LUCCA FILM FESTIVAL: Immagini resistenti. Il piacere di scoprirle

Ottobre 5, 2008 at 10:57 pm (Articoli) (, , , , , )

IL MANIFESTO – 03/10/2008
di Cristina Piccino

«Non è tempo di abbassarci ma di essere pronti a cantare la nostra nota più bella». Questa frase racconta bene Jonas Mekas, ci dice della sua passione per la musica, l’altro grande amore insieme al cinema, con l’accordeon che si porta dietro ovunque in giro per il mondo. E dell’energia di questo geniale artista, oggi ottantaseienne (è nato nel 1922 a Semeniskiai, in Lituania) , capace di suonare per gli amici alle ore della notte più strampalate senza mai dire che è tempo di dormire. Jonas Mekas sarà uno dei protagonisti al prossimo Lucca film festival (10-18), piccola e assai agguerrita zona libera dell’immaginario, di quelle che oggi in Italia è sempre più difficile fare con le smanie di «tappeti rossi» – o come si dice «red carpet» – e le censure preventive che fioccano da ogni parte. Nell’intervista che apre il catalogo, una conversazione tra Mekas e Pip Chodorov, anche lui regista, ideatore di una magnifica collana di home-video, la parigina Re: voir , leggiamo in una domanda sul New American Cinema, al quale Mekas ha partecipato, come del resto tutta la scena della ricerca più sperimentale: « Vedo il New American Cinema come un giovane albero, una persona giovane, di quindici o diciassette anni, molto ribelle e che non si fida dei genitori. Poi questa persona cresce, arriva ai quaranta, cinquanta, sessant’anni, ma nell’armadio ha ancora oggetti e ricordi di quando aveva dieci anni … Il cinema di oggi negli Stati uniti ha incorporato come in ogni altro luogo le conquiste linguistiche, tematiche, tecnologiche, linguistiche degli anni Sessanta, ed è completamente da qualche altra parte… Lo stesso vale per me anche se qualunque cosa faccia ora inizia molto, molto tempo fa …». Mekas in Lituania è tornato solo poco tempo fa, arrivò in America con i molti profughi della seconda guerra mondiale da un campo di concentramento insieme al fratello Adolfas, e lituano era anche Maciunas, tra i fondatori di Fluxus, movimento di cui Mekas è stato tra i protagonisti … Sono molte storie ma la cosa più bella è che Mekas continua a stupire, pur lavorando spesso con materiali della sua vita, anche passata, quei diari filmati in diversi formati che raccontano un tempo, un’utopia, forse qualcosa di più. E insieme c’è la sua capacità di essere nel presente, coi più giovani, ragazzi che crescono al suo cinema, al Film Archive, la sala che cura nell’East Village newyorkese, e che in questa relazione e scambio di esperienze, conquistano una sensibilità speciale (è uno dei massimi difetti del nostro cinema l’incapacità di guardare alla ricerca e alla sperimentazione). Mekas aprirà con Birth of a nation (‘97) il festival, centossessanta ritratti – «schizzi» li definisce – di filmmaker indipendenti, d’avanguardia e attivisti fra il ‘55 e il ‘95. Il titolo è perché il cinema indipendente – come dice Mekas – è in sé stesso una nazione. Ci sarà anche una mostra, alla Fondazione Ragghianti, coi suoi lavori. Mekas però non è il solo ospite. Gli omaggi inanellano i nomi di Shane Meadows e di Kiyoshi Kurosawa, e soprattutto un omaggio a Pierre Clementi, attore, regista, ispiratore del Sessantotto italiano, spesso Bernardo Bertolucci ha raccontato che era lui a portare le invenzioni del Maggio francese a Roma quando giravano Partner . Sarà anche per questo che Clementi nell’Italia che amava finì in galera con un’accusa di droga, sicuramente montata, e ci restò anni aspettando un giudizio che non arrivava mai. Scrisse di quei giorni terribili e assurdi in un bel libro che il festival ripropone ( Pensieri dal carcere , nell’edizione francese Quelques messages personnels , Gallimard). A ricordarlo ci saranno il figlio, Balthazar, gli amici come Marc’o con cui Clementi aveva girato Les Idoles , Pierre Kalfon, Franco Brocani (e avere la possibilità di ascoltarli tutti insieme è di per sé un’occasione magica). Si vedranno i film di Clementi cineasta, molto difficilmente fruibili in Italia, come Visa de Censure n. X (1967) , quelli come attore ( Necropolis di Brocani, Porcile , Les Idoles ) ma soprattutto una serie di filmati inediti che il festival ha recuperato grazie al lavoro del laboratorio di restauro dell’università di Udine e del Dams di Gorizia. Mostrano il set di Les Idoles o una vacanza a Positano in cui c’è anche Philippe Garrel. Sono immagini personalissime, quasi degli home movie, dove però scorre ugualmente il senso di un’epoca.

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Apre i battenti Festivalguer

Settembre 11, 2008 at 10:28 am (Articoli) (, , , , )

Sardegna Oggi — 10 settembre 2008

Al Festivalguer PortoMediterraneo di Alghero è tutto pronto per accogliere da venerdì 12 a domenica 14 settembre la musica, la poesia, la letteratura, l’artigianato, la gastronomia, dei popoli che attraversano il Mare Nostrum. La città catalana si appresta ad ospitare una intensa tre giorni dedicata all’arte e alla cultura mediterranea, declinata in tutte le sue componenti: incontri, idee, tradizioni dal mondo. Un pot-pourri di suoni, colori, odori, sapori, profumi e atmosfere nei quali assaporare la magia delle melodie arabe, spagnole, sarde, francesi, o elaborare mescolanze e idee nuove senza tradire radici e storia, davanti al mare, tra i profumi della brezza marina mediterranea.

ALGHERO – Ogni giorno appuntamenti di letteratura, cultura del cibo dai sapori mediterranei, incontri con scrittori nazionali ed internazionali di grande levatura. Un nuovo percorso tracciato nel cuore di Alghero, tra il Molo Dogana nel porto vecchio e il Teatro del Forte della Maddalena: gli scorci tra i più suggestivi della città appositamente allestiti per accogliere la manifestazione, dove si incontrano le testimonianze di una fervida specificità mediterranea. E’ la grande novità di questa edizione del Festivalguer, che si candida con sempre maggior successo a divenire volano promozionale per le politiche di sviluppo turistico non solo di Alghero ma dell’intero Nord Sardegna, aspirando a caratterizzare sempre l’antica città come porta del Mediterraneo e bacino d’incontro dove possano intrecciarsi i fili diversi di una comune identità mediterranea.

Artisti d’eccezione italiani e internazionali che lavorano sulle musiche del mediterraneo, frutto di incroci e contaminazioni tra i generi musicali provenienti dal mare: al Teatro Forte della Maddalena venerdì 12 settembre alle 21,30 Diego El Cigala (Spagna), la voce flamenco più importante del momento accompagnato dal leggendario pianista cubano Bebo Valdes; il giorno dopo, sabato, S’Ard (Sardegna), il progetto originale di Mauro Palmas con i suoni della Sardegna e del suo affiatato gruppo (Marcello Peghin – chitarra, Riccardo Leone – piano, Silvano Lobina – basso, Andrea Ruggeri – batteria, Mirko Maistro – fisarmonica) che incrociano le note del Mediterraneo e in questa occasione quelle speciali di Lino Cannavacciuolo, Antonello Salis, Gavino Murgia, Patrizia Laquidara, Tenores di Orosei e Claudia Crabuzza, voce della band sarda, Chichimeca; domenica 14 settembre chiude i battenti della prima edizione del Festival PortoMediterraneo Yasmin Levy (Israele), voce soprano vibrante e intensa, tra le interpreti più importanti del Mediterraneo. Ogni sera invece al Molo Dogana dalle ore 23.30 (ingresso libero) si potrà ballare con il concerto dal vivo dei Fufu-Ai (Francia-Spagna) e l’irresistibile patchanka di suoni, colori, stili, lingue, musiche e tradizioni guidate dalla sensualità di Anouk, voce della band. Con loro sul palco anche un musicista sardo in veste di ospite: Mario Brai, il cantante-violinista di Carloforte che da oltre vent’anni percorre la strade musicali del Mediterraneo ispirandosi alle straordinarie influenze sonore turche, arabe e sarde per comporre i suoi brani caratterizzati soprattutto dall’uso della lingua tabarkina.

Ogni sera appuntamenti di letteratura, cultura del cibo e squisitezze mediterranee, incontri, dibattiti e presentazioni con scrittori sardi, egiziani, africani, di alto profilo. Il contesto ideale per meditare e discutere insieme agli autori sulle tematiche che caratterizzano il Mediterraneo, le differenze e le analogie di culture apparentemente lontane, ma in realtà molto vicine, per certi aspetti. Una suggestiva mostra fotografica con gli scatti mediterranei di Massimiliano Caria, Giampaolo Cotogno, Gianni Monti e Gigi Olivari, farà da scenografia nello spazio dedicato agli incontri di letteratura. Un percorso sull’identità culturale e artistica del mediterraneo attraverso un itinerario visivo composto da fotogrammi esemplari di volti, paesaggi, oggetti, mestieri, colori. Sintesi del mondo che si affaccia sul nostro mare, secondo personali punti di vista.

Si parte Venerdì 12 settembre alle ore 19.00 con la presentazione del libro Fertilia (edizioni Novecento) con l’autore Eugenio Cocco, l’editore Massimiliano Vittori, Giorgio Pellegrini e il sindaco di Alghero, Marco Tedde. Uno sguardo speciale su Fertilia, una metafisica terrazza sul mediterraneo. Architettura, storia e rilancio di una borgata. Alle 21 verrà presentato il libro Viaggio in Sardegna di Michela Murgia, edizioni Einaudi. L’autrice dialoga con Gianfranco Capitta. Undici percorsi nell’isola che non si vede, una guida narrativa per perdersi in Sardegna inserito nella collana Geografie. Sabato 13 sempre alle 19.00 la presentazione del libro Le Storie di Abu, fiabe popolari egiziane in italiano e arabo illustrate da Rosalba Suelzu, Angelica editore. Rosalba Suelzu, Rossana Copez, Tonino Oppes, Franco Fresi animano un incontro-dibattito in cui si confrontano la letteratura per l’infanzia nel bacino del Mediterraneo e quella sarda. Seguirà una lettura teatrale del testo con l’attore Gianluca Medas. Alle ore 21,00 un evento di lancio in anteprima nazionale: sarà presentato il libro Taxi di Khaled el Khamissi, edizioni Il Sirente. Prima opera dello scrittore, giornalista, regista e produttore egiziano, è diventato un best-seller in Egitto, forte di ben sette ristampe in un solo anno. Domenica 14 settembre alle 19,00 ci sarà la presentazione del libro Tutti buoni arriva Mommotti di Rossana Copez e Tonino Oppes, edizioni Condaghes. Interverranno gli autori. Con il passare dei secoli l’orco cattivo è diventato Su Mommotti, l’Uomo Nero. Le storie, le leggende e le origini di questo strano demone nell’immaginario collettivo da secoli nella tradizione sarda. Alle ore 21,00 seguiranno altre due presentazioni alle quali interverranno gli autori: la prima, del libro Onda sigillata: acqua vita e parola di Yarona Pinhas, edizioni la Giuntina. Mater Mediterranea. Acqua e Dee madri, suggestioni mistiche e interpretazioni nella Torà e nell’anima mediterranea, sulle tracce delle radici comuni di popoli e religioni. Subito dopo verrà presentato il libro: La donna delle sette fonti di Diego Manca, edizioni Condaghes. Diego Manca, poeta e scrittore, è anche autore del romanzo ancora inedito, Cuore d’Europa, dedicato allo spirito del nostro continente: l’Europa. L’incontro sarà coordinato da Costantino Cossu.

Alghero sarà anche meta di turismo alimentare: tre piatti del giorno per tre serate di grande cucina. In uno scenario fantastico ed elegante da Mille e una notte allestito in un angolo speciale del Molo Dogana, ogni sera per un numero massimo di centocinquanta persone Giovanni Fancello, uno dei migliori cuochi del Mediterraneo, appassionato e studioso di cultura del cibo, proporrà ai presenti una degustazione guidata e gratuita di un piatto mediterraneo per giornata alle ore 20.00. Si parte il 12 settembre con le Impanadas cun angelottos, il 13 con Ghisadu (stufato) e infine il 14 settembre con Ciciones cun regottu mustiu e buttariga. Piatti prelibati interpretati dalla grande creatività del cuoco esperto, da lui raccontati in una conferenza prima dell’assaggio, attraverso nozioni di cultura alimentare. Il nutrimento come necessità, ma anche sapore, cultura, comunicazione, economia. I piatti di Giovanni Fancello saranno accompagnati dai vini pregiati delle cantine Sella & Mosca e dal liquore di mirto Zedda Piras. Entusiasta investigatore dell’origine degli alimenti, Giovanni Fancello ne racconta il percorso storico e leggendario per poi ricostruirne il destino culinario. Per il Porto Mediterraneo si avvale della collaborazione dei suoi talentuosi maestri di cucina Stefano Resmini, Stefano Pinna, Guido Beltrami, Gina e Tattana Fancello.

La cultura materiale, saperi antichi che le mani degli artigiani trasferiscono alla materia e, nella rinnovata sfida tra design e tradizione, creano prodotti che parlano della terra e dei popoli. La mostra mercato dell’artigianato artistico che Alghero, con l’evocativo nome di Casbah ospita sul molo Dogana: oltre 1000 aziende artigiane associate che rappresentano una delle realtà più consistenti del meridione d’Italia.

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Alghero, nasce un festival dei popoli

Settembre 9, 2008 at 1:32 pm (Articoli) (, , , , )

La Nuova Sardegna — 31 luglio 2008   pagina 41   sezione: NAZIONALE

ALGHERO. Da tempo non solcano le sue acque le triremi dell’impero romano che lo aveva unito sotto un unico cielo, ma il Mediterraneo continua a legare la vita dei tanti paesi che si trovano sulle sue rive, unite dalle onde dello stesso mare, culla delle più antiche civiltà, e dalla cultura. Cultura mediterranea che, declinata nelle sue componenti di musica, poesia, letteratura, artigianato, gastronomia, sbarca ad Alghero con «Porto Mediterraneo», il nuovo festival dei popoli che attraversano il Mare Nostrum inserito nel grande contenitore del Festivalguer. Dal 12 al 14 settembre, tre giorni di incontri, di tradizioni, di musica tra il Molo Dogana e il teatro del Forte della Maddalena. L’iniziativa è stata presentata ieri nelle sale del Comune dal sindaco Marco Tedde, dall’assessore al Turismo Mario Conoci e Massimo Palmas di Sardegna Concerti (tra gli organizzatori), fiduciosi che l’evento possa diventare un nuovo appuntamento fisso dell’estate algherese, «per allungare la stagione turistica – ha spiegato il sindaco – e caratterizzare sempre più la città come porta del Mediterraneo e bacino d’incontro dove possono intrecciarsi rapporti con le altre comunità del nostro mare».  Il Forte della Maddalena ospiterà artisti che lavorano sulle musiche del Mediterraneo: il 12 settembre alle 21.30 Diego El Cigala, spagnolo, voce del flamenco più importante del momento accompagnato dal pianista cubano Bebo Valdes, il giorno dopo S’Ard il progetto di Mauro Palmas con i suoni della Sardegna che incrociano in questa occasione le note di Lino Cannavacciuolo, Patrizia Laquidara e Claudia Crabuzza, algherese voce dei Chichimeca. Il 13 settembre toccherà alla israeliana Yasmin Levy. Ogni sera, inoltre, al Molo Dogana dalla 23.30, si potrà ballare con il concerto dal vivo dei Fufu-Ai, gruppo franco-spagnolo. Con loro sul palco anche un musicista sardo, il cantante-violinista Mario Brai che si ispira alle influenze sonore turche, arabe e sarde per comporre i suoi brani caratterizzati dall’uso della lingua tabarkina. Doppio appuntamento ogni sera, alle 19 e alle 21 al Molo Dogana, con la letteratura. Si parte venerdì 12 settembre con la presentazione del libro «Fertilia» (edizioni Novecento) con l’autore Eugenio Cocco. Uno sguardo speciale sull’architettura e la storia della borgata. A seguire «Viaggio in Sardegna» di Michela Murgia (edizioni Einaudi) che dialogherà con Gianfranco Capitta. Sabato 13 presentazione del libro «Le storie di Abu», fiabe popolari egiziane in italiano e arabo illustrate da Rosalba Suelzu. La stessa sera, alle 21, in anteprima nazionale «Taxi» dell’egiziano Khaled el Khamissi, diventato un best-seller in Egitto. L’ultima sera si parlerà invece, alle 19 con gli autori, di «Tutti buoni arriva Mommotti» di Rossana Copez e Tonino Oppes e, a seguire, del libro «Onda sigillata: acqua, vita e parola» di Yarona Pinhas, israeliana nata in Eritrea, studiosa delle tematiche al femminile della tradizione ebraica. Subito dopo chiuderà gli appuntamenti la presentazione del volume di Diego Manca «La donna delle sette fonti». Una mostra fotografica con gli scatti mediterranei di Massimiliano Caria, Giampaolo Catogno, Gianni Monti e Gigi Olivari, farà da scenografia nello spazio dedicato agli incontri con gli scrittori. Accanto alla musica e alla letteratura ci sarà spazio anche per la gastronomia, con i sapori del Mediterraneo: tre piatti del giorno per tre serate, dalle 20. Non mancherà inoltre l’artigianato, con una mostra aperta tutto il giorno allestita in una vera propria Casbah. (f.c.)

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LIBERA: SGOMBERATA E RASA AL SUOLO!

Agosto 13, 2008 at 5:44 pm (Articoli) (, )

Venerdì 8 Agosto 2008
 Stamani verso le 11.30 si sono avute le prime avvisaglie dello
sgombero, quando diverse macchine della digos sono arrivate in Via
Pomposiana e una pattuglia dei vigili ne ha chiuso l’accesso.
Nonostante il blocco molti compagni riescono a passare, e nel
pomeriggio quasi un centinaio di solidali sarà sotto il Libera
a fronteggiare la sbirraglia.
 Verso le 2 i poliziotti riescono ad entrare nell’edificio
dall’ingresso posteriore, dopo avere spinto via i compagni che
cercavano di impedire l’irruzione, scagliandosi poi anche contro chi
sorvegliava l’entrata principale. Diversi compagni sono strattonati
e
i poliziotti tentano più volte di fermare i fotografi (inclusa
la stampa accreditata). Una poliziotta lancia un tavolo nel mucchio
di
compagni e fotografi. A breve la situazione si calma e desistono
dall’aggressione contro le persone all’ingresso. Ma ormai sono
entrati
e noi siamo tutti
fuori.
 Alle 4 del pomeriggio la tensione è un pò calata
rispetto a qualche ora prima, quando gli sbirri hanno devastato
l’interno di Libera. Viene fatto arrivare il camion dei pompieri con
la scala e il cestello per salire sul tetto, dove 4 compagni
resistono
ad oltranza. Uno sbirro e un pompiere restano quasi un ora
penzolanti
nel cestello a 2 metri da Colbi incatenato. Per raggiungere il retro
di Libera e posizionarsi, la gru dei pompieri ha dovuto percorrere
il
lunghissimo viale di accesso alla casa. Tutte le persone presenti
sono
corse impedirne l’avanzata. Prima con barricate improvvisate (tirate
via dalla polizia, addosso alla gente) poi fronteggiandola metro per
metro sotto gli spintoni, i calci e le violenze di un’eterogenea
sbirraglia a stento tenuta a freno dal capo della digos (baffetti e
giacchino scamosciato, il topos del dirigente digotto anni ‘90).
Erano
presenti un folto numero di vigili urbani, corpo non titolato ad
occuparsi di ordine pubblico. Hanno
contribuito a malmenare, sollevare
di peso e gettare a terra chi tentava di fermare l’avanzata della
gru.
Gia domani verrà sporta denuncia contro di loro, sia per i
singoli casi di violenza documentati, sia per l’illegale presenza in
loco. Alla fine la gru passa, circondata dagli sbirri che la
cordonano. Diversi i contusi tra i manifestanti.
 Inizia il balletto del cestello a fianco del tetto. Ci sono dentro
uno sbirro e un pompiere. Il primo seccherà inutilmente Colbi
per un ora, con blandizie e ragionamenti. Intanto sul tetto è
salito un altro carabiniere, che attacca anche lui a parlare senza
ottenere nulla, e la testa baffuta del capodigos spunta
dall’abbaino.
Resteranno li 2 ore finchè abbandonati discorsi taglieranno le
catene che assicuravano Colbi, sollevandolo di peso nel cestello e
calandolo giù. In breve caleranno tutti dal tetto, assetati e
arroventati dal sole. Gli ombrelloni glieli hanno tirati via 2 ore
prima e da ore impediscono
l’arrivo di acqua.
 Ora è la volta di Benna, con il braccio ancorato dentro un
bidone di cemento da 200 kg, e delle 2 ragazze incatenate alla
finestra accanto a lui. Le 2 ragazze non vogliono lasciar tagliare
le
catene e non vogliono andare via abbandonando Benna solo con gli
sbirri. Ma uno di questi, aiutato da una vigilessa, le afferra
brutalmente. E’ una scena schifosa. Una delle 2 ragazze, quasi in
lacrime, urla perchè le stanno toccando i seni e le parti
intime. Tutte/i le/i compagne/i sono alle finestre attorno che
gridano
la loro rabbia e il disprezzo contro quelle bestie… impotenti
ad aiutare le compagne. Iniziano a lanciare acqua sulle carogne con
il
bell’effetto di intralciarli e disorientarli. Lo sbirro che stà
molestando la compagna, sbraita e grida più volte alla sua
truppa di sgomberare tutti dalle finestre. Così la situazione
precipita. Un funzionario esce e si mette a capo dello schieramento
urlando che lui è
l’amministratore della violenza e adesso ce
la amministra. Parte il fronteggiamento che diventa una carica in
cui
i picchiatori non si tengono più e menano manganellate. Un
ragazzo esce fuori con la testa spaccata, un fiotto di sangue sul
viso
e i vestiti. Altri se la cavano con contusioni al busto e alle
braccia. Diversi fotografi e cameramen vengono malmenati. Di li a
poco
inizeranno a rimuovere col flessibile e lo scalpello il cemento che
blocca Benna.
 L’avvocato di Libera spiega brevemente il senso dello sgombero. Lo
stabile è da anni assegnato ad una associazione, il Collettivo
degli agitati, che è composto dagli abitanti di Libera. Questi
si sono visti assegnare unilateralmente l’edificio dalla giunta.
Senza
che nemmeno lo avessero richiesto. Probabilmente le mire del comune,
all’epoca, erano di proporgli poi un cambio di sede. Sta di fatto
che
l’assegnazione scade a novembre 2008 e fino ad allora gli abitanti
occupano legittimamente la casa. La giunta
modenese dà
ugualmente alla polizia il mandato di sgombero. Ma non contro
l’associazione: contro i singoli abitanti che loro dire la occupano
illegalmente… sta di fatto che i soggetti coincidono. I
presunti abusivi sono i legittimi abitanti. Ma intanto lo sgombero
viene effettuato.
  LIBERA  E’ STATA RASA AL SUOLO IN SERATA.
 Domani verrà presentato ricorso contro lo sgombero, e se
anche i compagni vinceranno come probabile la causa, otterranno solo
un rimborso dei danni per ciò che è andato distrutto nel
crollo. La casa però non ci sarà più (non
c’è gia più!) e il comune non avrà l’obbligo del
ripristino. Così si è tolta di mezzo Libera, con una
sporca manovra.
 Attualmente i compagni sono in riunione, all’interno della
biblioteca anarchica che gestiscono in
 città (Via Sant’Agata 13, in centro). Decidono le azioni da
intraprendere nei prossimi giorni.
 Degno di nota è come i
vigili del fuoco si siano prestati
senza problemi allo sgombero, vestendo i panni degli sbirri e
sbrigando il lavoro al posto loro. Non male per una categoria che da
anni si batte contro la militarizzazione del corpo.
  altri aggiornamenti
 http://www.anarchiainazione.org/ [2]
 http://www.inventati.org/fenix/links.php

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Prima si andava in galera, ora in televisione

Agosto 4, 2008 at 8:48 am (Articoli) (, , , , )

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, questa mia lettera vuole essere una piccola «bouteille à la mer» lanciata alla memoria collettiva della società civile italiana, partendo da un episodio avvenuto parecchi anni fa, esattamente nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Francia e la cultura francese e sicuramente si ricorderà del caso di Pierre Clèmenti incarcerato per ben due anni nel carcere di Regina Coeli per un po’ di hascisc. A nulla valsero allora le testimonianze di registi come Pasolini, Bertolucci, Fellini. L’ attore che era al massimo della sua espressione artistica uscì dalla reclusione distrutto nel corpo e nell’ anima. Clementi è morto nel 1999 a soli 59 anni. La riflessione che vorrei sollevare partendo da un lontano e drammatico episodio è proprio questa: come è cambiata la società italiana in questi anni. Succede ora che se ammazzi, stupri, vendi prostituzione, spacci droga, non vai in prigione ma sei invitato ai dibattiti televisivi, diventi una vedette, peggio: un modello da seguire per le giovani generazioni in un «cannibalismo mediatico» immondo. Cosa è successo? Cathy Marchand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è successo per passare da un estremo all’ altro? Eravamo un paese dove le guardie andavano a multare chi si baciava in macchina, siamo diventati un paese di oltraggiosa impudicizia. Morale, intendo, prima che fisica. L’ andamento, almeno in parte, è generale. Natasha Kampush, la ragazza austriaca tenuta prigioniera per anni da Wolfgang Priklopil, oggi diciannovenne, si mostra in pose seducenti nel suo sito web. Suo padre prende un compenso per andare in televisione a raccontare i guai suoi e della figlia. E’ la società dello spettacolo che, come sempre, colpisce di più i più fragili. Noi, per esempio. Anche se il fenomeno è stato studiato, forse non si sono ancora valutate tutte le conseguenze della pessima pedagogia che il piccolo schermo impartisce. Scusandomi con chi legge vorrei citare un caso che conosco di persona e che mi pare esemplare. Quando vent’ anni fa Raitre di Angelo Guglielmi decise di mettere in onda “Telefono giallo”, la consegna obbligatoria era che si trattasse di casi chiusi, delitti (privati e pubblici) sì irrisolti, ma archiviati. Nella Rai di allora non si riteneva lecito discutere e sviscerare casi nei quali le indagini erano ancora ai primi passi date le conoscenze di necessità incomplete che il giornalismo ha. Oggi, come sappiamo, questa regola non vale più. Del resto non c’ è più nemmeno la vergogna di non sapere, sostituita dalla sfrontatezza, il ritegno sulle personali miserie che vengono anzi sbandierate perché fanno ridere; gente anche di nome è disposta a farsi inondare di panna o di acqua colorata pur di stare qualche minuto davanti a una telecamera; non vale nemmeno la pena di citare ciò che è emerso con Vallettopoli. Eravamo un paese arretrato e bigotto quando il povero Clèmenti finiva in galera per qualche grammo di fumo; forse non siamo capaci di essere altro. - CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it

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Prossimo episodio di Hubert Aquin

Luglio 7, 2008 at 8:39 pm (Articoli, Novità, Recensioni) (, , , , )

Jean Éthier Blais
Edizione del 13 novembre 1965

Hubert Aquin appartiene a una nuova generazione di Canadesi francesi. Hanno studiato a Parigi dopo la guerra, si sono perduti nella grande città, hanno conosciuto, grazie ad essa, l’Europa e sono tornati in Canada, fieri di essere quel che sono, senza pregiudizi, senza complessi di inferiorità. Siamo lontani dai giovani intellettuali di oggi, pieni di complessi perché sono Canadesi francesi, che si rifiutano di andare in Francia e che reagiscono con la boria e l’incoltura. Hubert Aquin, al contrario, rappresenta la cultura tradizionale, ma assimilata, vissuta, parte integrante di cio che egli è. Hertel diceva un tempo di certi giovani che essi avevano “letto molto, digerito molto, ma assimilato poco”. Non è questo il caso di M. Hubert Aquin, il quale è, nel nostro ambiente, l’esempio stesso di un magnifico fenomeno culturale. Lo conosco da molto tempo; come fare per astrarsi allorché si tratta di parlare di lui? […] Hubert Aquin, cosa ancora più significativa, è un scrittore nato. Il suo mezzo espressivo è la scrittura. Egli potrà tentare con passione di sfuggire a questa morsa che è il vocabolario concordato, la successione delle idee e dei sentimenti, egli non vi riuscirà mai. Lui stesso lo confessa; egli ha tentato tutto, è divenuto uomo d’affari; tutto, ma invano. La scrittura era lì, ed essa gli avrebbe un giorno forzato la mano e avrebbe vinto su tutto il resto. Cosa dire dello stato della nostra società se un uomo così dotato come Hubert Aquin ha dovuto dedicarsi a dei mestieri prima di accerttare di entrare nel mondo della scrittura, come si entra in quello della religione!
Parlerò anzitutto della poesia che si trova nell’Ultimo episodio. E’ una poesia che sorge dalla geografia mentale di un uomo civilizzato. […] Attraverso tutto il suo libro, Hubert Aquin si dà alla meditazione poetica del raccoglimento e della memoria. Non è invano che egli ha scelto di situare il suo romanzo in Svizzera; è che il lato statico del suo libro è del Quebec e, più specificamente, di Montreal (il finale sarà ambientato a Montreal), e il lato dinamico è europeo, svizzero, romancio, ed esso si situa nell’orbita di Mme de Stael e di Benjamin Constant. E’ che la Svizzera, con i suoi difetti e la lentezza che le si addebita sempre, simbolizza per noi il plesso de l’Europa; è in ultima analisi che ciò che cerca l’eroe di Hubert Aquin (che è lui stesso) allorché vuole perdersi nel cuore della foresta, in mezzo ad alberi preistorici. Questo eroe è un uomo braccato: Egli crede di essere perseguito dalle furie poliziesche, mentre è un uomo alla ricerca del suo passato. In un certo senso egli è il tipico eroe canadese-francese. Il suo dramma è il seguente: perché un uomo alla ricerca del suo passato s’immagina di tradire, di essere colpevole? Ecco la questione fondamentale, nella psicologia dei Canadesi francesi. Tutti i personaggi  del romanzo, tutti gli “uomini di qui” volano alla ricerca di quello che sono stati, nel passato immediato, nella nostra storia. Essi non trovano mai niente. Hubert Aquin diventa, grazie alla dote creatrice, il Canadese francese trascendentale poiché in H. de Heutz egli trova la sua controfigura, il suo fratello civilizzato, nel paesaggio più antico del nostro universo. Egli si trova, ma è solo per distruggersi.
I due uomini, il Canadese francese che rifiuta se stesso, in preda alla nevrosi poliziesca, e quello che si accetta, H. de Heutz, il Canadese francese reso alla sua prima umanità, si cercano in un vasto movimento di accerchiamento, per uccidersi. Le due maschere si affrontano. Si completano. Heutz, è Aquin che conosce se stesso e, conoscendosi, si supera fino alla morte. Entrambi vogliono scomparire secondo i riti più implacabili della civilizzazione. “I due guerrieri, tesi l’uno verso l’altro in posture complementari, sono immobilizzati da una sorta di stretta crudele, duello a morte che serve da rivestimento luminoso al mobile scuro”. […] Prossimo Episodio è dedicato alla voluttà di incontrare e uccidere l’immagine ideale di se stesso. Ma come uccidere questa immagine ideale che è quella dell’agente segreto perfetto? Si ucciderà dunque la prossima volta. […]
Prossimo Episodio vuole apparire un romanzo di avventure, di spionaggio, di morte, di arresto. Il narratore è rinchiuso in un Istituto, imprigionato animo e corpo. Racconta gli avvenimenti che, dalla Svizzera, lo hanno condotto, con il terrorismo, fino a questa prigione modello. Perché ha intrapreso questa battaglia? Fino alla fine egli sosterrà che questa lotta è giusta, che è stata condotta secondo le norme più efficaci. Il solo inconveniente è che degli sbirri hanno scovato il nostro eroe in una chiesa, vicino a un confessionale. Sottile vendetta dello Stato clericale a tendenze fasciste! Tutto, in questo mondo, è al rovescio! Nelle Chiese si arrestano le persone; esse sono circondate di macchine, pretesto di parcheggio, e la stessa macchina è diventata simbolo dell’immobilità. E’ questa la ragione per cui bisogna fuggire da questo universo che è menzogna. Hubert Aquin è un uomo che accetta che il mondo nel quale vive sia quello della letteratura. L’altro, quello in cui crediamo di muoverci, solo una brutta copia di questo universo vero. Finchè i nostri scrittori non avranno accettato questa legge fondamentale dell’Arte, essi faranno delle copie, non dei libri. Per fortuna, Aquin, infine si afferma. Non abbiamo più da cercare. Ce l’abbiamo il nostro grande scrittore. Grazie a Dio.

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Norimberga africana

Giugno 18, 2008 at 11:39 am (Articoli) (, , )

Da Famiglia cristiana del 18/01/2004
Originale su http://www.sanpaolo.org/fc/0403fc/0403fc54.htm

Ruanda. Due italiani nel Tribunale internazionale di Arusha

Norimberga africana

Il giudice Flavia Lattanzi e l’avvocato Caldarera alla Corte dell’Onu, che giudica gli imputati del genocidio del 1994.

Un giudice e un avvocato: ci sono due italiani che operano nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir), istituito dall’Onu ad Arusha (Tanzania) nel 1994 per giudicare i principali responsabili del genocidio che tra l’aprile e il giugno di quell’anno causò nel Paese africano fra 800.000 e un milione di vittime.

Il giudice, la professoressa Flavia Lattanzi, fa parte della terna che dovrà emettere la sentenza nel processo Government 1, che riguarda ministri, politici e alti funzionari del Governo in carica durante la guerra civile e la caccia all’uomo dei tutsi e degli hutu moderati.

L’avvocato è Giacomo Barletta Caldarera, del foro di Catania. Nei mesi scorsi ha difeso Jean-Bosco Barayagwiza in un procedimento senza precedenti. La sentenza, emessa il 3 dicembre scorso, farà discutere: si tratta della prima condanna per genocidio comminata a responsabili di mezzi d’informazione per aver incitato la popolazione ai massacri.

Il verdetto riguarda tre ex responsabili di media estremisti ruandesi: Ferdinand Nahimana e Barayagwiza, fondatori della Radio Télévision des Milles Collines (Rtlm); e Hassan Ngeze, ex caporedattore della rivista Kangura. A nessuno di loro è stato contestato l’omicidio, ma per i messaggi di odio razziale propagandati attraverso i media, il giudice sudafricano Navethem Pillay li ha ritenuti colpevoli «di genocidio, incitamento pubblico e diretto a commettere il genocidio e crimini contro l’umanità». Ergastolo per Nahimana e Ngeze, 35 anni di carcere per Barayagwiza. Secondo il nuovo procuratore generale del Tpir, il gambiano Bubacar Jallow, d’ora in poi «chi utilizza i media per identificare un gruppo etnico in vista di distruggerlo dovrà fare i conti con la giustizia».

«Oltre che sbagliato, temo che questo verdetto avrà conseguenze pesanti sulle libertà di stampa e di espressione», dice Caldarera, che ha concentrato gran parte della sua attività all’estero, in materia di Diritto penale internazionale, Criminologia e Diritto penitenziario. È stato, tra l’altro, segretario generale dell’Associazione internazionale di diritto penale a Parigi, da 12 anni è visiting professor alla Public security di Pechino e consulente dell’Unione europea. Dal 1998 si è iscritto all’albo speciale degli avvocati dei tribunali Onu. Così, l’anno seguente, si è trovato a difendere prima Jean-Paul Akayezu (un sindaco condannato all’ergastolo), e poi Barayagwiza.

Quest’ultimo, tuttavia, non ha riconosciuto la legittimità del Tribunale, e quindi non ha nemmeno accettato Caldarera come avvocato d’ufficio. «Non si è mai presentato davanti ai giudici», dice. «L’ho incontrato una sola volta. I limiti difensivi sono stati enormi. Non ho potuto contare su alcun testimone».

La linea di difesa Caldarera l’ha costruita sugli scritti del suo cliente e su documentazione ricavata dall’archivio del Tpir e da altri processi. Ne aveva chiesto l’assoluzione e ha presentato appello. La sentenza considera Barayagwiza e il collega responsabili, in quanto membri del consiglio di amministrazione della radio, «di non aver fatto nulla per impedire la diffusione di messaggi che incitavano ai massacri».

«In Ruanda non vi fu un genocidio», sostiene Caldarera, «bensì un Governo che si è legittimamente difeso contro un aggressore esterno, cioè il gruppo armato di rifugiati tutsi responsabili della guerra civile iniziata nel 1990. Con l’attentato che il 6 aprile ’94 ha ucciso il presidente hutu Habyarimana, il Governo non è più riuscito a controllare l’ira degli hutu contro la minoranza tutsi».

L’avvocato sostiene che il suo cliente non era responsabile della linea editoriale, ma solo dell’amministrazione della radio. «In ogni caso», aggiunge, «ciò che manca in questa sentenza è il nesso di causalità tra l’eventuale comportamento del mezzo d’informazione e gli eventi accaduti». Caldarera punta il dito sulla questione cruciale: «Nel verdetto si è escluso che il mio cliente abbia ucciso qualcuno. Se la sua colpa è di non aver impedito certe trasmissioni, il suo reato semmai è colposo. Ma dal punto di vista giuridico non esiste il genocidio colposo». Questione delicata, gravida di conseguenze giuridiche. «In effetti è una sentenza storica», conferma Flavia Lattanzi. «A Norimberga furono condannati giornalisti, ma per crimini contro l’umanità. Questa è la prima per genocidio. Sarà la Corte d’appello a confermare o no il verdetto».

PROCEDIMENTI DA ACCELERARE

Ora è in corso il processo contro il Governo, che annovera nella terna giudicante Flavia Lattanzi. È un altro dei dibattimenti di primo piano sui fatti del 1994. La professoressa è arrivata ad Arusha pochi mesi fa. Docente di Diritto internazionale all’Università Roma 3, è stata uno dei delegati del Governo italiano alla Corte penale permanente istituita a Roma, col compito di metterne a punto lo statuto e i regolamenti. Ora è uno dei 18 giudici ad litem, cioè aggiunti, che il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha nominato per sveltire la giustizia sui crimini ruandesi. «Era necessario accelerare i processi», dice, «ci sono imputati che attendono il giudizio da 5 o 6 anni».

In effetti, il Tpir era stato accusato di essere una sede giudiziaria poco efficiente e dai costi spropositati. Le critiche erano venute da diversi organismi per la difesa dei diritti umani: in otto anni di attività – avevano rilevato – un’assoluzione, 17 condanne e una sessantina di detenuti sono poca cosa a fronte di un budget annuo di 88 milioni di dollari e uno staff di oltre 870 persone. L’incremento dei giudici dovrebbe consentire quell’accelerazione che sia l’Onu sia gli imputati auspicano.

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Khaled El Khamissi, un autore itinerante

Giugno 17, 2008 at 3:13 pm (Articoli, Recensioni) (, , , )

di Pacynthe Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)

Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del  Cairo.

“Scrivere è come ballare, per iniziare, bisogna  prima liberarsi e essere in armonia con se stessi. “E ‘ con queste parole che Khaled-el-Khamissi, autore di Taxi, definisce il suo rapporto con una passione che sembra trasmessa di padre in figlio. Uno scrittore, ma anche un giornalista, produttore e regista, moltiplica le sue funzioni, pur rimanendo all’ascolto delle persone alle quali si sente più vicino: coloro che lottano per guadagnarsi il pane. Nel suo libro, ha dipinto questa classe attraverso le loro parole dette  con fiducia, o con un tono di presa in giro. E il risultato è questo: un libro toccante che per il pubblico è come tabacco. Questo padre di tre figli, non ha navigato in acque tranquille prima di raggiungere ciò che egli chiama “l’esperienza più emozionante della sua vita.” Nato in una famiglia di intellettuali e scrittori, rapidamente si sentì diverso da suoi compagni, “una volta, sono stato perfino  convocato dal direttore per avere emesso un parere contrario dal mio insegnante a proposito dell’accordo di pace con Israele “, dice, sorridendo ricordandosi di questo incidente. Paradossalmente, è a causa della sua presenza alle serate letterarie organizzate dal nonno che non è riuscito a sviluppare velocemnte il coraggio di esprimersi: “che aveva di nuovo da portare rispetto alle opere dei suoi predecessori? “

“Gli Egiziani hanno un problema di auto-censura”

Ma è proprio la sua sensibilità esacerbata di fronte a tutto ciò che lo circonda e  l’angoscia che ha tutta l’aria di trovare sollievo solo  con la scrittura  che ha finito per vincere i suoi dubbi. Scrive per rompere le barriere e nel tentativo di deviare il riflesso di auto-censura, che secondo lui è proprio di ogni  egiziano. “sulla terra o su un altro pianeta, la paura che viviamo ci spinge a cambiare le parole che abbiamo avuto spontaneamente”, spiega. Questo francofono amante della libertà di espressione rimane riluttante di fronte la cieca adozione delle idee occidentali, alcune delle quali sono inapplicabili all’interno della società egiziana. Preferisce rimanere in questa zona grigia tra due mondi. Uno spazio dove è sicuro di muoversi in tutta libertà.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Intervista a Gaëtan Brulotte di Sara Fredaigue

Giugno 3, 2008 at 11:17 am (Articoli, Novità) (, , , , , , , )

L’auteur canadien Gaëtan Brulotte sera présent à Rome, mercredi 4 juin, pour présenter la traduction italienne de son livre l’Emprise, best seller à sa sortie en 1979. Essayiste, romancier, il revient sur les auteurs qui l’ont inspiré et la défense de la langue française

Gaëtan Nrulotte (photo Oscar Chavez)Gaëtan Nrulotte (photo Oscar Chavez)

L’emprise, publié en 1979 a été très bien accueilli par la critique francophone. Pourtant, il vient juste d’être traduit en italien et sera présenté mercredi 4 juin à Rome. Regrettez-vous qu’il faille près de 30 ans pour porter votre littérature au public italien ?
C’est un certain regret, d’autant que je suis le descendant d’une famille italienne lombarde par ma mère. Ce sont les aléas de l’édition. Les éditeurs canadiens ne sont généralement pas très dynamiques pour promouvoir leurs auteurs à l’étranger. C’est dommage, car ce livre a été un best seller au Canada. Je suis donc très heureux que les lecteurs italiens puissent désormais me découvrir.

Quels sont les auteurs italiens que vous appréciez ? Avez-vous des auteurs français fétiches ?
J’aime beaucoup Calvino. J’ai pratiquement tout lu de lui en traduction française. Je m’en sens très proche. J’aime particulièrement ces nouvelles ainsi que celles de Buzzati. J’aime particulièrement l’ironie chez Calvino et l’absurde social chez Buzzati. J’apprécie leur volonté de transformer les formes narratives reçues, leurs nouvelles façons de raconter des histoires. J’aime également lire les oeuvres de Pavese, Camon et Umberto Eco.
En ce qui concerne les auteurs français, la critique m’a souvent rapproché de Beckett. Je reconnais que j’ai subi son influence. Néanmoins, en littérature française, c’est surtout les classiques qui m’ont marqué. Proust est mon auteur favori. Je trouve un peu déprimante la littérature actuelle. J’ai d’ailleurs écrit un essai sur la littérature française contemporaine Les cahiers de Limentinus. Lectures fin de siècle.

Vous êtes très engagé dans la Francophonie, en quoi la défense de la langue française vous paraît importante ?
C’est ma langue maternelle. Bien que j’enseigne aux Etats-Unis depuis 25 ans, je continue néanmoins d’écrire en français et d’enseigner dans cette langue quand je le peux. La défense de la langue française est un combat intéressant car c’est celui de la diversité culturelle, de la palette du monde. La francophonie permet de conserver les couleurs du monde. En France, on constate de plus en plus d’anglicisme dans les mots. C’est désespérant. Là–dessus les Québécois font plus d’efforts. Les Français importent trop facilement l’anglais. En France, on ne sent pas la menace.
Propos recueillis par Sara Fredaigue. (www.lepetitjournal.com – Rome) mardi 3 juin 2008.

Québécois d’origine, Gaëtan Brulotte partage son temps entre le Canada, la France et les Etats-Unis où il enseigne. Auteur aux multiples talents, il a publié une douzaine de romans, essais, nouvelles et pièces de théâtre. Son premier roman “L’Emprise” a été salué par la critique à sa sortie. Il est également l’auteur de la première étude d’ensemble sur la littérature érotique (Oeuvres de chair. Figures du discours érotique). Il a reçu tout au long de sa carrière différents prix littéraires.

Pour en savoir plus : www.gbrulotte.com

Mercredi 4 juin, au Baffo della Gioconda (Via degli Aurunci, 40 – S. Lorenzo), à 19h, l’éditeur Sirente et le conseil des Arts du Canada vous invitent à la présentation du livre de Gaëtan Brulotte l’Emprise à l’occasion de sa sortie en italien Doppia esposizione (ed. Sirente) en présence de l’auteur. Pour plus d’informations : doppia-esposizione-gaetan-brulotte.pdf

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Paul Barnes & Charles Block STANNO ARRIVANDO

Aprile 24, 2008 at 2:03 pm (Articoli, Novità) (, , , , , , , , , , , , , , )

Links: Pagina ufficiale | Comunicato stampa | Flyer

 

“FAMOSO SCRITTORE CANADESE INCONTRA IL SUO DOPPIO”
APERITIVO E LETTURE MUSICALI DAL CANADA, INGRESSO LIBERO

il Sirente presenta, mercoledì 4 giugno, presso l’Associazione Culturale “Baffo della Gioconda”, in via degli Aurunci n° 40 (S. Lorenzo) a Roma, alle ore 19.00, “Doppia esposizione” (‘…sensazionale…’ Jean Prasteau, Le Figaro), primo romanzo dello scrittore, sceneggiatore e saggista canadese Gaëtan Brulotte, con la collaborazione del Conseil des Arts del Canada

Letture di Rahel Francesca Genre

Atto 1
Presentazione di Barnes e della situazione
Presentazione di Block
Arresto
Atto 2
Riapparizione di Barnes con due valige
Block scopre che anche Barnes scrive su di lui
Furto delle cose di Barnes
Atto 3
Fuga di Barnes, il suo romanzo si svela
Gesto che esclude definitivamente Barnes dal mondo

(sfondo musicale a cura di OP)

 

Doppia esposizione di Gaëtan Brulotte

ISBN 9788887847130 © il Sirente

Titolo Originale: L’emprise
Traduzione dal francese di Rahel Francesca Genre
Copertina: foto di Chiarastella Campanelli
Foliazione: 148 pp.
Prezzo di copertina: € 12,50
ISBN-13: 978-88-87847-13-0

« C’è sempre un momento in cui il panico ci assale. Camminiamo su fogli di carta assorbente, mentre la terra fonde sotto i nostri passi. Non sappiamo più a cosa aggrapparci. Le unghie trattengono solo qualche frammento di realtà. In un frastuono di zampe e mandibole, pensiamo solo a fuggire. Queste cose capitano probabilmente a tutti. » [Gaëtan Brulotte]

IL ROMANZO. Uno scrittore di romanzi (Charles Block) si interessa a un uomo un po’ strano (Paul Barnes), che passa le sue giornate per strada ad aspettare e a osservare la gente e le macchine. Presto lo scrittore vorrà sapere tutto di quest’uomo e cercherà di farlo con qualunque mezzo. Nel corso dell’inchiesta scopre fatti sconvolgenti: il suo soggetto incarna infatti la sofferenza umana in tutto ciò che essa può avere di più patetico e, arrestato per esibizionismo, finisce rinchiuso in una struttura psichiatrica da cui uscirà castrato.
Tra i numerosi problemi sollevati da questo romanzo è il posto della marginalità nel mondo moderno, quello della libertà individuale di fronte alle costrizioni della società, quello delle sessualità non conformi.
Il romanzo è stato riadattato per la televisione e per il cinema ed è stato tradotto in inglese, serbo e spagnolo. Rientra nella selezione dei migliori 100 romanzi del Québec. In Canada, ha vinto il Prix Robert-Cliché nel 1979.

LA CRITICA. L’originalità della sua opera concerne principalmente lo sguardo distante e ironico sui comportamenti umani, dai più ordinari a quelli più marginali. La scrittura di Brulotte sconvolge i generi letterari, prendendo spesso forme di discorso della vita quotidiana per ridare loro forza e umanità.
Alla scrittura di Brulotte è stata dedicata un’importante monografia – Gaëtan Brulotte: une nouvelle écriture, New York, Mellen, 1992 – che ha vinto il Premio internazionale di studi francofoni. La critica ha situato l’insieme della sua pratica artistica nella tradizione di Cechov, Kafka, Becket e Calvino, mentre per la produzione saggistica ha evocato Jean-Pierre Richard e Roland Barthes: come è stato detto, “la sua scrittura si appoggia su un sistema rigoroso che ricorda l’apparato testuale di Aquin, di Ducharme, di Borges e di Calvino (Réjean Beaudoin, Autoportrait d’un écrivain dans le miroir in Fisher, Claudine, 1992.)
L’autore è ormai saldamente entrato nel repertorio dei nuovi scrittori della letteratura postmoderna. Un primo romanzo è spesso rivelatore non soltanto dello stile di uno scrittore, ma anche delle influenze intellettuali della sua epoca. In Doppia esposizione, Brulotte copre la gamma delle filosofie letterarie moderne, dal realismo al decostruzionismo, e le sintetizza in una nuova filosofia postmoderna, l’aptismo. […] Ci si accorge poco a poco che è un romanzo a più livelli che trascina tutti in un abisso vertiginoso: lo scrittore stesso, il suo personaggio principale, il personaggio sul quale Block scrive, ma anche il lettore che finalmente subisce anch’egli l’influenza del sistema linguistico. […] Sottilmente, Doppia esposizione introduce un elemento paranoico che fa in modo che il lettore si interroghi sulla propria condizione umana e sui rapporti di forza che intrattiene con gli altri, con la Natura e con se stesso.

‘L’autore, al suo esordio, si afferma come uno degli scrittori importanti della sua generazione.’ Louis-Guiy Lumieux, Le Soleil

‘Quel che resta e che importa è la padronanza e la nettezza con cui Doppia esposizione sviluppa il soggetto della marginalità, e l’interesse che il suo lavoro di elaborazione formale riesce a mantenere presso il lettore.’ Louise Milot, Dictionnaire des oeuvres litté-raires du Québec VI, 1994, p.275

L’AUTORE. Nato in Québec, Gaëtan Brulotte ha studiato Lettere moderne presso l’Università di Laval e, sotto la direzione di Roland Barthes, presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales. Ha insegnato letteratura in Canada e negli Stati Uniti, dove è attualmente professore presso la University of South Florida. Divide il proprio tempo tra la Francia, il Canada e gli Stati Uniti. È autore di romanzi e racconti, autore teatrale e saggista. Tradotto in diverse lingue, è vincitore di numerosi premi letterari e le sue opere figurano in antologie e manuali di letteratura. Molte di esse sono state adattate per il cinema, la televisione e la radio. È inoltre autore di Oeuvres de chair. Figures du discours érotique, considerato dalla critica come il primo studio d’insieme sulla letteratura erotica, sino a quel momento ai margini della storia e dell’ambito accademico, e ha codiretto il vasto progetto della Encyclopedia of Erotic Literature, pubblicato in due volumi nel 2006 da Routledge.

IL TRADUTTORE. Nata a Zurigo (Svizzera), Rahel Francesca Genre ha studiato Storia Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto in Piemonte, Sicilia, Montpellier e Roma, dove attualmente vive e lavora. È autrice di traduzioni dal francese e tedesco, tra cui recentemente il romanzo Tout sur nous di Stéphane Ribeiro per Castelvecchi e Dans la Cité. Réflexions d’un croyant di André Gounelle per l’Editrice Claudiana.

 

Per saperne di più su Doppia esposizione e Gaëtan Brulotte e conoscere le date delle presentazioni: http://www.sirente.it/9788887847130/doppia-esposizione-gaetan-brulotte.html

COMUNICATO STAMPA | Editrice il Sirente | www.sirente.it | il@sirente.it
Ufficio stampa: Chiarastella Campanelli | chiaraetoile@hotmail.com | mob. +39 339 3806185

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Presentato il volume di Norman Nawrocki

Aprile 24, 2008 at 12:58 pm (Articoli, Recensioni) (, , , , , , , )

 L’AQUILA. Eccentrico, coinvolgente, anarchico. È Norman Nawrocki, artista canadese, figlio d’immigrati polacco ucraini, autore del libro L’anarchico e il diavolo fanno cabaret che è stato presentato giovedì a palazzo Carli. Un incontro promosso dalla casa editrice «il Sirente fuori». Il libro è una sorta di diario on the road in giro per l’Europa tra una suggestione musicale e un’altra. Una sorta di storia anarchica del rock che segue le tracce del viaggio di Norman per il vecchio continente alla ricerca dello zio Harry, di cui pubblica le lettere scritte al tempo dell’occupazione nazista della Polonia. Al racconto si affiancano descrizioni e considerazione dell’autore sull’attualità, in particolare sul mondo del precariato, nel quale l’autore fa rientrare tutti coloro ai quali non sono garantiti a pieno i diritti. La parola “precariato” deriva dal latino e indica tutto ciò che si ottiene con preghiere e che quindi viene concesso per grazia e non per diritto. La radice etimologica è una spia evidente della condizione di emarginati, rom, disoccupati e artisti di strada che trovano spazio nelle pagine di Nawrocki. Nel libro è riflessa una miscela di suoni d’avanguardia, e danza poplari, con suggestioni rock, folk, punk e jazz.

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Cenni storici su Regina Coeli

Marzo 23, 2008 at 8:29 am (Articoli) (, , , , , , , , )

La storia di Regina Coeli è determinata dalla storia di Roma e dell’Italia. Il modo in cui storia della città e del carcere si intrecciano si evince chiaramente anche solo dai brevi cenni che seguono, a dimostrazione del fatto che il carcere è parte, a pieno titolo, del tessuto cittadino.

Nel 1973 l’attore francese Pierre Clémenti ha scritto un libro che si intreccia con questa storia ed è apparso nuovamente nel 2007 presso l’Editrice il Sirente con il titolo Pensieri dal carcere. Il libro ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna. L’articolo che segue è a cura di Luciana Arcuri e le notizie storiche sono tratte da:

  • ADINOLFI G., Storia di Regina Coeli e delle carceri romane, Roma, Bonsignori, 1998;
  • D’AMICO S., Regina Coeli, Palermo, Sellerio, 1994;
  • ROSSI E., Nove anni sono molti. Lettere dal carcere 1930-39, Torino, Bollati Boringhieri, 2001;
  • CLÈMENTI P., Pensieri dal carcere, Fagnano Alto (AQ), Editrice il Sirente, 2007.

L’Edificio e la conversione in carcere
La costruzione venne iniziata nel 1643 per ospitare un monastero, che la committente Anna Colonna volle posto sotto la direzione dei Carmelitani Scalzi. Fu poi aperto nel 1654 ed affidato alle cure di Suor Maria Chiara della Passione, anche lei appartenente alla famiglia dei Colonna. Già due anni dopo, nel 1656, rischiò di cambiare destinazione d’uso: a causa di un’epidemia di peste si pensò di utilizzarlo come lazzaretto, come del resto accadde ad altri edifici religiosi della zona. Regina Coeli alla fine fu invece risparmiato.
Per la prima volta ospitò detenuti condannati a pene brevi, e solo in alcune celle, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, con la conseguente confisca dei beni ecclesiastici. Esistevano a Roma, in quell’epoca, quattro carceri: San Michele, prima ospizio, poi carcere minorile e infine carcere degli oppositori politici nello Stato Pontificio, le Carceri Nuove e Regina Coeli per gli uomini, mentre alle donne era destinato il Buon Pastore. I tre istituti maschili disponevano di 64 cameroni e 202 celle per una popolazione di circa mille detenuti.
Dal 1872 si accese anche in Italia un dibattito sullo stato e l’insufficienza degli stabilimenti penitenziari, come del resto avveniva in Europa e in America. Si discuteva allora, non per la prima volta, su come regolamentare la vita detentiva, in particolare sull’opportunità del silenzio assoluto, dell’isolamento notte e giorno, del lavoro. Fu proposta la costruzione di un unico grande carcere, degno della città che, secondo una legge del Regno d’Italia del 1864, doveva essere a sistema cellulare, ossia prevedere una cella per ogni detenuto. Si discusse anche sul luogo della costruzione: fu scartata la zona di S. Croce in Gerusalemme per l’alto rischio malarico, si trattò per il Convento delle Sette Sale al Colle Oppio; ma la rapida crescita demografica della città rese indispensabili altre ed ingenti spese per la costruzione di nuovi quartieri e nuove strade. Infine, nel 1880, Depretis, Ministro dell’Interno, dichiarò l’intenzione del Governo di limitarsi ad un progetto più semplice e meno costoso.
Fu allora che si decise di trasformare in Carcere Regina Coeli, che si trovava in una zona, a quei tempi, poco abitata ma non lontana dal centro. Oltre ad ospitare già condannati a pene brevi, per una capienza di circa 200, dal 1873 era anche sede di una scuola per 150 allievi aspiranti guardie carcerarie, motivo per cui si fa risalire a questa data l’origine della polizia penitenziaria. Successivamente, dal 1903 ospiterà una scuola di polizia scientifica.
La ristrutturazione ebbe inizio nel 1881 e fu terminata nel 1900. Anche nei decenni seguenti vi saranno ristrutturazioni e ampliamenti che sfrutteranno il vicino convento delle Mantellate, che dal 1873 era destinato alle detenute, le ultime delle quali saranno trasferite a Rebibbia nel 1959. In principio fu concepito con tre distinti fabbricati: quello affacciato su Via della Lungara, ospitante la direzione, gli alloggi, il corpo di guardia, il parlatorio, la cucina, il medico e i magazzini; due fabbricati a crociera con una rotonda centrale coperta da una grande volta a padiglione, ospitanti le celle. Secondo un uso ereditato dai secoli precedenti erano previste celle a pagamento e la possibilità di farsi portare il vitto da fuori, e tale condizione permarrà sicuramente almeno sino al 1943.
Si parla della demolizione di Regina Coeli già nel congresso penale e penitenziario di Berlino del 1935. Ci si pose allora come obiettivo per il seguente Congresso, che doveva tenersi a Roma, la costruzione di una città penitenziaria, che doveva sorgere a Forte Boccea, con celle singole, ospedale e officine. Ma la guerra d’Etiopia, l’appoggio a Franco in Spagna e poi lo scoppio della seconda guerra mondiale resero ancora una volta prioritarie altre spese. A Regina Coeli furono invece installati nuovi laboratori di radiologia e analisi, nonché l’infermeria medica e chirurgica, ed alla tipografia e alla legatoria già esistenti si aggiunsero la falegnameria, la sartoria e la calzoleria.
Neanche dopo la costruzione dell’imponente complesso di Rebibbia, che comprende quattro diversi istituti penitenziari, si è giunti alla chiusura di Regina Coeli, ove a tutt’oggi sono in corso lavori di ristrutturazione. Né per il giubileo del 2000, sempre per via dell’elevato importo della spesa. Pure, ora più che in passato, l’età e la concezione stessa dell’edificio danno luogo a uno stridente contrasto con la concezione della pena e con quanto previsto dall’Ordinamento Penitenziario e dall’ultimo Regolamento. Si pensi agli spazi dedicati alla cosiddetta “ora d’aria”, piccoli cortili in cemento, alla mancanza di strutture dedicate all’esercizio fisico, all’assenza di locali adatti ad attività comuni all’intero carcere (come è ben noto, tutte le attività all’interno di Regina Coeli, dai concerti alle visite dei Papi, fino alla liturgia domenicale, avvengono nella prima rotonda); fino alla mancanza di riscaldamento in alcune sezioni.

Durante il fascismo
Con l’avvento del fascismo e la repressione degli oppositori politici, Regina Coeli vedrà passare nomi illustri della cultura italiana e personaggi che ricopriranno in seguito importanti cariche istituzionali: ricordiamo in particolare Sandro Pertini, che sarà protagonista con altri di un’evasione, Gaetano Salvemini, Alcide De Gasperi, Gramsci, che vi fu detenuto per brevi periodi ma li ricorda tra i peggiori del suo tempo in carcere, Cesare Pavese, Luchino Visconti.
I politici erano in gran parte reclusi nel VI braccio, dove, fino al 1943, erano in isolamento. Le condizioni di vita erano durissime: un solo pasto di pane e minestra al giorno, cimici, condizioni igieniche precarie.
Francesco Fausto Nitti, che rimase a Regina Coeli tre settimane nel 1926, accusato di cospirazione, descrive nel libro “Le nostre prigioni e la nostra evasione” le condizioni della detenzione nelle celle di rigore: “…Ogni cella è lunga un metro e mezzo e larga un metro. Ha una porta di legno massiccio, fornita di due cancelli di ferro. Un uomo chiuso là dentro per tanti giorni ha l’impressione di essere sepolto vivo. Il pane e l’acqua sono i suoi alimenti. Una tavola di legno fissata al muro è il giaciglio. La luce entra da un piccolo finestrino sul soffitto altissimo. Poiché il finestrino è fornito di duplici sbarre, di griglie e di vetri polverosi, la luce non entra in quella tomba che per due ore al giorno…C’è un’orribile ricercatezza nell’infliggere sofferenze: nelle “celle di rigore” l’acqua è contenuta in un recipiente metallico, assicurato a una catena e posto tra i due cancelli che sono all’ingresso. Per bere occorre inginocchiarsi a terra, alzare al di là del primo cancello attraverso le sbarre il recipiente e avvicinarlo alla bocca. E’ un supplizio di Tantalo riveduto e corretto.”.
Delle condizioni di detenzione a Regina Coeli in questo periodo, e di come fosse affrontata dai prigionieri politici, ci ha lasciato testimonianza Ernesto Rossi che vi rimase oltre sei anni. Insegnante, poi scrittore, fu arrestato con altri componenti di Giustizia e Libertà. Isolamento in cella, censura sulla corrispondenza con i familiari, triplo nulla osta (del direttore del carcere, del cappellano e del Ministero dell’Interno) per l’acquisto di libri, testa rasata, divisa a righe, due ispezioni quotidiane della cella e qualcuna di notte, controllo a vista dallo spioncino, lampadina accesa tutta la notte, troppo debole per leggere, troppo forte per dormire, vitto scarso, assenza di riscaldamento sono caratterizzanti il suo soggiorno nel carcere romano. Pure, gli aderenti a Giustizia e Libertà avevano due ore al giorno di incontro in una sala comune, in realtà allo scopo di ricavare informazioni, poiché, con uno dei primi esperimenti italiani di controllo ambientale, nella stanza erano stati nascosti dei microfoni, come per altro venivano ascoltati, nonostante il divieto di legge, i colloqui con gli avvocati (che potevano essere chiamati solo per motivi personali e civili, come una separazione). Quelle due ore erano dedicate all’amicizia , all’ironia verso il regime e la propria condizione, e soprattutto allo studio comune di varie materie, dal diritto all’economia alla matematica. Si trattava infatti di persone colte, che utilizzarono al meglio il tempo del carcere, e lo strumento della lettura e dell’apprendimento per resistere a una detenzione di cui non conoscevano la fine. In compenso era vietato scrivere nella sala comune e quindi prendere appunti; In un’intercettazione del 1934 Rossi diceva: ”Ma io scrivo ugualmente…scrivo a terra con l’acqua e il dito; il Ministero non vuole che noi si scriva, ed io scrivo lo stesso; l’acqua ce la lasceranno speriamo, e con il dito posso scrivere quanto voglio.”
Rossi, e probabilmente non fu il solo, fu sostenuto nella sua decisione di non abiurare la propria posizione antifascista sia dalla madre che dalla moglie, che anzi lo sposò in carcere nel 1931, perdendo per questo il posto di lavoro.
Condizioni dure, che saranno però impensabili poco dopo, alla caduta del fascismo.

Dal 25 luglio 1943 alla fine della guerra
Dopo l’arresto di Mussolini, il governo Badoglio decreta la scarcerazione dei prigionieri politici, fatta eccezione per gli anarchici e i comunisti, che saranno scarcerati in agosto in seguito alle pressioni delle organizzazioni sindacali.
Cominciano invece ad affluire a Regina Coeli esponenti di rilievo del Partito Fascista, tra cui Bottai, fondatore dei fasci e Achille Storace, segretario del partito. Fu una parentesi di breve durata. Subito dopo l’8 settembre infatti, il terzo braccio fu occupato dai Tedeschi, e fino alla fine della guerra Regina Coeli fu utilizzata per gli arresti effettuati dai Tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò, insieme al carcere di Via Tasso.
Oltre ai partigiani e ai politici furono incarcerati in questo periodo anche molti appartenenti alle diverse armi per atti di boicottaggio o per aver fornito armamenti e aiuti alla guerra partigiana; sacerdoti e laici per aver nascosto ebrei. Ma bastava molto meno, anche solo la diffusione di volantini. Solo in questo periodo, nell’intera storia del carcere, nel terzo braccio furono recluse anche donne. Si tratta di un periodo del tutto particolare, perché la guerra era ormai anche guerra civile e ciò che avveniva, in particolare l’olocausto, coinvolsero nella necessità di una scelta tante persone diverse per storia, formazione e ruolo sociale: sacerdoti, militari, comunisti, anarchici, cattolici, studenti e professori universitari. Solo in questo particolare momento il personale del carcere, dal direttore ai medici agli agenti di custodia, prese posizione contro i tedeschi favorendo in vari modi i prigionieri, salvando la vita ad alcuni, ed addirittura organizzando l’evasione di cui fu protagonista tra gli altri Sandro Pertini. Si giunse ad alloggiare a Regina Coeli fino a 2500 persone, quando la capienza massima, già al limite del vivibile, è inferiore ai 900. Tanto che in ottobre ci fu una sollevazione dei detenuti comuni, che presero in ostaggio due magistrati finchè la rivolta non fu repressa con le armi. Il vitto scarseggiava, anche in relazione alla penuria all’esterno. Non era più il tempo della resistenza dei detenuti politici, né degli studi, essere arrestati dai tedeschi significava tortura e spesso la morte. Furono scarcerati i gerarchi fascisti arrestati dopo il 25 luglio, ed arrestati invece diversi firmatari dell’ordine del giorno Grandi, presentato il 25 luglio contro Mussolini. In ottobre vennero presi anche Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che saranno sottratti al terzo braccio e quindi ai tedeschi perché i documenti relativi ai loro processi erano stati intenzionalmente recapitati alla giustizia militare italiana, e in seguito fatti evadere con la complicità di diverse persone. In novembre, nel corso di una retata presso la tipografia del giornale Italia Libera, voce ufficiale del Partito d’Azione, fu arrestato tra gli altri Leone Ginzburg, che ne era direttore, e che morirà in febbraio nell’infermeria del carcere in seguito alle percosse subite dai nazisti.
Qui venne mandato a morire, per le torture subite a Via Tasso, anche Bartolo Di Pietro, che era comandante di un gruppo di partigiani. I nazisti di solito trasferivano da Via Tasso a Regina Coeli i prigionieri già stremati dalle torture, quando non ritenevano più utile prolungarle per ottenere informazioni.
Gli arresti erano numerosi anche in conseguenza di una diffusa attività di delazione che si verificò in quei mesi, tanto che a Via Tasso c’era un ingresso sul retro dedicato alle spie, da cui si poteva passare senza essere notati.
Nel febbraio furono condotti a Regina Coeli anche i 66 uomini arrestati in seguito all’irruzione nel monastero della Basilica di San Paolo, dove erano nascosti.
A meno di 24 ore dall’attentato di Via Rasella si consumò la strage delle Fosse Ardeatine. Il numero fissato per le esecuzioni era di dieci per ognuna delle 32 vittime tedesche. Durante il processo Kappler dichiarò che avendo avuto notizia della morte di un altro dei feriti, aveva lui stesso deciso di aumentare a 330 i morti per rappresaglia. Per raggiungere il numero prestabilito Kappler chiese al questore Caruso 50 prigionieri. Il questore chiese a sua volta a Regina Coeli un elenco, in cui andavano inclusi i già condannati alla pena capitale, o coloro le cui accuse prevedevano la pena di morte. Ma poiché l’elenco tardava, e i nazisti avevano fretta perchè la strage fu eseguita in segreto, vennero aperte le celle e furono scelti prigionieri a caso, tra cui già assolti e imputati di reati lievi, e tutti i 66 ebrei presenti nel terzo braccio. Vi erano persone fermate ai posti di blocco e non ancora interrogate; tra gli altri nove ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Invece di 320 i giustiziati furono 335, come si seppe dopo la Liberazione, quando si procedette all’identificazione delle salme. Secondo alcune testimonianze dirette di altri allora detenuti, dal terzo braccio di Regina Coeli furono fatte partire, fu detto per lavorare, 192 persone.
Dopo la strage l’attività di arresti e conseguenti esecuzioni non si fermò. Ricordiamo qui, per tutti, la figura assai nota di Don Giuseppe Morosini, la cui vicenda ispirò poi il film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini.
Ai primi di giugno del 1944 tutti avvertivano l’imminente arrivo delle forze alleate. I nazisti si ritirarono, sostituiti nella custodia del carcere, in realtà per circa un giorno, da reparti provenienti dall’Alto Adige. Il 4 giugno il Comitato di Liberazione Nazionale decretava l’immediata scarcerazione dei prigionieri politici.
Sotto il governo presieduto da Bonomi, fu nominato sovrintendente alle carceri il capitano americano Freeman. Per prima cosa si procedette alla ristrutturazione di Regina Coeli, e tra l’altro ad imbiancare le pareti, con la cancellazione delle scritte murali dei detenuti. Ne fu rinvenuta una che ricordiamo perché legata alla storia della deportazione degli ebrei romani: era di un giovane ebreo, morto alle Fosse Ardeatine, che accusava Celeste Di Porto, detta la “pantera nera”, una ragazza anch’essa ebrea, tristemente nota in città per la sua attività di delazione, sulla cui vicenda Giuseppe Pederiali ha scritto un bel libro intitolato “Stella di Piazza Giudia”. E’ una delle figure che la memoria dei romani si tramanda, come quella della donna, una povera gattara, che cercò di avvisare gli abitanti del ghetto dell’inizio dell’arresto in massa e non fu creduta, anch’essa immortalata nel romanzo “La storia” di Elsa Morante.

Dal dopoguerra ai giorni nostri
Subito dopo la Liberazione cominciarono i processi ai fascisti. Tra gli altri quello contro il questore di Roma Pietro Caruso, che fu a sua volta detenuto a Regina Coeli. Al processo erano presenti i parenti dei prigionieri prelevati da Regina Coeli per le Fosse Ardeatine; si radunò una vera e propria folla, che invase il Palazzo di Giustizia, tanto che la prima udienza fu sospesa. Tra la folla sempre più agitata si trovava anche Donato Carretta, direttore del carcere dal settembre 1943 al luglio del 1944, che doveva testimoniare contro il questore. Qualcuno però lo scambiò per Caruso. Sottratto ad un primo tentativo di linciaggio nell’aula, fu riconosciuto all’uscita; dopo un tentativo andato a vuoto di costringere un conducente di tram a schiacciarlo, la folla lo gettò nel fiume e ne appese poi il corpo sul portone di Regina Coeli. Terribile ed efferata esplosione, che testimonia però quale sconvolgimento a livello del sentire cittadino avesse provocato la strage delle Fosse Ardeatine.
Anche Kappler restò un anno a Regina Coeli in attesa del processo tenutosi presso il Tribunale Militare che allora era a Palazzo Salviati; e Pietro Koch, capo di una banda di fascisti che aveva imperversato per la città, arrestando e torturando quanto i nazisti, che fu completamente isolato, e poi fucilato.
Poi Regina Coeli tornò ad essere un carcere per i reati comuni. Bisogna giungere alla fine degli anni ’60, con l’arresto di Pietro Valpreda per la bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura a Milano, perché si torni a parlare di accusati di atti di boicottaggio politico. In realtà fu poi scagionato, e si parlò di strage di stato. Si inaugurava però la stagione dei nuovi detenuti politici: questa definizione in realtà si deve a loro stessi, che tali si consideravano nei confronti di un sistema che ritenevano di dover abbattere con la violenza.
Cambiava anche il rapporto tra “politici” e “comuni”: mentre durante l’occupazione tedesca erano stati i detenuti comuni a sollevarsi, reclamando un’amnistia prima per l’insediamento del governo Badoglio e poi per la Repubblica di Salò, le rivolte che scuoteranno il sistema penitenziario in tutta Italia negli anni ’70 saranno viceversa spesso fomentate e capeggiate dai politici che, oltre ad avere a disposizioni maggiori strumenti culturali, elaborarono un discorso di tipo politico e strutturale sul carcere e il suo ruolo nell’attuale società, sia dentro che fuori le mura dei penitenziari. Il clima culturale e politico di quegli anni, insieme al dilagare delle rivolte, che chiedevano la riforma penitenziaria, condussero in effetti ad una serie di studi e inchieste sulle condizioni di detenzione e ad una riflessione sulla finalità della pena e quindi sulla sua applicazione. Tutto ciò contribuì a dare vita all’Ordinamento Penitenziario, ancora in vigore, che fu promulgato nel 1975. Pur portando un enorme cambiamento all’interno del sistema carcerario, si può dire che ancora oggi esso non sia pienamente realizzato, ma come spesso accade, delinea comunque una realtà cui bisogna idealmente tendere.
Anche Regina Coeli è stata teatro di una rivolta nel 1973, che causò molti danni. In seguito, poiché le condizioni igieniche erano una delle rivendicazioni avanzate, dall’unione di due celle si ricaverà il gabinetto. Poi, con la fine degli anni ’70, vedrà passare i terroristi; e vari attentati saranno diretti a persone dell’amministrazione penitenziaria, dal dirigente sanitario di Regina Coeli, a un’impiegata del centro studi del Ministero,  a una vigilatrice di Rebibbia, fino al generale dei carabinieri Galvaligi, che era responsabile dell’Ufficio Coordinamento delle misure di sicurezza negli istituti penitenziari.
Negli anni ’90 si è costituito un Comitato di Ispettori Europei che ha visitato questure e carceri in tutta Europa; il rapporto sulla realtà italiana è stato pubblicato da Sellerio nel 1995; non manca di rilevare l’inadeguatezza della struttura di Regina Coeli.
La bibliografia allegata, pur parziale, fornisce titoli utili sia nell’ambito delle testimonianze personali che della riflessione e degli studi storico-giuridici sul carcere.

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Downtown Cairo

Marzo 12, 2008 at 11:09 pm (Articoli) (, , , )

Al Cairo c’è sempre traffico, sempre rumore, le persone sono sempre in movimento. Con questo suo carattere dinamico il Cairo sembra distaccarsi da molte altre città del mondo arabo, rilassate e contemplative, che senza fretta vivono i loro giorni. Questa megalopoli così affollata è un continuo miscuglio di vecchio e nuovo, una fonte inesauribile di contraddizioni, contaminazioni, sinergie, sorgenti inestinguibili di ispirazioni. Per la sua strana conformazione il Cairo ti disorienta, il Nilo divide la città in modo asimmetrico e scorre verso nord e questo a volte rappresenta un elemento di confusione, camminando per il centro – Down town – o come lo chiamano gli egiziani Wist el-Balad, è facile perdersi. Attraversando Wist el-Balad si incontrano una serie di piazze circolari, tutte simili e tutte con al centro una statua di un grande personaggio importante per la storia dell’Egitto. Queste piazze circolari e l’asimetria del percorso del Nilo fanno sì che le strade al Cairo non siano mai parallele, sebbene si abbia sempre l’impressione contraria. Wist el-Balad è il cuore dinamico e giovane del Cairo, ed è anche il nome di un gruppo musicale molto conosciuto che si rispecchia con la vita di questo quartiere. La loro musica Jazz è un continuo incontrarsi di sonorità occidentali (vagamente spagnole) e ritmi orientali, così come Wist el-Balad è un luogo vitale e produttivo di incontro tra artisti e creativi di ogni genere egiziani e occidentali vogliosi di comunicare e capire un mondo diverso. Questo mélange arabo-occidentale si ritrova al caffè Hurreia (Libertà). Il caffè Hurreia è uno dei pochi locali al Cairo, come dice lo stesso nome, dove vengono servite, liberamente e con disinvoltura bevande alcoliche (soprattutto la birra Stella principale marca locale), anche a clienti egiziani. Un antico e spazioso caffè con sedie e tavolini in legno e una serie infinita di specchi che riflettono continuamente i visi di queste persone; gli attimi di questi incontri e le idee che si muovono e si scambiano tra due mondi e due culture, fra una birra e un tè. Gli artisti egiziani (documentaristi, attori, coreografi, pittori.. ecc), si lamentano della poca considerazione che hanno all’interno della società. Il pubblico non li capisce, e il governo non li aiuta, finanziando solo i prodotti artistici altamente commerciali. La cultura è decisamente l’ultima ruota del carro per il rais egiziano e il suo staff. La maggior parte di questi artisti, segue uno stile indipendente, sperimentale. Hanno una linea fluida, disincantata e ancorata al presente, i loro lavori che ho avuto la possibilità di apprezzare: sono molto interessanti. Mi auguro che tutte queste idee, questo vivere e sentire egiziano, così ben rappresentato da queste opere non rimanga solo un riflesso nei vecchi specchi del caffè Hurreia, ma che riesca ad espatriare e ad avere un’eco al di fuori di questi confini.

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Touring Italy con ‘Il diavolo’ e un violino

Marzo 12, 2008 at 11:18 am (Articoli, Novità) (, , , )

da Les Pages Noires News 

Devil’s Tour @ Napoli 

Nawrocki ha definito ‘his most amazing tour – ever!’ la sua recente esibizione per 9 spettacoli in 11 giorni e 6 città in tutta Italia per promuovere la nuova traduzione italiana del suo libro: ‘L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret’.

L’incredibile ospitalità a Roma dell’editore, il Sirente, e tutti i loro amici, familiari e collaboratori, che gli hanno riservato il miglior cibo, il vino, il sostegno e un’amicizia inimmaginabile.

Nawrocki, accompagnato da se stesso e il suo violino loopato, ha eseguito estratti dal libro con l’apprezzamento di nuovi lettori da tutta Italia. Un breve film documentario sul tour sarà pubblicato al più presto. Le foto del tour:
http://www.sirente.it/9788887847116/index.html

Tour highlights: la magnifica città universitaria de L’Aquila in cima a un’altipiano, dove Nawrocki suona con una tripla fisarmonica da vecchi tempi, insieme a un gruppo di musica folkloristica; una graziosa accoglienza presso il centro anarchico ‘Camillo Di Sciullo’ di Chieti; Roma, il suo debutto nella libreria radical chic ‘Bibli’; ha inaugurato il nuovo Info Shop anarchico di Modena, suonando in un compresso e freddissimo locale; ‘Modo Info Shop’ a Bologna; il lancio ufficiale alla prestigiosa Fiera del Libro di Roma e il colossale ‘Palazzo dei Congressi’; un’improvvisazione dal vivo con la celebrata ‘noise band’ Obsolescenza Programmata, nella hippy libreria/bar/negozio ‘Perditempo’ di Napoli.

Nawrocki sta attualmente lavorando a un libro ispirato alla sua grande avventura italiana: ‘Cazzarola!’ – L’Italia di ieri e di oggi, i Rom e Roma.

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Noi italiani, on the road prima di Easy Rider

Marzo 10, 2008 at 11:37 am (Articoli) (, , , , )

di Paolo D’Agostini (da Repubblica, Pagina 39 – Spettacoli, Lunedì 10 marzo 2008)

La regista di “I cannibali” e “Il portiere di notte” ripercorre le tappe del nostro cinema giovane di quegli anni. E ora gira “Albert Einstein”.
Gli americani erano interessati a “I cannibali”, ma dovevo cambiare il finale dove gli oppositori vengono ammazzati dalla polizia. Rifiutai.
Il cinema di Bertolucci, Bellocchio, Pasolini, e anche il mio, dimostrava che la nostra capacità di innovare non era finita con il Neorealismo.
  
Liliana Cavani diventa un fiume in piena se la solleciti sul “come eravamo” nel Sessantotto, secondo il cinema giovane di quegli anni di cui la regista emiliana – come gli altri due campioni della stagione Bellocchio e Bertolucci ma dall´educazione «scombinata e aperta, non borghese, non clericale» – fu protagonista.
«L´I Care caro oggi a Veltroni veniva allora dall´America: da lì arrivavano i venti di libertà, non certo dall´est comunista. C´erano Luther King e Malcolm X, i Kennedy, Marcuse e Berkeley. Io ero incantata. Seguivo Basaglia, mi appassionavo al Living Theatre, leggevo Foucault che negava lo scandalo del nudo. Proprio niente del Sessantotto, a partire da quello parigino, traeva ispirazione dal bagaglio ideologico della sinistra marxista. Verso il quale ero fredda, così come era stato il mio nonno anarchico. Fredda verso gli apparati. Le cose più belle e stimolanti venivano da un´altra parte. E quando sono arrivata a Roma non ho sentito alcun bisogno di iscrivermi al Pci come invece tanti altri colleghi. Questa estraneità agli apparati mi ha sempre messa in difficoltà. Quando agli inizi degli anni 60 facevo le mie prime inchieste per la Rai monocolore Dc, come La casa in Italia, sono stata censurata. Con il centrosinistra sono stata etichettata come criptocomunista. E il mio primo Francesco d´Assisi, figura che da persona libera di mente – non clericale né anticlericale – ho affrontato con spirito di scoperta trovandovi una ribellione al padre e un conflitto generazionale, non è piaciuto alla Chiesa. Mi sentivo in armonia con i movimenti di liberazione americani. Tra i miei primi soggetti, sotto l´influenza del Black Power, ce n´era uno che s´intitolava “Black Jesus”. Quante cose c´erano in movimento, quante cose di oggi vengono da lì. Quante cose stanno dietro alle candidature di Hillary e Obama».
Mentre sta completando il nuovo film per RaiFiction Albert Einstein (con il Vincenzo Amato di Nuovomondo) Cavani è oggetto di omaggio da parte della Cineteca Nazionale che dedica il programma di marzo della sua sala romana, il Trevi, dapprima a “Lou Castel, (l´anti) divo ribelle del cinema”, icona degli anni 60, che fu il suo Francesco nel ´66 (ce ne sarebbe stato più tardi un secondo: Mickey Rourke) oltre che protagonista di Grazie zia e I pugni in tasca. E poi agli “Schermi in fiamme. Il cinema della contestazione” dove è rappresentata da I cannibali, 1969, con Pierre Clementi.
Dopo tanti documentari e servizi per la Rai da metà anni 60 lei si avvicina al cinema scegliendo figure che, da Francesco a Galileo a Milarepa, hanno in comune una lettura non convenzionale della fede e della spiritualità, dell´autorità della Chiesa.
«Anche Galileo ha avuto le sue belle peripezie di censura. Curiosamente deve la sua maggiore diffusione alla San Paolo Film che lo mandava nelle scuole. Dopo gli studi in lettere antiche e glottologia, la vera università l´ho fatta con i documentari. Sul nazismo, sul comunismo, sulle donne nella Resistenza. A ripensarci mi fa ridere che ancora oggi stiamo a combattere con le quote rosa. Quando nel ´65 intervistai una donna che a 18 anni aveva guidato una battaglia partigiana a Bologna, alla mia domanda “per che cosa hai combattuto” mi rispose: “per la palingenesi, perché noi donne dobbiamo contare, non solo per cacciare i tedeschi”».
Le sembrano ridicole le quote rosa?
«No, niente è ridicolo se è necessario. Evidentemente è ancora necessario».
Il suo Sessantotto è I cannibali. Dal mito di Antigone una metafora della ribellione giovanile di quel momento. Ma, come tutto il cinema suggerito direttamente dal clima della contestazione, non piacque molto.
«Partecipò alla Quinzaine di Cannes, appena nata, e fu visto da Susan Sontag che lo portò a New York. Un circuito parallelo della Paramount mi offrì 120 mila dollari ma dovevo cambiare il finale dove gli oppositori vengono ammazzati dalla polizia».
E lei?
«Dissi di no. E pensare che la sensibilità on the road espressa da I cannibali precedette Easy Rider che non era ancora uscito. Il mio film fu il segnale di una nuova sensibilità che si andava affermando: mal vista da destra e da sinistra, da tutti gli apparati burocratici».
Ma i film “del Sessantotto” non piacquero al pubblico.
«Voglio ugualmente difenderli. Sono convinta che quello di Bernardo (Bertolucci, ndr), di Marco Bellocchio, di Pier Paolo Pasolini, e anche il mio, sia stato il nostro nuovo cinema. La dimostrazione che la nostra capacità di innovare non era finita con il Neorealismo. Un cinema critico che strideva con gli apparati, sia cattolico che comunista. Non poteva piacere a chi, nell´estate del ´68, non aveva espresso solidarietà a Praga invasa. La cultura d´apparato soprattutto di sinistra, una cappa che ci è pesata sulla testa, non sapeva come collocarlo. Avrebbe dovuto farci ponti d´oro perché eravamo una ventata di sprovincializzazione, eravamo il tempo presente».
Quando poi arriva Portiere di notte, ´74, diventa subito un manifesto della trasgressione.
«Non era ammissibile parlare dei nazisti come persone. Era tabù. Ricordo un dibattito sui Cahiers du cinéma tra Michel Foucault che difendeva il film e la redazione che aveva le bende sugli occhi e rappresentava una cultura blindata, ferma. Almeno in Francia si dibatteva d´ideologia, in Italia tutto si ridusse a stabilire – in censura – se fosse giusto che Charlotte Rampling facesse l´amore stando sopra. Credo davvero che il film aprì delle porte».
È vero che nel ´71 firmò il documento contro il commissario Calabresi sull´Espresso?
«Non ricordo di averlo mai fatto né di essere stata mai interpellata».
È sbagliata la sensazione che lei si sia spostata verso posizioni più moderate, a partire dalla scelta dei soggetti come la biografia di De Gasperi?
«De Gasperi dobbiamo solo ringraziarlo se allora ci è stato evitato il peggio». 

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Prendere un taxi al Cairo

Marzo 9, 2008 at 6:49 pm (Articoli) (, , , , , , , )

di Chiarastella Campanelli

Prendere un taxi al Cairo 

Ecco un piccolo prontuario da tenere alla mano se intendete avventurarvi in un viaggio in Egitto fai da te… Tra i vari mezzi di trasporto messi a disposizione dalla grande metropoli egiziana, il taxi è sicuramente il mezzo più semplice. In qualsiasi giorno della settimana a qualsiasi ora della giornata, dovunque voi vi troviate ci sarà sempre un taxi che vi passerà davanti pronto a fermarsi appena gli farete un minimo gesto della mano… a meno che non siate estremamente sfortunati. La prima cosa da fare appena un taxi si ferma, dopo un breve saluto che potrebbe suonare “Assalamu aleikum” (che la pace sia con te) che agli egiziani fa sempre piacere, senza troppi preamboli (posizionandovi se siete una donna sola nel sedile retrostante e se siete un uomo nel sedile accanto al conducente), comunicategli la meta che intendete raggiungere. In Egitto non esiste un vero e proprio tariffario da seguire per il pagamento della corsa. In genere le persone si basano su dei prezzi convenzionali non scritti che si apprendono dopo un lungo periodo di permanenza e che variano a seconda delle condizioni del traffico e sicuramente a seconda di che tipo di cliente si siede nel taxi, i turisti hanno sempre dei prezzi maggiorati, è per questo che conviene non sfoggiare guide, occhiali da sole e macchine fotografiche, ma adattarsi agli usi del posto..contando sul fatto che nel 50% delle volte un italiano, specialmente se meridionale, potrebbe essere confuso con un abitante del luogo. Possiamo orientativamente dire che la tratta aeroporto – centro città costa dai 40 ai 50 pound, partendo dall’aeroporto conviene sempre prima della corsa accordarsi con l’autista sul prezzo della tratta, agli egiziani, come alla grande maggioranza degli arabi piace molto contrattare e molte volte se il cliente non tratta viene considerata persona di poco conto, più sarete tenaci e più riuscirete a farvi fare un prezzo ragionevole, o almeno il prezzo giusto per la corsa. In città una piccola tratta di 4/5 km, per esempio dall’isola di Zamalek al Midan Tahrir (Museo egizio), costa non più di 5 pound. Non lasciatevi intimidire da discorsi tesi ad impietosirvi, se sapete di aver pagato il prezzo giusto scendete sicuri di voi stessi chiudete la portiera e salutate anche se magari da alcuni tassisti arriveranno una valanga di maledizioni….pensate però che la professione del tassista al Cairo è stancante è difficile e se potete permettervi qualche lira in più che per voi sono pochi centesimi al tassista cambierà la giornata. Prendere un taxi al Cairo è sempre un’avventura che potrebbe essere assolutamente divertente, interessante, piacevole o il vostro più brutto ricordo. La gamma degli autisti è molto varia, spaziano da colti laureati ad analfabeti. Alcuni sanno bene l’inglese, altri qualche parola, con altri ancora se non conoscete qualche parola di arabo sarà assolutamente impossibile comunicare. Gli egiziani sono dei grandi intrattenitori, cantastorie formidabili, ma se siete nella giornata no in cui non vi va di parlare, ma solo contemplare il paesaggio dell’affascinante Cairo il conducente capirà all’istante e alzerà di buon grado l’audio della radio per farvi assaporare il Cairo al ritmo di musica araba….o prediche religiose se siete meno fortunati. Se siete invece vogliosi di conversare, sicuramente la prima domanda sarà: “da dove viene?” E a quel punto rispondere che siete italiani andrà a vostro favore, gli egiziani hanno un’estrema simpatia per gli italiani che considerano molto simili, vi diranno “Ahsan an-nnasuu” (la gente migliore) e inizieranno a parlare di qualche calciatore, se non vi intendete di calcio fate finta di essere buoni intenditori per non togliere il tono allegro della conversazione. Se malauguratamente il tassista vi chiede di che religione siete avete due opzioni: cristiani o musulmani, se non volete essere vittime di prediche su paradiso e fine del mondo è meglio non dire che siete ebrei o atei perché tenteranno in tutti i modi di convincervi che l’Islam è l’unica religione, chiaramente se il tassista è musulmano, difatti al Cairo c’è una buona minoranza di cristiani coopti ortodossi….ve ne accorgerete guardano il polso dell’autista, se ha una piccola croce tatuata è sicuramente un cristiano. Buon viaggio! e quando scendete non dimenticatevi di ringraziare “Shuukran” e di fare qualche buon augurio al tassista, come “rabbina maak” (Egiziano colloquiale “che Dio sia con te”).

L’ultimo consiglio, che vi do di cuore, prima di partire o appena tornati leggete “Taxi” di Khaled Al Khamissi (Editrice il Sirente)…vi catapulterà di colpo nel fascinoso caos della grande metropoli, regalandovi ottimi spunti per il prossimo viaggio o offrendovi qualche ricordo che pensavate dimenticato del vostro ultimo viaggio al Cairo.

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