò la testa in direzione del ventilatore ed abbassò le palpebre.
“Non credo che fosse una donna normale”
“Si riferisce al suo interesse per la ricerca?”
“Sì, spesso ciò che porta la donna ad interessi che esulano dalla casa, è una malattia psicologica”
“Che cosa intende?”
“Una giovane donna che si dedica ad un lavoro inutile, come collezionare statue antiche!? Non è forse un segno di malattia, o almeno di deviazione?”
“Deviazione?”
“Questo scalpello rivela ogni cosa”
“Come?”
“La donna per compensare i suoi desideri che non sono stati soddisfatti, prova piacere nell’affondare la testa dello scalpello nella terra, come se fosse il pene dell’uomo”
Il commissario di polizia sussultò sulla sedia e girò diverse volte su se stesso, come il ventilatore. (p10)

Le sue dita s’irrigidirono sulla macchina per scrivere mentre batteva la parola “pene dell’uomo”. Smise di scrivere e si girò con un movimento veloce.
“La questione diventa seria”
“Sì, lo è. Ho alcuni studi su questa malattia. La donna, dalla sua infanzia cerca inutilmente questo “pene”, e per la disperazione trasforma questo desiderio in un altro”
“Un altro desiderio? Quale ad esempio?”
“Ad esempio quello di guardarsi allo specchio, è una sorta di amore folle verso se stessa”
“Dio me ne scampi!”
“La donna è incline all’isolamento e al silenzio, e a volte prova il desiderio di rubare”
“Rubare?”
“Furto di oggetti rari e statue antiche, specialmente statue di dee femminili, è attirata da persone del suo stesso sesso e non quello opposto…”
“Dio ce ne scampi!”
“Viene colta da un urgente desiderio di sparire”
“Sparire!?”
“In un altro senso, una forte attrazione verso il suicidio o la morte”
“Dio ci protegga!” (p.11)

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Il compleanno di Bakunin

Marzo 10, 2008 at 1:21 pm (Estratti) (, , )

da L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret di Norman Nawrocki (pp. 232-233) 

Festeggiamo il centottantatreesimo compleanno di Michael Bakunin a Milano, nel lussuoso Centro Anarchico Ponte della Ghisolfa, col pavimento in marmo. Chi ha detto che gli anarchici russi non vivono per sempre?

In questo concerto tiriamo giù il tetto. Mentre suoniamo, dei pezzi di intonaco vecchi di due secoli cadono addosso a noi e alla folla sfrenata. È un segnale dal paradiso degli anarchici. Con l’appoggio del coro dei cento anarchici ubriachi presenti, cantiamo Buon Compleanno al vecchio Michael, in italiano. Ognuno di loro innalza una bottiglia di vino. La festa prima del concerto è stato un rifornimento senza limiti di vino e pasta: pasta con piselli e aglio, pasta coi peperoncini piccanti, pasta coi fagioli rossi, pasta con le olive. Dopo lo spettacolo proseguiamo la festa di compleanno con bottiglie di grappa che si autoriproducono.

Chi ha detto che gli anarchici non sanno come far festa? Tra un brindisi e l’altro, intervisto una femminista anarchica studiosa di storia, e registro le canzoni tradizionali del secolo scorso che lei canta per me – canzoni di lavoratrici italiane, zoppicanti per le lunghe ore in cui stavano in piedi nell’acqua fredda delle risaie allagate, che rientravano a casa stanche morte e sottopagate, come al solito. E le raccoglitrici di riso odierne?

A mezzanotte, rinforzato dalla grappa e dallo spirito di Bakunin, mi ritrovo seduto dietro una Moto Guzzi. È una grossa moto italiana, ma mi tengo aggrappato perché la vita mi è cara. Non mi è d’aiuto sapere che quello che guida è ubriaco marcio, non aiuta il casco che mi sta male e che a ogni blocco di acciottolato mi rimbalza cinquanta volte sulla testa. Per farmi forza, canticchio una canzone che mi ha insegnato la studiosa di storia. Arriviamo illesi, e tutti e due cantiamo gli auguri di compleanno per Bakunin, barcollando dentro un tranquillo appartamento italiano. Una volta dentro, ci accoglie l’assonnata moglie del mio amico e i brindisi continuano: a Emma Goldman, a Enrico Malatesta, a Buenaventura Durruti, a Peter Kropotkin, a Noam Chomsky e a tutti gli altri anarchici che ci vengono in mente, vivi o morti.

I loro spiriti mi raggiungono per discutere, mentre vagheggio: cosa può fare un gruppo rock’n’roll anarchico per creare un mondo nuovo, libero, meraviglioso? Una musica da ballo? Una musica per occupare e prendersi le banche, i municipi, le fabbriche, le scuole, gli autolavaggi? Una musica per aiutare a trovare le alternative? Una musica che serva a preparare la grande festa del dopo-rivoluzione? Non c’è un accordo. Mi giro e mi rigiro, senza trovare riposo.

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Poznan, Polonia, Agosto 1937

Marzo 10, 2008 at 1:18 pm (Estratti) (, , )

da L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret di Norman Nawrocki (p. 32) 

Caro Franek,

ho parecchie notizie da raccontarti. Da quando sei partito, il nostro paese non è più lo stesso. I giornali parlano di una Polonia che ‘vive nella paura’. È vero.

Prego che il Canada sia più pacifico che non qui. Abbiamo paura di Hitler sì, ma anche dei suoi sicari fascisti del posto – della nostra stessa gente. Terrorizzano quelli che odiano. Spaccano le finestre dei negozi ebrei. Aggrediscono gli omosessuali per strada. Non sappiamo chi sia omosessuale. I sicari li chiamano così e li picchiano. Picchiano anche gli zingari. È terribile. Adesso denunciano chiunque chiamino ‘radicale’. Ricordi lo Zio Janousz? È l’organizzatore del sindacato anarchico a Poznan. È un radicale. Lotta per la gente e stava parlando ai comizi pubblici contro il fascismo. Una notte non è tornato a casa, è scomparso. Zia Lenowa non ha sue notizie. Preghiamo e speriamo che sia da qualche parte al sicuro.

Non sono un uomo da politica, ma la violenza di questi sicari nelle strade, questo linguaggio di odio, da mercanti di paura, questa lingua del veleno nazista mi sta facendo davvero infuriare. Mamma dice che dovrei stare attento e che devo rimanere calmo. Ma come faccio, quando vedo l’ingiustizia e sento intorno a me le menzogne?

Tutti parlano del fatto che quella canaglia di Hitler sta invadendo la Polonia. Se dobbiamo lo combatteremo, so che lo farei. Ma possiamo vincere? Hitler ha un grande esercito, con spie e leccapiedi, qui, che tradirebbero le loro stesse madri se lui glielo chiedesse. Il solo pensiero mi fa star male. Mamma va in chiesa tre volte al giorno a pregare che tutto questo finisca.

È una fortuna che tu non sia qui. Avrei voluto venire con te. Parli inglese, adesso? Hai comprato un’automobile canadese? Non abbiamo ricevuto nessuna lettera da te. Devi scrivere. Mamma è molto in ansia per te. Le prugne sull’albero stanno iniziando a maturare. Spero che mamma farà la marmellata. Forse possiamo mandartene un po’. Voleva mandarti le frittelle, ma le ho detto di no: con tutto il tempo che ci metterebbero per arrivare in Canada diventerebbero pietre. Vi servono altre pietre in Canada? Fammi sapere. Ha, ha.
Prega per noi, Franek, per favore. Ci manchi e ti mandiamo il nostro amore.

Harry

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Indispensabile premessa

Marzo 1, 2008 at 2:59 pm (Estratti, Novità) (, , , , , , )

(dall’introduzione di Taxi)

Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.

Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
(traduzione di Ernesto Pagano)

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da “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret” di Norman Nawrocki (pp. 3-5)

Febbraio 14, 2008 at 2:08 pm (Estratti) ()

I saw myself, held myself, hand to hand
Headless, I, too, walked in this strange new land.

In genere, avrei nascosto il mio diario sotto il letto, sperando che nessuno osasse guardarlo. Adesso, invece, vi chiedo di darci un’occhiata. Scorrete rapidamente le pagine. Leggete cosa succede quando quelli del mio gruppo e io decidiamo di iniettare un po’ di rock’n’roll canadese, anarchico, importato, nelle braccia aperte dell’Europa. Dal vivo, come Rhythm Activism, mettiamo in scena un cabaret politico di alto livello che assicura di scuotere, turbare e mettere in discussione. Come? Prendiamo il meglio del cabaret tradizionale europeo, lo combiniamo con il peggio della tv americana, vi gettiamo dentro una musica tradizionale e all’avanguardia piena di sorprese, aggiungiamo un po’ di farsa, costumi e maschere e rinforziamo il tutto con un messaggio sociale impegnato. Facciamo anche ballare la gente, da Berlino a New York. Sulla carta, è dura riprodurre l’energia e il puzzo di quattro ragazzi che suonano come se ogni show fosse l’ultimo, come se ogni parola, ogni movimento delle dita e delle mani contasse quanto un battito del cuore o un respiro. Sul palco, il mondo reale arretra, e si ferma. Il mal di testa scompare. Il cibo unto e nauseante prima dello show non c’è mai stato. Se non fa parte della scaletta, dimenticalo. Quello schizzo di sangue? Mettilo in scena. Il microfono inclinato, l’amplificatore fumante, la corda sfasata, i calzini umidi e sudaticci, i cavi: fottuti cavi economici in sconto, mai che funzionassero bene, maledetti – questo mondo conta. Sono cruciali le qualità di esecuzione della plastica, della gomma, del metallo, del legno, delle corde vocali, dei muscoli e delle ossa – questo è importante. Una stonatura fa male. Trecento paia di orecchie possono non farci caso, ma le tue sì. Fai un casino, e i compagni della band sanno essere implacabili. Dai di più della notte precedente e forse nessuno se ne accorge. Perché sul palcoscenico, per quell’ora o due di questa sera, conta la verità del tuo La vibrante, conta la resa, la sostanza di ciò che stiamo cercando di dire, conta ogni emozione guidata dall’istinto. Non esiste nient’altro. O almeno, questo è ciò che ci convinciamo a credere. Ma la musica, il teatro, lo slancio ad esibirsi sono solo una parte di questa storia a volte triste, a volte esilarante, di uno speciale tour europeo visto attraverso i miei occhi iniettati di sangue. Il resto – i momenti che stanno in mezzo – ha poco a che fare con il mondo della musica, della scenotecnica e della cultura d’avanguardia della band. Il resto sono ‘fiabe urbane’. Parlano della nuova sottoclasse multietnica europea: i poveri che lavorano, gli immigrati, i giovani emarginati e i vecchi che vivono nell’ombra. Per loro non ha importanza la nostra musica, non conta la nostra capacità d’interessare il pubblico, né il nostro tentativo di contribuire a promuovere la ‘resistenza culturale’. L’Europa ama gli artisti che la visitano, e ci tratta bene. Ma quando mai l’Europa è stata generosa con i rifugiati, con i Rom, con i lavoratori immigrati, con i sempre fedeli Slavi, con le donne che lavorano per le strade e i mendicanti che tengono i marciapiedi sgombri da mozziconi di sigarette e torsoli di mele? In un mondo di fantasia globalizzata, queste persone rappresentano il nuovo volto sfregiato dell’Europa: incerto e insicuro, carico di un disincanto crescente. Riflettono un’Europa in movimento, segnata da tensioni politiche e razziali nel momento in cui est e ovest, vecchio e nuovo, competono per il futuro ricordando il passato. Questo libro è stato scritto tra un soundcheck e l’altro, caricando e scaricando l’attrezzatura della band, sorseggiando birra. Ho trascorso il mio tempo con decine di ragazzini di strada, prostitute, barboni e senzatetto che incontravo sulle panchine dei parchi, nei caffè alle stazioni degli autobus e nei vicoli puzzolenti dietro ai locali in cui suonavamo. Tra cibo e bevande condivise, ascoltavo. Queste conversazioni diventavano storie vere e racconti incredibili – la realtà di gente a cui nessuno di solito dava ascolto. Benché non possa rivedere queste persone, potrebbero essere i miei vicini o i vostri, la donna licenziata la scorsa settimana o il tipo che invecchia sulla panchina alla fermata dell’autobus. Potrebbero stare fra il pubblico del nostro prossimo tour o sulla prima pagina di un giornale a chiedere a gran voce Lavoro, Cibo, Pace e Giustizia.
In questo libro ho cambiato i nomi e le caratterizzazioni dei membri della band. Tra le pagine del diario ci sono lettere di uno zio a mio padre. Pensavo che queste lettere fossero scomparse, ma sono riemerse in tempo per essere incluse nel libro. Vedete, questo non è stato un tour normale. Mio padre malato mi ha chiesto di rintracciare suo fratello di cui non aveva notizie da anni. Gli ho detto che avrei provato. Siamo un gruppo, e la nostra musica vive di video, di CD e di Internet. Ogni tanto impareremo che la nostra musica ispira gli ascoltatori, li trasforma in sostenitori e li aiuta a rafforzare o a dar vita alle loro visioni di un mondo nuovo, più libero e più onesto. Vorrei pensare che queste storie daranno pure vita a visioni diverse, anche se per un solo momento – quel momento in cui verità e finzione, realtà e sogno diventano indistinti, in cui i sogni degli stranieri, i sogni di quelli del mio gruppo, i sogni dei miei amici e i vostri sogni, cari lettori, vengono liberati, mettono radici e crescono. Unitevi a me e al Diavolo e lasciate che questo cabaret abbia inizio.

Norman Nawrocki,
Montréal, 2002

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