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Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

L’Opinione delle libertà | Mercoledì 24 agosto 2011 | Maria Antonietta Fontana |

Il libro mi ha sorpreso e sconvolto al tempo stesso. Sorpreso perché avevo vissuto personalmente ad Hillbrow tra novembre e dicembre 1984, quando mi trovavo in Sud Africa per effettuare una ricerca di mercato per conto dell’ICE. A quell’epoca Hillbrow, quartiere residenziale posto sulla collina che sovrasta l’altopiano su cui si erge Johannesburg, era una sorta di punto di incrocio di etnie diverse, a prevalenza bianca: erano ancora gli anni dell’apartheid, ma ad Hillbrow – che era sorta negli Anni Settanta come zona residenziale “borghese” – già si leggevano i segni di un cambiamento.
Personalmente alloggiavo nella parte ebraica del quartiere, e per raggiungerla a piedi avevo vissuto anche le mie brave disavventure (un inseguimento da parte di un criminale a scopo di rapina? Di stupro? Di tutt’e due? Chissà… Fortunatamente riuscii a raggiungere il mio alloggio prima che egli raggiungesse me).
Il quartiere che manteneva ancora, oltre al suo cosmopolitismo, una caratteristica progressista e anche intellettuale, era già sottoposto a quel processo di degrado, dovuto soprattutto a una pianificazione miope e carente, che nel corso del tempo lo ha trasformato in una zona pericolosa, decaduta, intrisa di criminalità, abitata da una popolazione invisibile, se non per la propria abietta povertà.
Eppure, la Hillbrow post-apartheid descritta da Phaswane Mpe nel suo libro resta un luogo affettivamente attraente: non è un caso che il titolo in inglese del libro suoni “Welcome to our Hillbrow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tutto a proposito del rapporto tra il quartiere e i suoi abitanti.
Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evidenzi il profondo odio xenofobo, l’intolleranza razziale che era tipica dei rapporti inter-razziali all’interno del Sud Africa, perfino tra le diverse etnie di colore originarie del luogo, anche prima del crollo del regime di segregazione; o ancora il devastante diffondersi dell’AIDS facilitato dalla promiscuità sessuale; tutto questo non influisce minimamente sull’affetto per Hillbrow, che non è più solo luogo geografico, ma che diventa luogo dell’anima.
Su tutto, l’arte di Mpe : una sorta di canto dispiegato, una ballata cantilenante, che culla il lettore con amara dolcezza, fa fiorire sotto il suo sguardo i vari personaggi, li accompagna mano nella mano fino alla loro morte annunciata: il suicidio di Refentše e la preannunciata morte di Refilwe a causa dell’AIDS che pure si “respirano” attraverso tutte le pagine del libro, e ne costituiscono il fil rouge, sono vissute senza il pathos del dramma.
Dalla prima pagina del libro sappiamo che il protagonista non è più tra noi, ma continua a costituire l’interlocutore cui idealmente l’io narrante dello scrittore onnisciente (che pure c’è e non c’è, non assurge mai al rango di giudice, ma si limita a un dialogo continuo con i suoi personaggi) si rivolge.
Non è soltanto un libro coraggioso, quello di Mpe: è un piccolo grande libro, la cui prosa originale e leggera cela una considerevole forza, un messaggio dirompente, un grido di allarme.
Mpe si ribella alla realtà decadente della Hillbrow, mostro tentacolare, in cui vive soltanto sette anni prima del proprio suicidio gettandosi dal ventesimo piano del palazzo in cui abita, ma di cui ama l’aspetto cosmopolita e gli spunti continui di riflessione.
Mpe porta avanti la propria campagna contro gli stereotipi e i pregiudizi, di qualsiasi tipo essi siano. E che Refilwe trascorra un periodo tra la morte di Refentše e il ritorno alla nativa Tiraganlong (ritorno per morirvi, appunto) ad Oxford è emblematico di quel che Mpe vuole dirci: ciascuno di noi ha la propria personale Hillbrow con cui fare i conti, e il rischio dell’umanità del ventunesimo secolo è quello di vivere estraniandosi dalla propria realtà.
Il nostro pericolo, insomma, è quello di non riconoscere le nostre stesse radici, di fermarci alle apparenze, di non sapere andare oltre.
Grazie all’editore, dunque: bella iniziativa, questa traduzione, e bella edizione seppure con qualche refuso di troppo.
Mi resta un dubbio però.
Perché, nella pur pregevole traduzione in italiano, è sparito dal titolo proprio quel riferimento così prezioso alla “nostra” Hillbrow?

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Amore e morte a Johannesburg

Il Manifesto | Martedì 1 novembre 2011 | Maria Paola Guarducci |

Phaswane Mpe, «Benvenuti a Hillbrow» Duro, imperfetto e appassionato, il romanzo di Mpe unisce uno stile visionario e a tratti canzonatorio alle ambientazioni da realismo sociale tipiche della letteratura sudafricana

Scomparso nel 2004 a soli 34 anni, Phaswane Mpe era un promettente scrittore sudafricano che, al pari del coetaneo Sello Duiker, morto suicida appena un mese dopo Mpe, è diventato emblema tragico delle difficoltà nelle quali dimorano le nuove generazioni del paese. Mpe e Duiker (ma anche Yvonne Vera, scomparsa quarantenne nel 2005 nel confinante Zimbabwe) sono stati sconfitti da mali noti, Aids e depressione, ai quali il Sudafrica non ha offerto sinora risposte concrete e strade percorribili, preferendo ad esse la via immediata del pregiudizio e dell’isolamento. Questi autori lasciano in eredità poche opere, ma folgoranti e lucide, in cui espongono, talora persino con ironia, quella stessa sofferenza che ha segnato il loro vissuto.

Poeta, giornalista, autore di racconti usciti su riviste e ora raccolti e pubblicati in volume in Sudafrica, Mpe insegnava Letteratura africana all’Università di Witwatersrand (a Johannesburg), dove si era laureato nel 1996, l’anno prima di conseguire un Master in editoria in Inghilterra (alla Oxford Brookes). Benvenuti a Hillbrow (trad. it. di Enrico Monier, Il Sirente, 2011, pp. 138, euro 15) è l’unico romanzo di Mpe: un romanzo duro, imperfetto ma anche appassionato, che unisce uno stile visionario e a tratti canzonatorio alle ambientazioni da realismo sociale tipiche della tradizione letteraria sudafricana. La storia narrata si radica e si anima nella topografia del quartiere più interessante e più in crisi di Johannesburg, Hillbrow; un tempo zona di soli bianchi, oggi luogo ibrido, meta degli immigrati dal resto dell’Africa, sovrappopolato, labirintico, degradato, brulicante di vita ma anche segnato dalla morte e dalla violenza. La rappresentazione di Hillbrow è forse il punto di forza di questo romanzo, e nel reticolato fitto delle strade di questo quartiere respingente per molti e accogliente per altri vengono tracciati i vizi e le virtù della città postcoloniale attraverso una campionatura di personaggi eterogenei che ricorda le gallerie di caratteri dickensiane.
Come già nel bel Si può morire in tanti modi! di Zakes Mda (Edizioni e/o, 2008), connazionale di Phaswane Mpe, per il quale costituisce un punto di riferimento dichiarato, ad accogliere il lettore di Benvenuti a Hillbrow c’è una sorta di noi-narrante (il titolo originale del romanzo sarebbe Benvenuti nella nostra Hillbrow), onnisciente sul passato e anche sul futuro dei personaggi della storia, ai quali si rivolge familiarmente con un inconsueto «tu». Questa voce, già di per sé peculiare, racconta le vicende di un gruppo di giovani approdati ad Hillbrow dalla provincia e da altre parti dell’Africa da un punto di vista altrettanto curioso: l’aldilà, un non-luogo che consente di vedere le vicende terrene con un distacco obbligato che in realtà ne rivela le fatali interconnessioni. All’apertura del romanzo, capiamo che il protagonista, il giovane e malinconico Refentse, è già morto; gran parte della narrazione, dunque, ricostruisce in retrospettiva gli eventi della sua vita fino al suicidio, nella foggia della cronaca di morte annunciata, intrecciandoli in una trama di eros e thanatos con le storie di altri personaggi destinati a ricongiungersi a lui in Paradiso.
Droga, violenza, povertà, omofobia, xenofobia, misoginia, superstizione, dilagare irrefrenabile di Hiv/Aids, contrasto tra la «tradizione» dei villaggi e i nuovi stili di vita della metropoli costituiscono il tessuto quotidiano che provoca il costante e ineluttabile spaesamento di cui sono attori e vittime le giovani generazioni rappresentate in questo romanzo.
Benvenuti a Hillbrow ha alcuni limiti, soprattutto nella parte finale e nell’invenzione di un paradiso che si connota come il solo luogo in cui sia consentito riflettere e confrontarsi (troppo tardi, quindi, sembra voler dire Mpe); ciò nonostante il romanzo in Sudafrica è già un «classico». In modo postumo, come i suoi personaggi, anche Mpe ha aperto infatti la strada a un approccio riflessivo e critico, si spera non intempestivo, verso il processo di ricostruzione della nazione, che a quasi vent’anni dalla fine del regime appare sempre più tarato sull’arricchimento di pochi sulla pelle di molti. Le parole di questo scrittore hanno l’effetto di una doccia fredda sul caloroso, legittimo ma anche accecante entusiasmo del dopo-apartheid. In particolare, l’attenzione rivolta alla discriminazione e al disprezzo che molti sudafricani disagiati, spesso neri, rivolgono ai migranti del resto dell’Africa, molto illumina su dinamiche note anche alle nostre latitudini.
Quest’opera di Mpe esce nella collana «Comunità alternative» della casa editrice il Sirente. Se lodevole è l’iniziativa di spostare il centro del mondo dando giustamente rilievo alle letterature dei paesi extra-europei, progetto illustrato dal curatore Beppi Chiuppani in una nota d’apertura, doveroso è però segnalare la scarsa qualità della traduzione, che risente di numerosi calchi dall’inglese ai limiti di quanto l’italiano sia in grado di tollerare (so-and-so quando è soggetto è «tal dei tali», non «così e così») e che in generale produce una serie di espressioni rugginose che non fanno onore al linguaggio fresco dell’originale. Espressioni come «sessualmente rilasciate» (sexually loose), «il segreto affare» (the secret affaire), «giusto» (just) anche quando il termine significa «proprio», «qual è l’uso?» anziché «a che serve?» (what is the use?), per non parlare della costante traduzione di African languages come «linguaggi africani», quando si tratta chiaramente di «lingue», rivelano una mancanza di accortezza e di cura che se non è propria del traduttore dovrebbe almeno essere responsabilità dell’editore.
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Maria Antonietta Fontana

Maria Antonietta Fontana

Maria Antonietta Fontana è nata a Roma, dove ha studiato pianoforte con il M° Luciano Pelosi e Nicoletta Cimpanelli perfezionandosi con Marisa Candeloro, e laureandosi con lode e proposta di pubblicazione in Scienze Politiche alla Sapienza, specializzandosi nelle problematiche del diritto internazionale privato e in particolare della contrattualistica e dell’arbitrato con la Russia e i Paesi dell’Est europeo.
Ex funzionario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro a Ginevra, New York e al BIT di Torino, ha poi svolto attività concertistica in formazioni di musica da camera; per dodici anni ha diretto una rivista internazionale di malacologia, per altri sei ha lavorato in diversi contesti in Università a distanza.
Collabora assiduamente con il quotidiano L’Opinione delle Libertà, per cui scrive editoriali e recensioni discografiche, teatrali e letterarie. Collabora anche alla diffusione del carisma del Santuario di Notre-Dame de Montligeon, per cui cura la produzione dei testi in lingua italiana.
Da anni lavora nel campo delle traduzioni tecniche (giuridiche ed economiche) e letterarie dal francese, inglese e russo. Nel suo futuro, la partecipazione (breve) ad un film, la collaborazione con una nuova casa cinematografica nel campo della produzione, e, forse, l’edizione dei suoi versi inediti.
Ha due figli ed un nipote: la sua carriera (precoce) di nonna è incominciata da pochissimo, ma già con discreto successo…

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Prossimo episodio di Hubert Aquin

Jean Éthier Blais
Edizione del 13 novembre 1965

Hubert Aquin appartiene a una nuova generazione di Canadesi francesi. Hanno studiato a Parigi dopo la guerra, si sono perduti nella grande città, hanno conosciuto, grazie ad essa, l’Europa e sono tornati in Canada, fieri di essere quel che sono, senza pregiudizi, senza complessi di inferiorità. Siamo lontani dai giovani intellettuali di oggi, pieni di complessi perché sono Canadesi francesi, che si rifiutano di andare in Francia e che reagiscono con la boria e l’incoltura. Hubert Aquin, al contrario, rappresenta la cultura tradizionale, ma assimilata, vissuta, parte integrante di cio che egli è. Hertel diceva un tempo di certi giovani che essi avevano “letto molto, digerito molto, ma assimilato poco”. Non è questo il caso di M. Hubert Aquin, il quale è, nel nostro ambiente, l’esempio stesso di un magnifico fenomeno culturale. Lo conosco da molto tempo; come fare per astrarsi allorché si tratta di parlare di lui? […] Hubert Aquin, cosa ancora più significativa, è un scrittore nato. Il suo mezzo espressivo è la scrittura. Egli potrà tentare con passione di sfuggire a questa morsa che è il vocabolario concordato, la successione delle idee e dei sentimenti, egli non vi riuscirà mai. Lui stesso lo confessa; egli ha tentato tutto, è divenuto uomo d’affari; tutto, ma invano. La scrittura era lì, ed essa gli avrebbe un giorno forzato la mano e avrebbe vinto su tutto il resto. Cosa dire dello stato della nostra società se un uomo così dotato come Hubert Aquin ha dovuto dedicarsi a dei mestieri prima di accerttare di entrare nel mondo della scrittura, come si entra in quello della religione!
Parlerò anzitutto della poesia che si trova nell’Ultimo episodio. E’ una poesia che sorge dalla geografia mentale di un uomo civilizzato. […] Attraverso tutto il suo libro, Hubert Aquin si dà alla meditazione poetica del raccoglimento e della memoria. Non è invano che egli ha scelto di situare il suo romanzo in Svizzera; è che il lato statico del suo libro è del Quebec e, più specificamente, di Montreal (il finale sarà ambientato a Montreal), e il lato dinamico è europeo, svizzero, romancio, ed esso si situa nell’orbita di Mme de Stael e di Benjamin Constant. E’ che la Svizzera, con i suoi difetti e la lentezza che le si addebita sempre, simbolizza per noi il plesso de l’Europa; è in ultima analisi che ciò che cerca l’eroe di Hubert Aquin (che è lui stesso) allorché vuole perdersi nel cuore della foresta, in mezzo ad alberi preistorici. Questo eroe è un uomo braccato: Egli crede di essere perseguito dalle furie poliziesche, mentre è un uomo alla ricerca del suo passato. In un certo senso egli è il tipico eroe canadese-francese. Il suo dramma è il seguente: perché un uomo alla ricerca del suo passato s’immagina di tradire, di essere colpevole? Ecco la questione fondamentale, nella psicologia dei Canadesi francesi. Tutti i personaggi  del romanzo, tutti gli “uomini di qui” volano alla ricerca di quello che sono stati, nel passato immediato, nella nostra storia. Essi non trovano mai niente. Hubert Aquin diventa, grazie alla dote creatrice, il Canadese francese trascendentale poiché in H. de Heutz egli trova la sua controfigura, il suo fratello civilizzato, nel paesaggio più antico del nostro universo. Egli si trova, ma è solo per distruggersi.
I due uomini, il Canadese francese che rifiuta se stesso, in preda alla nevrosi poliziesca, e quello che si accetta, H. de Heutz, il Canadese francese reso alla sua prima umanità, si cercano in un vasto movimento di accerchiamento, per uccidersi. Le due maschere si affrontano. Si completano. Heutz, è Aquin che conosce se stesso e, conoscendosi, si supera fino alla morte. Entrambi vogliono scomparire secondo i riti più implacabili della civilizzazione. “I due guerrieri, tesi l’uno verso l’altro in posture complementari, sono immobilizzati da una sorta di stretta crudele, duello a morte che serve da rivestimento luminoso al mobile scuro”. […] Prossimo Episodio è dedicato alla voluttà di incontrare e uccidere l’immagine ideale di se stesso. Ma come uccidere questa immagine ideale che è quella dell’agente segreto perfetto? Si ucciderà dunque la prossima volta. […]
Prossimo Episodio vuole apparire un romanzo di avventure, di spionaggio, di morte, di arresto. Il narratore è rinchiuso in un Istituto, imprigionato animo e corpo. Racconta gli avvenimenti che, dalla Svizzera, lo hanno condotto, con il terrorismo, fino a questa prigione modello. Perché ha intrapreso questa battaglia? Fino alla fine egli sosterrà che questa lotta è giusta, che è stata condotta secondo le norme più efficaci. Il solo inconveniente è che degli sbirri hanno scovato il nostro eroe in una chiesa, vicino a un confessionale. Sottile vendetta dello Stato clericale a tendenze fasciste! Tutto, in questo mondo, è al rovescio! Nelle Chiese si arrestano le persone; esse sono circondate di macchine, pretesto di parcheggio, e la stessa macchina è diventata simbolo dell’immobilità. E’ questa la ragione per cui bisogna fuggire da questo universo che è menzogna. Hubert Aquin è un uomo che accetta che il mondo nel quale vive sia quello della letteratura. L’altro, quello in cui crediamo di muoverci, solo una brutta copia di questo universo vero. Finchè i nostri scrittori non avranno accettato questa legge fondamentale dell’Arte, essi faranno delle copie, non dei libri. Per fortuna, Aquin, infine si afferma. Non abbiamo più da cercare. Ce l’abbiamo il nostro grande scrittore. Grazie a Dio.

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Khaled El Khamissi, un autore itinerante

di Pacynthe Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)

Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del  Cairo.

“Scrivere è come ballare, per iniziare, bisogna  prima liberarsi e essere in armonia con se stessi. “E ‘ con queste parole che Khaled-el-Khamissi, autore di Taxi, definisce il suo rapporto con una passione che sembra trasmessa di padre in figlio. Uno scrittore, ma anche un giornalista, produttore e regista, moltiplica le sue funzioni, pur rimanendo all’ascolto delle persone alle quali si sente più vicino: coloro che lottano per guadagnarsi il pane. Nel suo libro, ha dipinto questa classe attraverso le loro parole dette  con fiducia, o con un tono di presa in giro. E il risultato è questo: un libro toccante che per il pubblico è come tabacco. Questo padre di tre figli, non ha navigato in acque tranquille prima di raggiungere ciò che egli chiama “l’esperienza più emozionante della sua vita.” Nato in una famiglia di intellettuali e scrittori, rapidamente si sentì diverso da suoi compagni, “una volta, sono stato perfino  convocato dal direttore per avere emesso un parere contrario dal mio insegnante a proposito dell’accordo di pace con Israele “, dice, sorridendo ricordandosi di questo incidente. Paradossalmente, è a causa della sua presenza alle serate letterarie organizzate dal nonno che non è riuscito a sviluppare velocemnte il coraggio di esprimersi: “che aveva di nuovo da portare rispetto alle opere dei suoi predecessori? “

“Gli Egiziani hanno un problema di auto-censura”

Ma è proprio la sua sensibilità esacerbata di fronte a tutto ciò che lo circonda e  l’angoscia che ha tutta l’aria di trovare sollievo solo  con la scrittura  che ha finito per vincere i suoi dubbi. Scrive per rompere le barriere e nel tentativo di deviare il riflesso di auto-censura, che secondo lui è proprio di ogni  egiziano. “sulla terra o su un altro pianeta, la paura che viviamo ci spinge a cambiare le parole che abbiamo avuto spontaneamente”, spiega. Questo francofono amante della libertà di espressione rimane riluttante di fronte la cieca adozione delle idee occidentali, alcune delle quali sono inapplicabili all’interno della società egiziana. Preferisce rimanere in questa zona grigia tra due mondi. Uno spazio dove è sicuro di muoversi in tutta libertà.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi è più o meno una finzione giornalistica

ISBN 9788887847147 © il Sirente da Complete Reviews

Taxi è più o meno una finzione giornalistica, così Khaled Al Khamissi ci presenta i cinquantotto incontri con i tassisti del Cairo. C’è una storia diversa ad ogni giro, così come diversi sono i problemi e le questioni sollevate (quelle  simili sono descritte partendo da diversi punti di vista). Non è così facile mettere insieme una tale raccolta, Khamissi ha lavorato sodo per evitare ripetizioni e la monotonia che sarebbe potuta derivare, ma probabilmente per alcuni potrebbe risultare un lavoro artefatto, nonostante tutto nella sua succinta presentazione – il creativo Khamissi sa mantenere  l’attenzione del lettore impegnata e in movimento.
Diversi tassisti menzionano la metà degli anni’90 come un punto di svolta, quando il governo cambiò le leggi e fondamentalmente permise che qualsiasi macchina potesse essere trasformata in un taxi, questo ci porta a ciò che i tassisti lamentano: l’eccessiva  offerta – più di 80000 solo al Cairo questo il numero che viene ripetutamente citato.
Oggi guidare un Taxi è diventato il commercio di coloro che non hanno un commercio. 
È una situazione che si presenta quasi esclusivamente al Cairo, di fatto, Khamissi non si sofferma troppo sulla variegata sfacciettatura dei tassisti, che vanno dai ben istruiti ai giovani che non dovrebbe assolutamente sedersi dietro a un volante (Un tassista che non solo non conosce alcune, ma gli sono praticamente sconosciute quasi tutte le strade del Cairo …) .
Nella maggior parte dei casi Khamissi intraprende una sorta di conversazione con i vari tassisti, e ascolta le loro opinioni su tutto, dalla politica alla religione, passando per l’educazione. In una panoramica composta dalle opinioni dell’uomo della strada (e da alcune delle motivazioni alla base di queste opinioni), Taxi su alcune tematiche, come il coinvolgimento anglo-americano in Iraq, riuslta utile: queste sono voci che non sono così facili da trovare. Ma più interessanti sono le denunce locali, che danno un’idea più precisa della situazione contemporanea in Egitto.
Diverse volte Khamissi afferma che ci sono alcune battute che se avesse trascritto sarebbe stato gettato in carcere immediatamente – qualcosa che non è in grado di capire, dal momento che comunque per le strade queste opinioni vengono continuamente sbandierate. Considerato i commenti sul leader egiziano Hosni Mubarak e il suo regime decrepite (le pseudo-elezioni farsa, sufficienti per soddisfare i desideri americani di democrazia, ma che chiaramente la gente del posto vede come quelle che realmente sono), è chiaro che il malcontento generale contro il governo è molto elevato.
Taxi non è un neutrale documentario – Khamissi ovviamente ha una specie di ordine del giorno – ma in questa presentazione non abbiamo lo spazio per così tante spiegazioni o per molto background e così forse i lettori stranieri con poca familiarità sulle condizioni politiche egiziane non possono capire alcuni dei problemi esternati dai tassisti. Nel  complesso, è difficile avere  una buona impressione sulle attuali condizioni egiziane. (……………)
Tra i principali punti sottolineati da Khamissi c’è l’immenso costo dell’ endemica corruzione Egiziana, ben illustrata da numerosi aneddoti. La burocrazia è un altro grosso problema, e alcuni degli esempi sono realistici e divertenti, come l’autista  che polemizza contro le cinture di sicurezza. Khamissi ricorda che le cinture di sicurezza sono obbligatorie in tutto il mondo – e sono, naturalmente, una saggia e relativamente poco costosa misura di sicurezza. Ma si scopre che il governo egiziano le ha classificate come un bene di lusso sui veicoli importati, e così per anni gli egiziani che importavano  auto dall’estero le hanno eliminate per evitare di pagare ulteriori tasse doganali (esattamente come hanno rimosso  altri accessori classificati come beni di lusso, ad esempio l’aria condizionata). Ora le cinture di sicurezza sono diventate obbligatorie, così i tassisti hanno dovuto riinstallarle – ad eccezione, naturalmente, per il fatto che le hanno installate solo per metterle in mostra: in realtà non funzionano – un esempio di grande rilievo di ciò che il governo considera giusto, fallendo miseramente sui risultati.
Ci sono alcune storie tristi – anche se in un paese in cui tutti sono sempre cronicamente a corto di soldi e guadagnano troppo poco la miseria è data praticamente per scontata – ma forse la più deprimente è l’incontro del tassista che  spiega con entusiasmo perchè pensa che i genitori che mandano i loro figli a scuola sono pazzi. Con il costo delle lezioni private e nessuna speranza per il futuro anche per coloro che ottengono una buona istruzione i genitori dovrebbero mettere da parte tutti i soldi che avevo da perdere per l’istruzione dei loro bambini e dargli il denaro una volta raggiunti i 21 anni, così possono almeno aprire un punto vendita (o dare un acconto per un taxi …). Fare denaro è ciò che conta, l’istruzione è inutile – e purtroppo il tassista  non è così lontano dalla situazione in Egitto, dove i bambini a scuola imparano a malapena a leggere: “L’unica cosa che si impara a scuola è l’inno nazionale e che cosa gli porta di buono questo? ” Se il sistema è talmente cattivo che i genitori non sanno più cercare alternative per garantire ai loro figli un’educazione adeguata, si capisce che il paese sta franando.
Khamissi è sorprendentemente franco nella  sua condanna, diretta e indiretta, al regime di Mubarak, un governo che non è poi così tirannico, ma che con la sua popolazione ha semplicemente fallito su quasi tutti gli aspetti. Questa raccolta mostra come enormi potenzialità vanno sprecatae.
Khamissi, va un po’ troppo oltre,  con la sua simpatia per la condizione dei taxi driver, sostenendo che in nessun modo potranno fare i soldi ( è al 100% una causa persa), questo è  naturalmente sciocco. Ma per la maggior parte, egli evita di mettere il suo contributo, permettendo ai tassisti di parlare per se stessi, e anche se, ha la forma di un testo rivisto attentamente permette ai lettori di arrivare (un po ‘di più) alle loro conclusioni.
Taxi è quasi più simile a una  raccolta giornalistica che ad un’opera di narrativa – per esempio la si può immaginare come la colonna di un giornale settimanale – ma Khamissi ha lavorato per mettere insieme un’immagine più grande e ha fatto un buon lavoro. Questa non è semplicemente una serie di conversazioni, ma in realtà ci offre una vasta fetta di vita contemporanea egiziana. E’ più un documentario di interesse creativo, nelle sue molteplici prospettive dell’ uomo della strada offre qualcosa che dovrebbe essere di grande interesse per coloro che desiderano saperne di più sulla vita in Medio Oriente. Mirabilmente messe a disposizione di un pubblico di lingua inglese – appena un anno dopo la prima pubblicazione in lingua araba – sembra anche molto attuale. Utile.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Intervista a Balthazar Clémenti

Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.

«Mi svegliò la polizia, cercavano mio padre li ho visti, misero la droga sotto il letto»

di Giuliano Capecelatro – Liberazione, pag. 17, Interviste, 8 maggio 2008

Cadde dall’alto di un sogno, Balthazar. In frantumi l’infanzia dorata in una Roma dai colori di favola. Offuscata l’immagine del padre. Attore celeberrimo e conteso, giovane divo dalla bellezza androgina. Pierre Clémenti, alto, flessuoso, una gran chioma che si adagiava sulle spalle magre con grazia angelica, e incorniciava l’irrequieta oscurità dello sguardo. Cadde dall’alto di un sogno, Balthazar, la mattina del 24 luglio 1971. Qualcuno doveva aver accusato Pierre Clémenti.
«Fui proprio io ad aprire la porta. Dovevano essere le nove. C’era un tizio … con un impermeabile, se non m’inganno: un poliziotto in borghese. Poi arrivarono i carabinieri… E’ come se fosse ieri. Una storia che mi ha segnato, mi ha fatto soffrire. E a Pierre, confesso, per un po’ gliene ho voluto».
Arriva da Parigi la voce di Balthazar Clémenti. Distanza nello spazio, distanza nel tempo. E’ un quarantenne, oggi, che si guadagna da vivere col mestiere di attore. Come il padre. Che nell’ estate del 1971 rimase impigliato in una brutta storia di droga. Un po’ di cocaina, dell’hashish. Nella casa della sua compagna, Anna Maria Lauricella, in via dei Banchi Vecchi.
«Entrarono… io ricordo che misero della droga sotto il letto… mi ordinarono di tornare a dormire. Frugarono dappertutto… perquisirono. Ma la droga… io ricordo che furono loro a metterla».
Aveva cinque anni quel giorno: la porta si aprì e, come in una favola nera, la vita si capovolse. Sparì quel padre fantastico, che offriva al bambino un mondo magico. E’ difficile rielaborare un’emozione al telefono. Riviverla dopo quasi quaranta anni. La voce fluisce senza smagliature. Solo a tratti, la frase si spegne in una breve risata dalle sonorità infantili. Forse il tentativo inconscio di mettere un confine, di autoconvincersi che quella vicenda è davvero conclusa.
«Ci fecero salire su una macchina. Pierre, Anna Maria… io non volevo staccarmi da mio padre. Poi ho solo dei flash, immagini confuse… Ricordo un terreno aperto su cui si vedeva un edificio moderno».
Una Roma metafisica si profila sullo sfondo della memoria. Gli occhi del bambino afferrano frammenti di realtà, che l’adulto tenta di ricomporre in un quadro plausibile. Istanti convulsi: l’irruzione, la perquisizione, l’arresto. Il padre trattato da delinquente comune.
E il bambino Balthazar che si ribella. Con le lacrime, la rabbia. Con la voce, che chiede tra i singhiozzi una pistola. Per poter sparare a quegli sbirri. A quegli uomini che hanno messo le mani su suo padre. E che lo hanno ruvidamente riscosso dall’incanto.
Famoso e vezzeggiato, Pierre Clémenti. Ruoli importanti con grandi registi. Luis Buñuel per La via lattea. Pier Paolo Pasolini per Porcile. Bernardo Bertolucci per Il conformista, Il partner. Liliana Cavani per I cannibali. Glauber Rocha per Cutting heads. Un improvviso benessere, una vita di agi e lussi per il border-line nato a Parigi nel 1942 senza padre, da una ragazza còrsa, il bohémien squattrinato che raccoglieva cicche a Saint Germain des Prés, l’attore novizio che un Alain Delon in vena di inusitate generosità trascina con sé alla corte di Luchino Visconti per una particina ne Il Gattopardo. L’interprete che snobba il Satyricon di Federico Fellini perché quel set gli fa venire in mente una catena di montaggio.
«Era la dolce vita – racconta Balthazar, e sottolinea il ricordo con la sua breve, sommessa risata -. Vivevo in piena libertà. Giravo a piedi nudi per le strade di Roma. La figlia di Anna Maria aveva una passioncella per me. Una ragazza simpatica, carina per quel poco che ricordo. Rimanevamo spesso soli a casa, poi la sera raggiungevamo i genitori in un ristorante, a piazza di Spagna, via del Babuino, piazza del Popolo. Vedevo i film di Pasolini prima che uscissero, in una sala privata di via Margutta. E poi Positano, Pierre aveva affittato villa Murat, ci passavamo le vacanze. Andavamo in barca. Ricordo una pasqua; venne mia madre e nascose nel giardino delle uova, che noi bambini dovevamo cercare. Venne a trovarci Bertolucci… in seguito mi avrebbe chiesto se avevo ancora la macchina dei pompieri. La dolce vita… poi l’incubo».
L’Italia delle stragi di stato, della tensione golpista, delle trame massoniche (è in quell’ anno che Licio Gelli prende il comando della P2), del fascismo sempre risorgente, e che proprio alla fine del 1971 fornirà a Giovanni Leone, democristiano specialista di governi balneari, i voti decisivi per issarsi sulla più importante poltrona della repubblica, ha elevato a nemico pubblico numero uno la droga. E cala la mannaia di una normativa retrograda e ciecamente repressiva. Senza distinzioni. E, comunque, senza mai disturbare quei salotti buoni, da Torino a Roma, da Milano a Napoli e Palermo, in cui la cocaina ha sempre circolato con l’innocente frequenza dei bonbon.
«Io credo – racconta Balthazar – che avessero bisogno di un capro espiatorio visibile, conosciuto. Lui era una star internazionale. Portava i capelli lunghi e non aveva mai tradito la sua vocazione alla marginalità…. In qualche modo dava fastidio. E si prestava allo scopo, aveva un passato politico di sinistra… c’è un cortometraggio che aveva girato a Parigi, nel maggio ‘68, La révolution, con mia madre Marguerite che sventola una bandiera rossa… Fumava, di sicuro fumava un po’ di hashish, chi non fumava in quell’ epoca? Ma la droga in casa, quel giorno… il mio ricordo è che l’ hanno messa loro per far vedere che avevano trovato quello che cercavano».
Regina Coeli. Rebibbia. Una condanna a due anni in primo grado. Pierre Clémenti, attore di grido, diventa un anonimo detenuto delle carceri romane. Che prima tenterà di contestare, dialogare. Quindi, la testa completamente rasata, si chiuderà in un mutismo ascetico. Forma radicale di protesta. Ma anche un radicale mutamento di prospettiva. Uscito dal carcere, l’attore rievocherà l’esperienza di reclusione in un libro, Quelques messages personnels, pubblicato da Gallimard e da poco ritradotto in italiano (Pierre Clémenti, Pensieri dal carcere, Il Sirente, pagine 146, 12,50 euro).
«Andai a trovarlo con mia madre. Non ho immagini nitide di quel giorno… un’atmosfera sinistra, cancelli, sbarre, una sala piccolissima, sembrava l’emiciciclo di un’aula universitaria. C’era soltanto un’altra persona con una donna. Rimanemmo poco, non più di un’ora credo. Gli avevo portato dei marrons glacés. Lo trovai con i capelli a zero».
I capelli spariti cancellano l’immagine di quel padre magico. Si azzera anche l’infanzia felice e spensierata di Balthazar. «Fui affidato per qualche tempo a uno degli avvocati. Mia madre era troppo impegnata nel lavoro, anche lei nel cinema, per potersi occupare a tempo pieno di me. Ci vedevamo nei week end. Ogni tanto mi portava in viaggio con sé. Ma in prevalenza stetti con i miei nonni. Andai in collegio. La storia mi aveva scosso. Mi svegliavo nel cuore della notte. E sentivo sempre parlare di mio padre alla televisione».
L’appello. In un’aula affollata di telecamere. Insufficienza di prove. Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione. Ma resta la condanna per Anna Maria, che gira la testa dall’altra parte, ferita per la disparità di trattamento. Via le manette, ma immediata l’espulsione. Indesiderabile: ventiquattro ore di tempo per lasciare l’ Italia.
«All’ aeroporto di Orly, quando Pierre tornò in Francia, c’era una tale ressa di giornalisti che non riuscivo ad avvicinarlo. Fu tutto un susseguirsi di interviste, di incontri. Un giorno, in una radio si imbatte in François Mitterrand, che gli dice: vi vogliamo molto bene; vi abbiamo sostenuto. Parlava già allora da presidente. Andai a vivere per qualche tempo con lui, in rue des Ecoles. Poi mi riprese mia madre. Ma io volevo tornare dai nonni. A diciassette anni cominciai a vivere da solo, magari a casa di qualche fidanzata».
L’attore Clémenti cambia vita. Abbandona la ribalta. Sceglie percorsi più ardui. Riversa la rabbia sulle scene teatrali, impugnando Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regista si orienta verso un cinema meno patinato, indipendente, centrato su personaggi marginali. Gira Il sole , una sorta di poema filmato, un diario in cui si parla della prigione, della giustizia lenta, estenuante, di un’esperienza da cui non si esce intatti.
«Non si riprese mai – racconta Balthazar -. Evitava di parlare di quella storia. Per lui era una specie di segreto. Era una persona molto pudica. Si chiuse sempre più in se stesso. Rifiutò offerte allettanti, anche dal punto di vista finanziario».
A 57 anni, nel dicembre 1999, lo uccise un cancro al fegato. Ma la figura dell’attore non scompare dall’universo cinematografico. Continua, anzi, a ripresentarsi. Il Centre Pompidou, al Beaubourg di Parigi, gli ha dedicato un omaggio. L’anno scorso la Cinemateca di Bologna ha presentato due mediometraggi scritti e interpretati da Clémenti: Visa de censure del 1968 con Jean Pierre Kalfon e New Old del 1979 con Klaus Kinski. Jeanne Hoffstetter ha scritto una sua biografia romanzata. Su Internet viene diffuso un dvd, Pierre Clémenti cinéaste: l’intégrale.
Il prossimo appuntamento è a Lucca, a ottobre prossimo, per il festival del cinema sperimentale. Balthazar è stato invitato.
«Ora voglio rintracciare i poemi scritti in carcere. Li aveva uno dei suoi avvocati, diventato poi un pezzo grosso del governo francese. Ma non sono più stati ritrovati».
E’ sempre quella figura esile, alta, dai lunghi capelli e lo sguardo trasognato, che cerca Balthazar. Quel sogno da cui lo risvegliarono una mattina di luglio.
«Con Pierre non fu un rapporto facile. Solo da adulto ho capito davvero il suo atteggiamento. Prima un po’ gliene volevo. Ma lui era diverso, aveva rinnegato la carriera facile, commerciale. Si sentiva un marginale. Era un vero artista. Ed ora posso dire che le sue scelte mi trovano d’ accordo».

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Presentato il volume di Norman Nawrocki

 L’AQUILA. Eccentrico, coinvolgente, anarchico. È Norman Nawrocki, artista canadese, figlio d’immigrati polacco ucraini, autore del libro L’anarchico e il diavolo fanno cabaret che è stato presentato giovedì a palazzo Carli. Un incontro promosso dalla casa editrice «il Sirente fuori». Il libro è una sorta di diario on the road in giro per l’Europa tra una suggestione musicale e un’altra. Una sorta di storia anarchica del rock che segue le tracce del viaggio di Norman per il vecchio continente alla ricerca dello zio Harry, di cui pubblica le lettere scritte al tempo dell’occupazione nazista della Polonia. Al racconto si affiancano descrizioni e considerazione dell’autore sull’attualità, in particolare sul mondo del precariato, nel quale l’autore fa rientrare tutti coloro ai quali non sono garantiti a pieno i diritti. La parola “precariato” deriva dal latino e indica tutto ciò che si ottiene con preghiere e che quindi viene concesso per grazia e non per diritto. La radice etimologica è una spia evidente della condizione di emarginati, rom, disoccupati e artisti di strada che trovano spazio nelle pagine di Nawrocki. Nel libro è riflessa una miscela di suoni d’avanguardia, e danza poplari, con suggestioni rock, folk, punk e jazz.
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Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jill Carroll (The Christian Science Monitor, 13 dicembre 2007)

Un bestseller che offre sorprendenti critiche della società egiziana e del suo governo attraverso le voci dei taxi driver.

Il giornalista Jill Carroll discute con i tassisti del Cairo. Il tassista Ahmed siede dietro un volante rivestito in finta pelle di leopardo. Una scatoletta rovesciata di tessuto attaccato al soffitto pende accanto alla sua testa. Come la maggior parte dei tassisti Cairoti, ride facilmente, ed è sempre disposto a discutere dei pericoli del suo lavoro – che chi ha vissuto per un perido in questa fumosa città sa che sono numerosi.

Dice di essere stato sbattuto via, derubato, e  preso in giro dalla polizia. “sento che a causa loro la mia dignità si è spezzata”, dice a proposito della polizia della città, che “è molto dura con me”.

Come molti egiziani – che ha due o tre posti di lavoro per far quadrare il bilancio – Ahmed guida il taxi solo per guadagnare abbastanza per sostenere la sua famiglia.

Durante i suoi studi per la Laurea in Ingegneria informatica, ha passato gli ultimi quattro anni a trasportare passeggeri per pagarsi le tasse, di cui il 75% del guadagno andava al proprietario del veicolo. E pagava anche la benzina.

Ma “se lavorassi sfruttando la mia laurea guadagnerei solo $ 21 al mese. E non mi basterebbero neanche per le sigarette”.

La storia di Ahmed non è unica. Il suo caso avrebbe potuto facilmente essere stato preso da una storia del nuovo libro di Khalid al-Khamissi, “Taxi, Tales of Rides”, un best-seller che sta sorprendendo molti Cairoti per la sua visione della vita vista dal sedile posteriore di un taxi.

Nel suo primo libro, che è stato ristampato sette volte e ha venduto più di 30000 copie, il Sig Khamissi offre una vista variopinta sulla vita media egiziana, attraverso 58 dialoghi tra lui e i taxi driver.

È un romanzo, che attraverso le parole semplici del lavoro giornaliero dei tassisti, sviscera commenti sociali e politici, un approccio un pò audace qui che la censura è un problema reale. Ma la sua audacia ha fatto volare gli incassi nelle librerie egiziane.

Mentre la maggior parte dei titoli egiziani sono scritti in arabo classico, Khamissi mantiene la forma al minimo e impiega il dialetto egiziano colloquiale a tutti i dialoghi che si svolgono in taxi. In tal senso, il medium enfatizza il messaggio.

“La gente in strada o la gente [elegante] nei club, fa le stesse discussioni”, dice Khamissi, nel suo appartamento del Cairo. I dialoghi del libro intendono rappresentare un panorama della società egiziana nel 2006, spiega l’autore. “L’idea principale è quella di raccontare ciò che sono state le principali storie in Egitto nel corso del 2006 attraverso un eroe e questo eroe è un taxi driver.”

Mentre Ahmed potrebbe essere stato affascinante, i tassisti del Cairo sono un improbabile scelta per un simpatico personaggio. Dal punto di vista del passeggero, hanno la reputazione di essere avidi, si battono per le tariffe – tariffe che sono determinate dalla contrattazione – e sono selvaggi alla guida.

Per le donne, sedute accanto all’autista diventa spesso un invito al tassista per lasciare vagare le mani e per conversazioni suggestive. I luoghi comuni per i tassisti  sono materia da leggenda.

Ma Khamissi offre una visione più equilibrata dei tassisti. I dialoghi regalano delle sorprendenti critiche della società e del governo, oltre ad approfondimenti sulla vita media.

“C’è stato un grande dibattito in arabo [letterario]  nei circoli di impegno politico… si tratta di onde. Molti scrittori egiziani vedono se stessi come politicamente impegnati”, afferma Deborah Starr, un professore associato, che si è specializzato nella letteratura moderna araba presso la Cornell University Dipartimento di Studi sul Vicino Oriente.

Khamissi sembra a suo agio in questo genere di critica politica, anche se afferma che non era il suo obiettivo. In un passaggio, un taxi driver critica il presidente Hosni Mubarak, per nome, generalmente è una cosa che gli scrittori non fanno mai.

Mentre molte delle critiche riguardanti il governo in “Taxi” sono espresse privatamente tra gli egiziani, il dissenso è di solito vago e raro. Khamissi dice di non aver affrontato nessun contraccolpo a causa del libro, anche se un giornalista televisivo ha detto di essere stato avvertito dalla madre che aveva letto il libro, a non intervistare Khamissi.

“Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al  Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di  letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.

Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la  propria esperienza.”

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Al Cairo tassisti fittizi come se fossero reali

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jonathan Wright (da Daily News Egypt, 31 marzo 2007)

CAIRO: L’autore egiziano Khaled Al Khamissi, in una raccolta di racconti brevi sulla capitale egiziana, che è diventata best-seller, ha trasformato una vecchia tecnica usando se stesso.

Invece di avere in pugno la città parlando ai taxi driver, Al Khamissi ha composto 58 monologhi inventati suui taxi—drivers del Cairo, con tale convinzione e autentica linguistica che la maggior parte dei lettori li prendono per veri.

Ma Al Khamissi, giornalista, regista e produttore, venerdì ha detto in un’intervista a Reuters che nessuno dei tassisti di “Taxi” è mai veramente esistito.

“Questo è un libro di genere letterario. Io non ho registrato nulla. Non si tratta di reportage o di giornalismo”, ha detto.

“Sono tutte storie che mi sono ricordato e ho recuperato quando stavo scrivendo. In molti casi, qualcuno potrebbe dirmi una parola e qualcun altro potrebbe dirmi qualcosa’altro e così via”, ha aggiunto.

Al Khamissi, che ha studiato scienze politiche presso la Sorbona di Parigi e ha un interesse in sociologia e antropologia; ha detto che le 220 pagine che compongono l’opera di finzione hanno un valore per le persone a cui di solito nessuno da voce.

I tassisti sono sognatori e filosofi, misogeni e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici. Tutti loro sono uomini, che lottano per guadagnarsi da vivere in un crudele, rumoroso, caotico e malsano mondo.

Schiacciati da altre automobili, soffocati dai fumi e dal calore estivo, sopraffatti dai poliziotti corrotti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati, parlano di quasi di tutto – politica, donne, film, viaggi all’estero e il più delle volte del loro disprezzo per le autorità.

Il libro in Egitto, da quando è uscito il 5 gennaio 2007, ha venduto 20000 copie- un numero incredibile in un paese in cui le opere di letteratura raramente vendono più di 3000 copie.

La quarta edizione è stata appena ristampata e Al Khamissi ha già incontrato gli editori stranieri per parlare di traduzioni.

Insieme con i due ultimi romanzi di Alaa El Aswani, questi libri hanno contribuito a ravvivare la lettura in Egitto, dove molte famiglie non hanno altri libri che il Corano.

Uno dei segreti del successo di Al Khamissi potrebbe essere che i suoi monologhi sono tutti in Egiziano, ricco dialetto colloquiale, che è molto diverso dalla lingua letteraria che gli scrittori in genere utilizzano.
Il libro ha ricevuto applausi dalla critica, la maggior parte, da persone che hanno vissuto il libro come un lavoro di antropologia urbana.

Baheyya, un anonimo, ma influente blogger egiziano, ha detto: “Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”.

“Documenta le disuguaglianze sociali e riporta fedelmente il potere pungente dei dialoghi quotidiani”, ha aggiunto.

Galal Amin, un economista e sociologo che insegna presso l’Università Americana del Cairo, l’ha chiamato “un lavoro innovativo che dipinge un quadro veritiero della situazione della società egiziana di oggi, come si è visto da parte di un importante settore sociale”

Al Khamissi ha detto che è stato fedele alla realtà. “I monologhi, a mio avviso, sono 100 per cento realistici … Se scendi e chiedi ad un taxi driver una qualsiasi delle problematiche troveresti che è esattamente ciò che è scritto nel libro” ha detto.

Come il lavoro di El Aswani, “Taxi” include una forte dose anti-governativa, che riflette la progressiva espansione della libertà di espressione in Egitto.

Ma Al Khamissi dice che non ha cercato di imporre ai suoi personaggi la sua ostilità nei confronti del governo.

“Personalmente sono contro [l'ex presidente] Anwar Sadat, ma troverete un tassista assouultamente devoto a lui”, ha detto.

Al Khamissi ha dichiarato che il suo prossimo libro racconterà le storie degli egiziani che viaggiano all’estero per lavoro, o sono tornati dall’estero o hanno provato e non sono riusciti ad emigrare.

“Finora ho parlato con circa 150 persone per il prossimo libro”, ha detto.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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La cruda realtà sull’Egitto emerge dalle opinioni dei taxi-drivers

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Liz Sly (Chicago Tribune)

Il libro composto da conversazioni in taxi è diventato un best-seller che attraversa il paese.

CAIRO, EGITTO – Khalid al-Khamissi ha scoperto qualcosa su cui i corrispondenti stranieri hanno scherzato per lungo tempo – i tassisti possono essere tra le migliori fonti di analisi di un paese.

Non è solo che sono facilmente arrivabili. I Taxi driver incontrano una vasta gamma di persone ogni giorno, ascoltano le notizie alla radio; visitano ogni angolo della loro comunità e per la maggior parte del tempo sono annoiati, felici di chiacchierare con chiunque entri nel loro taxi.

“Si comincia con le cose ordinarie, ma dopo 10 minuti cominciano a raccontarti cose che riflettono realmente l’anima della società”, spiega Khamissi, uno scienziato politico che ha studiato presso l’Università del Cairo e alla Sorbona di Parigi.

C’è anche il fattore dell’anonimato, che entra in gioco nelle società con regime autoritario come l’Egitto. I tassisti danno voce alle loro menti, fiduciosi che non riincontreranno di nuovo la stessa persona e che le loro parole non potranno mai ritorcersi contro di loro.

E così Khamissi si è occupato delle intuizioni dei tassisti che ha incontrato al Cairo per scrivere un libro, chiamato Taxi, sulla base di colloqui con i suoi taxi-drivers in un periodo di circa un anno.

Il risultato è stato un inaspettato best-seller, ora alla sesta ristampa e con più di 60000 copie vendute, un numero elevato rispetto agli standard egiziani. E ‘stato tradotto in inglese. Spera che il prossimo anno verrà pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Non è tanto un libro sui tassisti quanto un ritratto della società egiziana, come l’era del 79enne presidente Hosni Mubarak che si avvicina alla fine.

E ‘un libro sulla microcriminalità, le frustrazioni quotidiane dei poveri lavoratori egiziani che vivono nella quasi impraticabile metropoli del Cairo. È un libro per farti sentire in colpa se hai mai provato a contrattare sulla tariffa di un taxi in un qualsiasi paese povero.

I tassisti di Khamissi’s cadono sotto il corrotto autoritarismo dittatoriale, ma sono troppo occupati a cercare di guadagnarsi da vivere che non fanno nulla. Pagano mazzette ai poliziotti piuttosto che perdere giorni di guadagno, intrappolati nel labirinto della burocrazia Egiziana, per pagare una multa. Si addormentano al volante dopo aver lavorato 72 ore non-stop per pagare le rate delle loro auto.

Un tassista piange perché non può permettersi l’operazione necessaria a far cessare il suo mal di schiena, causato dal suo lavoro al volante.

Khamissi attribuisce il successo di Taxi alla luce che fa risplendere sugli angoli bui della società egiziana. Lavoro artigianale di 57 conversazioni con i tassisti, il libro si propone di trasmettere la cruda verità dell’Egitto, di cui di solito si parla in privato.

“Ho cercato di annullare l’autocensura che ogni scrittore egiziano fa. In Egitto viviamo la nostra vita in una gigantesca auto-censura”, ha detto in un’intervista all’ ufficio Cairota dell’impresa di investimenti dove lavora.

Diversi redattori sono stati recentemente condannati al carcere per esprimere alcune delle opinioni espresse dagli anonimi tassisti di Khamissi, ma Khamissi non ha avuto alcun problema con le autorità.

Il suo tassista deride il governo, racconta crude barzellette per screditare il sistema. Uno dice che vorrebbe vedere i fuorilegge fondamentalisti islamici Fratelli musulmani al potere, anche se non prega o non va alla moschea. “Perché abbiamo provato di tutto”, egli spiega.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Sasha Simic (da Socialist Review, marzo 2008)

Circa 80000 taxi girano per le strade del Cairo. Le martoriate macchine in bianco e nero attraversano in modo caotico le strade della capitale Egiziana, sono così onnipresenti che è facile dimenticare che ciascuno di essi trasporta almeno una storia umana.

L’anno scorso il giornalista egiziano Khaled Al Khamissi ha raccolto 58 conversazioni che ha avuto con i tassisti in un libro. Il risultato – Taxi – è stato un best-seller immediato. E ‘un meraviglioso lavoro, che cattura la lotta giornaliera dei lavoratori nel moderno Egitto, attraverso le loro stesse parole.

I governanti egiziani hanno abbracciato con entusiasmo il neoliberismo rendendo la vita molto più difficile per la popolazione. I tassisti di questo libro sono giovani e meno giovani, religiosi e laici, rappresentanti di diversi gruppi provenienti da tutta la società egiziana, ma ognuno lotta per sopravvivere nella sua “pesce mangia pesce” società.

Semplicemente cercare di rinnovare la patente di guida diventa un incubo di burocrazia e corruzione che non trova in Kafka un rivale. La maggior parte di loro odia il dittatoriale presidente Hosni Mubarak, e disprezza i ricchi egiziani. Molti capiscono che cosa le sfrenate forze del mercato hanno fatto alla loro vita: “Sono come un pesce e il taxi è come un contenitore di pesce… E ‘vero io guido in giro per tutto il giorno, ma vedo solo la parte interna del mio taxi, i miei limiti Sono le finestre del taxi. La Vita è una prigione, che termina nella tomba”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Le confessioni dei tassisti del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Omayma Abdel-Latif (da Book Review, Foreign Policy, settembre/ottobre 2007)

Nel mese di luglio, quattro mesi prima della sua scomparsa, lo studioso Alain Roussillon espresse profonda preoccupazione per l’aumento delle tensioni nella società egiziana. Esse riflettono il ritorno della “questione sociale” nella politica egiziana. La più grande minaccia per il regime, ha suggerito, non è stata la Fratellanza musulmana o di qualsiasi altro gruppo di opposizione, ma piuttosto l’atteggiamento della popolazione verso di essa. A giudicare dai più di 200 sit-in, gli arresti, gli scioperi della fame, e le dimostrazioni che si sono verificate in tutto il paese solo lo scorso anno, gli egiziani esprimono sempre più autentiche rimostranze contro il loro governo.

Ma non avrebbe senso, la paura o la rabbia della maggior parte degli egiziani che ascolta le élite politiche del paese parlare a seminari e saloni. Come in molti paesi di tutto il Medio Oriente, è la ” lingua della strada “, che spiega i modi in cui la maggioranza degli egiziani pensa e si comporta politicamente. Forte come sono numericamente, la maggioranza dei cittadini del paese rappresenta un Egitto la cui voce non è ascoltata.

Quindi, Khaled Al Khamissi, uno scienziato politico egiziano trasformatosi in sceneggiatore e giornalista, ha messo in atto il modo di decifrare gli atteggiamenti politici della persona media sulle strade arabe, ha deciso di parlare con le persone che passano le loro giornate alla guida: i tassisti Del Cairo. Essi hanno il privilegio di mischiarsi con persone provenienti da tutto lo spettro sociale, e in quanto tali, le loro opinioni spesso riflettono il pensiero di al-ghalaba, un termine popolare coniato per riferirsi agli strati più bassi della società, coloro che vivono ai margini della politica e sono colpiti da essa. Durante il suo anno di viaggi quasi esclusivamente in taxi, Khamissi è giunto a credere che alcuni tassisti offrono un’analisi molto più profonda degli analisti politici, e che sono importanti barometri degli umori popolari e delle rimostranze contro il governo.

Il risultato della sua ricerca è Taxi, un romanzo pubblicato a gennaio (2007) e diventato già un best-seller, con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui le 3000 copie sono considerate come un successo Ma invece di tessere insieme un ben definito intreccio narrativo o un’avventura, Khamissi ha prodotto una serie di vignette di diverse esperienze di tassisti, nel tentativo di catturare l’immagine il più ampia possibile dell’altra faccia della politica egiziana. Per questo motivo, e forse anche per proteggere i caratteri “identità”, i tassisti che egli introduce in taxi sono figure composite, prodotti fittizi del suo tempo trascorso a parlare di tutto, dall’ economia e educazione alla salute e la politica.

L’interesse Egiziano per il libro non dovrebbe sorprendere. Anche se vi è stato un diffuso lavoro accademico per tentare di capire “cosa è successo agli egiziani,” il romanzo di Khamissi spicca. Il suo approccio improbabile, la lucida prosa, e un raro spaccato sulla coscienza popolare rende Taxi forse la più interessante delle opere che la cronaca sociale e le trasformazioni politiche Egiziane hanno prodotto nel corso degli ultimi cinque decenni.

Naturalmente, è utile la sua scelta di documentare la “strada” in uno dei momenti più politicamente pieni della recente storia egiziana. Per la prima volta nel corso dei decenni, il dissenso popolare non è stato diretto principalmente contro Israele o gli Stati Uniti, ma contro un avversario interno-lo stato, la sicurezza e i sistemi che controllano i centri nervosi del regime. Dall’ aprile 2005 al marzo 2006, Khamissi ha guardato la strada emergere come centro della scena politica, da proteste anti-regime, dimostrazioni, elezioni, e aberranti scene di violenza commesse contro i manifestanti.

Aveva una frontale, più esattamente, vista da dietro le quinte delle reazioni egiziane al primo movimento indipendente di protesta che sfidava il regime del Presidente Hosni Mubarak. Bisognava seguire Una serie di eventi politici, compreso il paese alle prime elezioni presidenziali, con ben nove candidati che concorrevano al posto di presidente. (Non che questo abbia fatto qualche differenza.) Poi sono arrivate le elezioni parlamentari in cui la Fratellanza musulmana ha vinto 88 seggi, dopo dure, violente battaglie e misfatti del partito al potere. L’anno ha visto anche la strada diventare il cuore della battaglia tra i giovani sostenitori di Mubarak e i suoi oppositori.

E in tutto questo Khamissi guardava e ascoltava i tassisti, che sono spesso insegnanti, ragionieri, avvocati di formazione, ma il cui paese non è in grado di offrire un lavoro adatto alla loro istruzione. Indignati dall’ austerità economica e guidati dal malcontento delle classi inferiori impoverite, i tassisti stanziati nel loro piccolo spazio pubblico per sfogare la loro rabbia e frustrazione contro il governo e agli stranieri che aderiscono a simili rimostranze. La genialità di Taxi è che coglie il punto in cui il taxi cessa di essere solo un mezzo di trasporto e diventa invece uno spazio di dibattito e di scambio, in un momento in cui tutti gli altri spazi pubblici, tra cui la stessa strada, erano diventati inaccessibili sotto la Brutale forza della polizia di Stato.

Nel mezzo di questa tumultuosa atmosfera, Khamissi ha lanciato grandi intuizioni nella schizofrenica relazione tra gli egiziani e lo stato. Vi è allo stesso tempo un disprezzo profondamente radicato per l’autorità, ma anche una schiacciante paura che li blocca a ribellarsi contro di essa. Alcune teorie datano questo conflitto indietro nel tempo, al tempo dei faraoni, rilevando che l’Egitto è sempre stato un forte stato interventista, e gli egiziani hanno quasi religiosamente temuto e adorato la sua autorità dagli albori del paese. Khamissi ricrea un incidente che riflette questo rapporto ambivalente attraverso un tassista che insulta il Ministero degli interni, simbolo di oppressione per molti, ma allo stesso tempo dice che lo rispetta.

In un altro episodio, Khamissi offre una semplice risposta sul motivo per cui gli egiziani non aderiscono alle proteste di piazza, nonostante la loro sofferenza e la miseria. ” ora Tutto ha perso il suo significato “, dice un autista. “Duecento persone sono circondate da due mila ufficiali di leva.” Anche se, come dice Khamissi, la percezione popolare del governo è che “è debole, corrotto, e terrorizzante. Se ci si soffia sopra, cade a pezzi “, dicono diversi tassisti. Ma se questa è la percezione dominante, perché non si uniscono contro di essa? Spiegando la cronica apatia politica degli Egiziani, un tassista commenta: “Il problema è che in noi egiziani, il governo ha piantato i semi della paura di morire di fame. Questo ci fa pensare solo a noi stessi, e la nostra unica preoccupazione è come far quadrare il bilancio. ” Stiamo vivendo una menzogna, e il ruolo del governo è quello di assicurarsi Che noi continuiamo a crederci. “

Tra i tassisti a cui da voce Khamissi, la questione economica resta in gran parte il vero mal di testa- con stipendi che sono appena sufficienti per le necessità di base e le variazioni dei prezzi sono una routine quotidiana. I tassisti danno la colpa al governo, che pensa solo ai “ricchi turisti”. “Il piano reale del governo è di farci uscire dal paese. Ma se lo facciamo, non avrà nessuno da imbrogliare e da derubare. “Non esattamente il tipo di realtà che si può avere da saloni o dagi incontri di riflessione sulla democratizzazione in Medio Oriente al Cairo.

Questo è esattamente il motivo per cui Khamissi ha colpito. Più di tutto, i suoi racconti suggeriscono che vi è un grande magazzino sociale di rabbia e frustrazione contro lo status quo. La triste realtà è che, se la rappresentazione del Cairo di Khamissi è vera, vi sono scarse probabilità che la loro scontentezza sia presto trasformata in una forza per il cambiamento di una società, il cui sviluppo è stato bloccato per tanto tempo.

Omayma Abdel-Latif è coordinatore di progetti presso il Carnegie Endowment for International Peace’s Middle east Center a Beirut.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Un taxi cairota guida con uno scrittore seduto nel sedile posteriore

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Scott Jagow (da Marketplace, 3 marzo 2008)

Khaled Al Khamissi ha trascorso un anno parlando con i tassisti su e giù per il Cairo. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di una frustrata classe operaia. Scott Jagow seduto in un taxi con lui per sentire di più e vedere la città.

Scott Jagow: Questa è la strada Cairota. Caotica e inquinata, certamente. Ma anche piena di vita. La prossima settimana, vi mostreremo il Medio Oriente al lavoro. Come le persone fanno affari in questa parte vitale del mondo. La prima persona che ci soddisfa è Khaled Al Khamissi. Ha trascorso un anno al Cairo in giro sui taxi – semplicemente parlando ai loro conducenti. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di un frustrata classe operaia. Abbiamo preso un taxi con lui per sentirne di più.

Ma, dal momento che questo è l’Egitto, prima di tutto negoziamo la tariffa con il conducente. Una volta che ci siamo sistemati, ho chiesto a Khaled che dice il suo libro dell’Egitto, e della gente del Cairo.

Khaled Al Khamissi: Molte persone parlano di oppressione in termini di oppressione politica. Ma che cosa si soffre qui in Egitto, è l’oppressione economica. L’Egitto ha un potenziale, e questo potenziale è andato perso al 100 per cento.

Jagow: Un cento per cento. Suona piuttosto senza speranza.

Al Khamissi: Sì. Penso che ci troviamo in una situazione senza speranza, e la gente deve lavorare 20 ore al giorno per sopravvivere.

Jagow: Khaled, puoi raccontarmi una storia, una che potrebbe rappresentare il libro?

Al Khamissi: posso dirti una storia. È la storia di un tassista. Mi ha detto che un funzionario di polizia, dopo un’ora in taxi, gli chiese, “Dammi la tua carta di identità “. Ed egli sapeva che voleva dei soldi. E poi gli ha dato 5 sterline. E il funzionario ha detto: “Questo non è abbastanza”. E allora gli ha dato 10 sterline. E queste 10 lire sono gli unici soldi che questo tassista ha guadagnato in cinque o sei ore ‘di lavoro.

Jagow: Alla fine del libro, dopo la lettura di tutte queste storie in cui si sentiva un senso di disperazione, l’ultima storia sembrava avere qualche speranza. Hai sentito un senso di speranza alla fine, quando stavi finendo il libro?

Al Khamissi: certamente – non si può vivere senza speranza. Credo che il popolo egiziano ha il grande potere di scherzare giorno per giorno. Questa è anche la nostra speranza – la nostra vera speranza.

Jagow: Puoi dirmi uno degli scherzi, per voi rappresentativi?

Al Khamissi: posso dirvi la barzelletta del giorno.

Jagow: OK, abbastanza equo.

Al Khamissi: Al Cairo ci sono 18 milioni di persone, e 18 milioni di persone in una sola città è molto. Voglio andare lì – per cinque minuti di lavoro, e tre ore di macchina.

Jagow: Che somma da record.

Al Khamissi: Hahaha.

Jagow: Khaled, la ringrazio molto, è stato un piacere viaggiare in taxi con te.

Al Khamissi: Grazie a te, il piacere è il mio.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Reportage dai taxi egiziani. Ed è bestseller

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Paolo Casicci (da Il Venerdì di Repubblica, numero 1042, 7 marzo 2008)

ON THE ROAD Un cronista ha raccolto storie e sfoghi sulle auto pubbliche del Cairo

Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi. Il volume raccoglie cinquantotto racconti che l’autore, scrittore e giornalista del Cairo, classe ’62, una laurea in Scienze politiche alla Sorbona, ha scritto dopo avere circolato per un anno nella propria città solo a bordo di auto pubbliche. Raccogliendo, così, lo sfogo dei conducenti, campionario umano molto rappresentativo della crisi sociale in corso nel Paese del presidente Hosni Mubarak. Il linguaggio del libro è quello della strada, e i racconti alternano ironia e amarezza. Uscito in patria un anno fa, Taxi è stato ristampato sette volte e sta per essere tradotto in inglese, francese e italiano. Da noi, uscirà dopo l’estate per l’editore il Sirente de L’Aquila.

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Per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero

L’inviato del Marketplace Morning Report Scott Jagow vaga per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero con Khaled Al Khamissi, autore di “Taxi”. Khamissi è stato per un anno intero girando il Cairo a bordo di taxi e parlando con gli autisti. Questo libro racconta le storia della classe operaia frustrata dell’Egitto.

[http://www.vimeo.com/740107/l:embed_740107]

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Un talento folle, un libro folle

di Réginald Martel (La Presse, Sabato 21 marzo 1981)

Più di trecento pagine di grande formato e a caratteri piccolissimi, è una cosa da far paura. E François Barcelo, detto tra noi, non è un nome noto. E il titolo del suo libro, Agénor, Agénor, Agénor et Agénor, di per sé non promette nulla. Allora si sfoglia il volume e poi lo si posa per un po’ di tempo; ci si torna su e si fa la stessa cosa. E poi, alla fine, punzecchiati nel vivo da un intervento dell’autore, sorta di intimazione a commentare, il critico letterario ci si mette per davvero.

Diciamolo francamente: ecco un’esperienza di lettura assolutamente nuova. Veramente nessuno da queste parti ha mai scritto qualcosa che assomigli neanche da vicino agli Agénor di François Barcelo. “Romanzo”, secondo l’editore. Si tratta piùttosto di un enorme racconto, o piuttosto di un corpus di racconti, che riunisce nel passato e nel presente, nell’altrove e nel qui così tanti personaggi che si smette di contarli, senza però dimenticarne uno solo e soprattutto senza confonderli.

François Barcelo non si perde né perde il lettore. Con la sua verve che non diminuisce mai di intensità,, con un’immaginazione folle, un senso molto forte dell’intensità drammatica, il narratore propone e impone le situazioni più strampalate o quelle più commoventi, senza mai indugiarvi più del necessario. Dopo quindici pagine, sappiamo che il libro non lascerà più le nostre mani e che ci aspettano alcune magnifiche notti in bianco.

Pagina dopo pagina, l’autore trattiene solo una dozzina di personaggi o poco più. E mentre un capitolo inquadra l’azione e la rilancia, il successivo racconta la storia di uno dei personaggi, senza che ci sia veramente iato nella narrazione. Si tratta in qualche modo di prendere la lente di ingrandimento per esaminare nei suoi dettagli migliori la caricatura. Caricatura? È un modo per dire che i tratti dei personaggi sono fortemente accentuati. Si intuisce che François Barcelo quasi crede in loro, nei suoi personaggi, che ad ogni modo li ama, e che i loro difetti sono solo qualità supplementari per renderli più affascinanti.

L’evidenza dell’inverosimile.

La forza del talento consiste nel far credere al lettore che l’inverosimile sia la realtà. Nessuno oserà contestare l’evidenza del passaggio di uno degli Agénor, un extraterrestre, nella vita di rozzi contadini, radicati nella natura ma che minaccia, col passar del tempo, tra il XIX secolo e questo qui, la cultura e le forme più moderne di asservimento.

Non è possibile riassumere un libro del genere, se non attraverso alcune costanti: l’erotismo, l’umorismo e la tenerezza prorompente. I personaggi femminili sono magnifici, da tutti i punti di vista, cosa che favorisce i propositi dell’autore e di coloro che li amano. Che li amano e che li seguono, poiché in molti casi sono loro a portare avanti il destino del clan. Sono loro a scegliere i propri uomini e a fare la Storia. Personaggi indimenticabili, che non smettono di essere presenti nella memoria, fino a che non si chiude questo libro troppo corto. Ma François Barcelo promette quasi un seguito.

L’umorismo occupa un posto importante, non tanto con i brillanti giochi di parole, che sono piuttosto rari, ma nel ritmo stesso di una scrittura estremamente vivace, in cui la formula ellittica o incisiva segue o precede la lunga fase descrittiva. Umorismo alle spese dei personaggi, che sono spesso commoventi per l’ingenuità o la loro assurdità.

E poi la tenerezza avvolge tutto quanto, attraverso i drammi stessi vissuti dai personaggi, attraverso le guerre che devono portare gli uomini in paesi stranieri. Perché c’è posto per l’epopea, per i grandi atti di coraggio, in questo affresco sempre mutevole e che riesce sempre a stupire.

I racconti di François Barcelo non prendono in prestito granché dal folklore. La leggenda e le magie nascono dalla sua penna, provenendo dall’universo che a poco a poco nasce e si amplia: è qualcosa di nuovo. Al contrario, le allusioni alla storia sono numerose, alla nostra storia in particolare, che l’autore evoca facendo l’occhiolino al lettore. È proprio qui e di qui che sono i suoi personaggi, che portano dentro di sé allo stesso tempo quello che siamo stati e quello che siamo, e anche quello che non riusciamo a essere. Fortunatamente, François Barcelo ha saputo resistere fino alla fine alla tentazione, sempre che l’abbia avuta, di fare un romanzo a tesi.

Siamo infatti in piena letteratura d’immaginazione, una letteratura fresca, colorata e che scoppia di salute. Una letteratura che trova il suo giusto posto in una collana che attira e riunisce, salvo eccezioni, alcuni degli scrittori maggiormente suscettibili di costituire questa nuova generazione di scrittori franchi tiratori che rinnoverano la prosa in Québec. Saremmo molto avveduti a far la conoscenza di François Barcelo. Per un piacere di leggere garantito.

(traduzione di Simone Benvenuti)

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Agénor, Agénor, Agénor e Agénor di Gaëtan Lévesque

di Gaëtan Lévesque (da Voix et Images, 1982, vol. VII, n. 2, pp. 423-424)

Dalla pubblicazione di Quand la voile faseille di Noël Audet  e de La Saga des Lagacé di André Vanasse , pochi sono gli scrittori che hanno maneggiato magistralmente un genere letterario che richiede una così grande abilità quanto il racconto umoristico. François Barcelo riesce in questo tour de force letterario nel suo primo romanzo, Agénor, Agénor, Agénor e Agénor.

Dapprincipio, il titolo non lascia supporre nulla di più che un nome, che non sentiamo tutti i giorni ma che è ripetuto come una specie di eco “visiva” che invita alla lettura di questo meraviglioso romanzo di 320 pagine: un romanzo che il lettore trova troppo corto, tanto la scritturta di Barcelo è affascinante e i suoi personaggi avvincenti.

L’autore situa il suo racconto tra il XIX e il XX secolo e i suoi personaggi si muovono in uno spazio immaginario che potrebbe essere «il Québec come qualunque altro paese», mentre l’azione si svolge tra l’umorismo e la tenerezza. Partendo da una serie di giochi di parole, Barcelo ci immerge in un universo fittizio, pieno d’immaginazione, che potrebbe però benissimo riflettere la realtà.

I personaggi principali di questo “colossal romanzesco” sono personaggi femminili; tra questi, quello di Maria-Clarina, donna forte e simpatica, presente dall’inizio alla fine del racconto. È attorno a questo personaggio principale che si innestano i personaggi secondari; in totale, ventitre capitoli, nei quali si sviluppa una dozzina di personaggi dei più impressionanti. Ogni attore ha diritto a un capitolo di presentazione, nel quale l’autore ci racconta la sua storia. In questa maniera, egli riesce a collocare i personaggi in rapporto con gli altri senza farci perdere il filo della narrazione. È necessario molto talento per giocare con tanti personaggi e riuscire a creare una storia interessante.

Che si tratti dell’Agénor extraterrestre o dell’Agénor militare, Barcelo disegna in modo originale il carattere e la personalità di ciascuno di essi nel contesto sociale e individuale nel quale si sviluppa. Tanto le scene di guerra sono sanguinose e decadenti, tanto le scene d’amore sono belle e tenere. È una visione dell’erotismo non gratuita. Del resto, nulla è gratuito in questo romanzo, nel quale ogni elemento ha la propria ragion d’essere. Ogni storia si inserisce nel piano globale per restituirci un racconto estremamente ben costruito.

Per la sua originalità, Agénor è uno dei romanzi importanti del 1980 e il suo autore si inserisce nella tradizione dei migliori scrittori quebecchesi. C’è da sperare che François Barcelo ci offrirà presto altre storie così appassionanti.

(traduzione di Simone Benvenuti)

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