L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi

Marzo 27, 2008 at 5:20 pm (Estratti) (, , , )

Quel giorno di Settembre la notizia uscì sui giornali.
Le tipografie avevano stampato metà riga a lettere sfuocate: “Una donna è uscita in vacanza e non è tornata”.
La scomparsa di persone era un fatto normale.
Come ogni giorno spunta il sole, così escono i giornali, nella cui pagina interna si trova l’angolo delle notizie riguardanti le persone.  La parola “persone” può essere rimossa o sostituita con un’altra parola, senza che assolutamente nulla cambi. Le persone. Il popolo. La nazione. Le masse. Parole che significano tutto e niente contemporaneamente.
In prima pagina vi era una foto a colori e a grandezza naturale di Sua Maestà, dal titolo grande: “Il festeggiamento per il compleanno del re”.
La gente sfregò gli occhi, dagli angoli delle palpebre infiammati, e girò pagina dopo pagina, sbadigliando fino a far schioccare le ossa delle mascelle.
La notizia comparve nella pagina interna, si vedeva a mala pena ad occhio nudo.
“Una donna è uscita in vacanza e non è ritornata”.
Le donne non erano solite prender giorni liberi. Se una donna usciva, lo faceva per assolvere ad incombenze urgenti e per poter uscire era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto del marito o timbrato dal suo datore di lavoro. (p.5)

Non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo poteva partire e non tornare per sette anni, e solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di separarsi da lui.
Gli uomini della polizia si mobilitarono nella sua ricerca, si stamparono volantini ed annunci sui giornali chiedendo il suo ritrovamento, viva o morta, ed annunciando una generosa ricompensa da parte di Sua Maestà il Re.
“Che legame c’è tra Sua Maestà e la scomparsa di una donna comune?”.
Era risaputo che nulla al mondo poteva accadere senza l’ordine, scritto o non scritto, di sua Maestà.
Sua Maestà, infatti, non sapeva né leggere né scrivere, e questo era un segno di distinzione. Quale era infatti il vantaggio di leggere e scrivere?
I profeti non sapevano né leggere né scrivere, era quindi possibile che il Re fosse migliore di loro?
Vi era anche la macchina da scrivere, che funzionava ad elettricità.
Una nuova macchina da scrivere invece funzionava a petrolio e scriveva in tutte le lingue.
Dietro la macchina per scrivere si trovava una sedia girevole di pelle, su cui sedeva il commissario di polizia, e dietro la sua testa pendeva dalla parete un’immagine ingrandita di sua Maestà, in una cornice d’oro, dai bordi decorati con le lettere del testo sacro.
“Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza?”. (p.6)

Suo marito serrò le labbra in silenzio, i suoi occhi si spalancarono come chi all’improvviso si sveglia dal sonno. Indossava il pigiama, i muscoli del suo viso erano flosci, con la punta delle dita sfregò gli occhi e sbadigliò.
Sedeva su una sedia di legno, fissata al pavimento.
“No”
“Avete litigato?”
“No”
“Ha mai lasciato la casa coniugale?” (Nota: ”sottomissione” e “ubbidienza” hanno lo stesso significato di tetto coniugale e casa del marito)
“No”
L’indagine si svolgeva in una stanza chiusa, una lampada rossa era appesa alla porta. Nulla poteva uscire ai giornali. I rapporti venivano conservati dentro una cartella segreta, dalla copertina nera, su cui era scritto: “Donna che esce in vacanza”
Il commissario di polizia era seduto sulla sedia girevole, su cui girò e si trovò con la schiena verso la parete e l’immagine di Sua Maestà. Di fronte a lui si trovava l’altra sedia, fissata al pavimento, su cui sedeva un altro uomo, non suo marito ma il suo datore di lavoro.
“Era una di quelle donne ribelli e disubbidienti all’ordine?”
Il datore di lavoro aveva accavallato le gambe, tra le sue labbra aveva una pipa nera, che si curvava in avanti come il corno di una mucca. I suoi occhi erano fissi verso l’alto. (p.7)

“No, era una donna assolutamente ubbidiente”
“E’ possibile che sia stata rapita o violentata?”
“No. Era una donna normale che non provocava in nessuno il desiderio di violentarla”
“Che cosa significa?”
“Intendo dire che era una donna sottomessa, che non provocava il desiderio di nessuno”
Il commissario di polizia annuì con il capo in segno di comprensione. Girò sulla sedia e la sua schiena si trovò di fronte al datore di lavoro ed iniziò a battere sulla macchina per scrivere. Si diffuse uno strano odore di gas bruciato. Allungò il braccio ed accese il ventilatore, poi girò di nuovo sulla sedia.
“Crede che sia fuggita?”
“Perché fuggire?”
Nessuno sapeva perché una donna poteva fuggire. Se fosse fuggita, dove sarebbe andata? Sarebbe fuggita da sola?
“Pensa che possa essere fuggita con un altro uomo?”
“Un altro uomo?”
“Sì”
“Non è possibile. Era una donna assolutamente rispettabile, non le interessava altro che il lavoro e la ricerca”
“La ricerca?” (p.8)

“Lavorava nell’unità di Ricerca, presso il Dipartimento di Archeologia”
“Archeologia. Che cosa significa?”
“Sono i monumenti antichi che vengono scoperti scavando la terra”
“Ad esempio?”
“Statue di divinità antiche come Amoun e Akhenaton, o di dee antiche come Nefertiti e Sekhmet”
“Sekhmat? Chi è ?”
“L’antica dea della morte”
“Dio ci protegga!”
Arrivò la notizia dal capo di una delle lontane stazioni di polizia: era stata avvistata una donna che si stava imbarcando su un battello.
La donna portava sulle spalle una borsa di pelle dalla lunga tracolla, sembrava una studentessa o una ricercatrice universitaria, era completamente sola, senza alcun uomo. Dalla borsa spuntava qualcosa dall’estremità di ferro appuntita, sembrava uno scalpello.
Il commissario di polizia s’irrigidì e sulla sua fronte comparvero delle gocce di sudore. Premette sul pulsante nero e la velocità del ventilatore aumentò, la base del ventilatore girava su se stessa e l’aria della stanza era asfissiante.
“Era una donna normale?” (p.9)

Sulla sedia di legno fissata al pavimento sedeva uno psicologo. La sua bocca si piegava a sinistra mentre la pipa dal corno piegato pendeva a destra, mentre gli occhi erano fissi verso l’alto, un po’ più in alto della parete, dove si trovava l’immagine rinchiusa dentro la cornice d’oro.
Soffiò il fumo intensamente sulla faccia di Sua Maestà, poi avvertì l’ansia e girò la testa in direzione del ventilatore ed abbassò le palpebre.
“Non credo che fosse una donna normale”
“Si riferisce al suo interesse per la ricerca?”
“Sì, spesso ciò che porta la donna ad interessi che esulano dalla casa, è una malattia psicologica”
“Che cosa intende?”
“Una giovane donna che si dedica ad un lavoro inutile, come collezionare statue antiche!? Non è forse un segno di malattia, o almeno di deviazione?”
“Deviazione?”
“Questo scalpello rivela ogni cosa”
“Come?”
“La donna per compensare i suoi desideri che non sono stati soddisfatti, prova piacere nell’affondare la testa dello scalpello nella terra, come se fosse il pene dell’uomo”
Il commissario di polizia sussultò sulla sedia e girò diverse volte su se stesso, come il ventilatore. (p10)

Le sue dita s’irrigidirono sulla macchina per scrivere mentre batteva la parola “pene dell’uomo”. Smise di scrivere e si girò con un movimento veloce.
“La questione diventa seria”
“Sì, lo è. Ho alcuni studi su questa malattia. La donna, dalla sua infanzia cerca inutilmente questo “pene”, e per la disperazione trasforma questo desiderio in un altro”
“Un altro desiderio? Quale ad esempio?”
“Ad esempio quello di guardarsi allo specchio, è una sorta di amore folle verso se stessa”
“Dio me ne scampi!”
“La donna è incline all’isolamento e al silenzio, e a volte prova il desiderio di rubare”
“Rubare?”
“Furto di oggetti rari e statue antiche, specialmente statue di dee femminili, è attirata da persone del suo stesso sesso e non quello opposto…”
“Dio ce ne scampi!”
“Viene colta da un urgente desiderio di sparire”
“Sparire!?”
“In un altro senso, una forte attrazione verso il suicidio o la morte”
“Dio ci protegga!” (p.11)

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Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo

Marzo 25, 2008 at 9:40 am (Rassegna Stampa Khaled Al Khamissi, Recensioni) (, , , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jill Carroll (The Christian Science Monitor, 13 dicembre 2007)

Un bestseller che offre sorprendenti critiche della società egiziana e del suo governo attraverso le voci dei taxi driver.

Il giornalista Jill Carroll discute con i tassisti del Cairo. Il tassista Ahmed siede dietro un volante rivestito in finta pelle di leopardo. Una scatoletta rovesciata di tessuto attaccato al soffitto pende accanto alla sua testa. Come la maggior parte dei tassisti Cairoti, ride facilmente, ed è sempre disposto a discutere dei pericoli del suo lavoro – che chi ha vissuto per un perido in questa fumosa città sa che sono numerosi.

Dice di essere stato sbattuto via, derubato, e  preso in giro dalla polizia. “sento che a causa loro la mia dignità si è spezzata”, dice a proposito della polizia della città, che “è molto dura con me”.

Come molti egiziani – che ha due o tre posti di lavoro per far quadrare il bilancio – Ahmed guida il taxi solo per guadagnare abbastanza per sostenere la sua famiglia.

Durante i suoi studi per la Laurea in Ingegneria informatica, ha passato gli ultimi quattro anni a trasportare passeggeri per pagarsi le tasse, di cui il 75% del guadagno andava al proprietario del veicolo. E pagava anche la benzina.

Ma “se lavorassi sfruttando la mia laurea guadagnerei solo $ 21 al mese. E non mi basterebbero neanche per le sigarette”.

La storia di Ahmed non è unica. Il suo caso avrebbe potuto facilmente essere stato preso da una storia del nuovo libro di Khalid al-Khamissi, “Taxi, Tales of Rides”, un best-seller che sta sorprendendo molti Cairoti per la sua visione della vita vista dal sedile posteriore di un taxi.

Nel suo primo libro, che è stato ristampato sette volte e ha venduto più di 30000 copie, il Sig Khamissi offre una vista variopinta sulla vita media egiziana, attraverso 58 dialoghi tra lui e i taxi driver.

È un romanzo, che attraverso le parole semplici del lavoro giornaliero dei tassisti, sviscera commenti sociali e politici, un approccio un pò audace qui che la censura è un problema reale. Ma la sua audacia ha fatto volare gli incassi nelle librerie egiziane.

Mentre la maggior parte dei titoli egiziani sono scritti in arabo classico, Khamissi mantiene la forma al minimo e impiega il dialetto egiziano colloquiale a tutti i dialoghi che si svolgono in taxi. In tal senso, il medium enfatizza il messaggio.

“La gente in strada o la gente [elegante] nei club, fa le stesse discussioni”, dice Khamissi, nel suo appartamento del Cairo. I dialoghi del libro intendono rappresentare un panorama della società egiziana nel 2006, spiega l’autore. “L’idea principale è quella di raccontare ciò che sono state le principali storie in Egitto nel corso del 2006 attraverso un eroe e questo eroe è un taxi driver.”

Mentre Ahmed potrebbe essere stato affascinante, i tassisti del Cairo sono un improbabile scelta per un simpatico personaggio. Dal punto di vista del passeggero, hanno la reputazione di essere avidi, si battono per le tariffe – tariffe che sono determinate dalla contrattazione – e sono selvaggi alla guida.

Per le donne, sedute accanto all’autista diventa spesso un invito al tassista per lasciare vagare le mani e per conversazioni suggestive. I luoghi comuni per i tassisti  sono materia da leggenda.

Ma Khamissi offre una visione più equilibrata dei tassisti. I dialoghi regalano delle sorprendenti critiche della società e del governo, oltre ad approfondimenti sulla vita media.

“C’è stato un grande dibattito in arabo [letterario]  nei circoli di impegno politico… si tratta di onde. Molti scrittori egiziani vedono se stessi come politicamente impegnati”, afferma Deborah Starr, un professore associato, che si è specializzato nella letteratura moderna araba presso la Cornell University Dipartimento di Studi sul Vicino Oriente.

Khamissi sembra a suo agio in questo genere di critica politica, anche se afferma che non era il suo obiettivo. In un passaggio, un taxi driver critica il presidente Hosni Mubarak, per nome, generalmente è una cosa che gli scrittori non fanno mai.

Mentre molte delle critiche riguardanti il governo in “Taxi” sono espresse privatamente tra gli egiziani, il dissenso è di solito vago e raro. Khamissi dice di non aver affrontato nessun contraccolpo a causa del libro, anche se un giornalista televisivo ha detto di essere stato avvertito dalla madre che aveva letto il libro, a non intervistare Khamissi.

“Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al  Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di  letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.

Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la  propria esperienza.”

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Al Cairo tassisti fittizi come se fossero reali

Marzo 25, 2008 at 9:38 am (Recensioni) (, , , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jonathan Wright (da Daily News Egypt, 31 marzo 2007)

CAIRO: L’autore egiziano Khaled Al Khamissi, in una raccolta di racconti brevi sulla capitale egiziana, che è diventata best-seller, ha trasformato una vecchia tecnica usando se stesso.

Invece di avere in pugno la città parlando ai taxi driver, Al Khamissi ha composto 58 monologhi inventati suui taxi—drivers del Cairo, con tale convinzione e autentica linguistica che la maggior parte dei lettori li prendono per veri.

Ma Al Khamissi, giornalista, regista e produttore, venerdì ha detto in un’intervista a Reuters che nessuno dei tassisti di “Taxi” è mai veramente esistito.

“Questo è un libro di genere letterario. Io non ho registrato nulla. Non si tratta di reportage o di giornalismo”, ha detto.

“Sono tutte storie che mi sono ricordato e ho recuperato quando stavo scrivendo. In molti casi, qualcuno potrebbe dirmi una parola e qualcun altro potrebbe dirmi qualcosa’altro e così via”, ha aggiunto.

Al Khamissi, che ha studiato scienze politiche presso la Sorbona di Parigi e ha un interesse in sociologia e antropologia; ha detto che le 220 pagine che compongono l’opera di finzione hanno un valore per le persone a cui di solito nessuno da voce.

I tassisti sono sognatori e filosofi, misogeni e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici. Tutti loro sono uomini, che lottano per guadagnarsi da vivere in un crudele, rumoroso, caotico e malsano mondo.

Schiacciati da altre automobili, soffocati dai fumi e dal calore estivo, sopraffatti dai poliziotti corrotti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati, parlano di quasi di tutto – politica, donne, film, viaggi all’estero e il più delle volte del loro disprezzo per le autorità.

Il libro in Egitto, da quando è uscito il 5 gennaio 2007, ha venduto 20000 copie- un numero incredibile in un paese in cui le opere di letteratura raramente vendono più di 3000 copie.

La quarta edizione è stata appena ristampata e Al Khamissi ha già incontrato gli editori stranieri per parlare di traduzioni.

Insieme con i due ultimi romanzi di Alaa El Aswani, questi libri hanno contribuito a ravvivare la lettura in Egitto, dove molte famiglie non hanno altri libri che il Corano.

Uno dei segreti del successo di Al Khamissi potrebbe essere che i suoi monologhi sono tutti in Egiziano, ricco dialetto colloquiale, che è molto diverso dalla lingua letteraria che gli scrittori in genere utilizzano.
Il libro ha ricevuto applausi dalla critica, la maggior parte, da persone che hanno vissuto il libro come un lavoro di antropologia urbana.

Baheyya, un anonimo, ma influente blogger egiziano, ha detto: “Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”.

“Documenta le disuguaglianze sociali e riporta fedelmente il potere pungente dei dialoghi quotidiani”, ha aggiunto.

Galal Amin, un economista e sociologo che insegna presso l’Università Americana del Cairo, l’ha chiamato “un lavoro innovativo che dipinge un quadro veritiero della situazione della società egiziana di oggi, come si è visto da parte di un importante settore sociale”

Al Khamissi ha detto che è stato fedele alla realtà. “I monologhi, a mio avviso, sono 100 per cento realistici … Se scendi e chiedi ad un taxi driver una qualsiasi delle problematiche troveresti che è esattamente ciò che è scritto nel libro” ha detto.

Come il lavoro di El Aswani, “Taxi” include una forte dose anti-governativa, che riflette la progressiva espansione della libertà di espressione in Egitto.

Ma Al Khamissi dice che non ha cercato di imporre ai suoi personaggi la sua ostilità nei confronti del governo.

“Personalmente sono contro [l'ex presidente] Anwar Sadat, ma troverete un tassista assouultamente devoto a lui”, ha detto.

Al Khamissi ha dichiarato che il suo prossimo libro racconterà le storie degli egiziani che viaggiano all’estero per lavoro, o sono tornati dall’estero o hanno provato e non sono riusciti ad emigrare.

“Finora ho parlato con circa 150 persone per il prossimo libro”, ha detto.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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La cruda realtà sull’Egitto emerge dalle opinioni dei taxi-drivers

Marzo 25, 2008 at 9:37 am (Recensioni) (, , , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Liz Sly (Chicago Tribune)

Il libro composto da conversazioni in taxi è diventato un best-seller che attraversa il paese.

CAIRO, EGITTO – Khalid al-Khamissi ha scoperto qualcosa su cui i corrispondenti stranieri hanno scherzato per lungo tempo – i tassisti possono essere tra le migliori fonti di analisi di un paese.

Non è solo che sono facilmente arrivabili. I Taxi driver incontrano una vasta gamma di persone ogni giorno, ascoltano le notizie alla radio; visitano ogni angolo della loro comunità e per la maggior parte del tempo sono annoiati, felici di chiacchierare con chiunque entri nel loro taxi.

“Si comincia con le cose ordinarie, ma dopo 10 minuti cominciano a raccontarti cose che riflettono realmente l’anima della società”, spiega Khamissi, uno scienziato politico che ha studiato presso l’Università del Cairo e alla Sorbona di Parigi.

C’è anche il fattore dell’anonimato, che entra in gioco nelle società con regime autoritario come l’Egitto. I tassisti danno voce alle loro menti, fiduciosi che non riincontreranno di nuovo la stessa persona e che le loro parole non potranno mai ritorcersi contro di loro.

E così Khamissi si è occupato delle intuizioni dei tassisti che ha incontrato al Cairo per scrivere un libro, chiamato Taxi, sulla base di colloqui con i suoi taxi-drivers in un periodo di circa un anno.

Il risultato è stato un inaspettato best-seller, ora alla sesta ristampa e con più di 60000 copie vendute, un numero elevato rispetto agli standard egiziani. E ’stato tradotto in inglese. Spera che il prossimo anno verrà pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Non è tanto un libro sui tassisti quanto un ritratto della società egiziana, come l’era del 79enne presidente Hosni Mubarak che si avvicina alla fine.

E ‘un libro sulla microcriminalità, le frustrazioni quotidiane dei poveri lavoratori egiziani che vivono nella quasi impraticabile metropoli del Cairo. È un libro per farti sentire in colpa se hai mai provato a contrattare sulla tariffa di un taxi in un qualsiasi paese povero.

I tassisti di Khamissi’s cadono sotto il corrotto autoritarismo dittatoriale, ma sono troppo occupati a cercare di guadagnarsi da vivere che non fanno nulla. Pagano mazzette ai poliziotti piuttosto che perdere giorni di guadagno, intrappolati nel labirinto della burocrazia Egiziana, per pagare una multa. Si addormentano al volante dopo aver lavorato 72 ore non-stop per pagare le rate delle loro auto.

Un tassista piange perché non può permettersi l’operazione necessaria a far cessare il suo mal di schiena, causato dal suo lavoro al volante.

Khamissi attribuisce il successo di Taxi alla luce che fa risplendere sugli angoli bui della società egiziana. Lavoro artigianale di 57 conversazioni con i tassisti, il libro si propone di trasmettere la cruda verità dell’Egitto, di cui di solito si parla in privato.

“Ho cercato di annullare l’autocensura che ogni scrittore egiziano fa. In Egitto viviamo la nostra vita in una gigantesca auto-censura”, ha detto in un’intervista all’ ufficio Cairota dell’impresa di investimenti dove lavora.

Diversi redattori sono stati recentemente condannati al carcere per esprimere alcune delle opinioni espresse dagli anonimi tassisti di Khamissi, ma Khamissi non ha avuto alcun problema con le autorità.

Il suo tassista deride il governo, racconta crude barzellette per screditare il sistema. Uno dice che vorrebbe vedere i fuorilegge fondamentalisti islamici Fratelli musulmani al potere, anche se non prega o non va alla moschea. “Perché abbiamo provato di tutto”, egli spiega.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi

Marzo 25, 2008 at 9:34 am (Recensioni) (, , , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Sasha Simic (da Socialist Review, marzo 2008)

Circa 80000 taxi girano per le strade del Cairo. Le martoriate macchine in bianco e nero attraversano in modo caotico le strade della capitale Egiziana, sono così onnipresenti che è facile dimenticare che ciascuno di essi trasporta almeno una storia umana.

L’anno scorso il giornalista egiziano Khaled Al Khamissi ha raccolto 58 conversazioni che ha avuto con i tassisti in un libro. Il risultato – Taxi – è stato un best-seller immediato. E ‘un meraviglioso lavoro, che cattura la lotta giornaliera dei lavoratori nel moderno Egitto, attraverso le loro stesse parole.

I governanti egiziani hanno abbracciato con entusiasmo il neoliberismo rendendo la vita molto più difficile per la popolazione. I tassisti di questo libro sono giovani e meno giovani, religiosi e laici, rappresentanti di diversi gruppi provenienti da tutta la società egiziana, ma ognuno lotta per sopravvivere nella sua “pesce mangia pesce” società.

Semplicemente cercare di rinnovare la patente di guida diventa un incubo di burocrazia e corruzione che non trova in Kafka un rivale. La maggior parte di loro odia il dittatoriale presidente Hosni Mubarak, e disprezza i ricchi egiziani. Molti capiscono che cosa le sfrenate forze del mercato hanno fatto alla loro vita: “Sono come un pesce e il taxi è come un contenitore di pesce… E ‘vero io guido in giro per tutto il giorno, ma vedo solo la parte interna del mio taxi, i miei limiti Sono le finestre del taxi. La Vita è una prigione, che termina nella tomba”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Le confessioni dei tassisti del Cairo

Marzo 25, 2008 at 9:32 am (Recensioni) (, , , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Omayma Abdel-Latif (da Book Review, Foreign Policy, settembre/ottobre 2007)

Nel mese di luglio, quattro mesi prima della sua scomparsa, lo studioso Alain Roussillon espresse profonda preoccupazione per l’aumento delle tensioni nella società egiziana. Esse riflettono il ritorno della “questione sociale” nella politica egiziana. La più grande minaccia per il regime, ha suggerito, non è stata la Fratellanza musulmana o di qualsiasi altro gruppo di opposizione, ma piuttosto l’atteggiamento della popolazione verso di essa. A giudicare dai più di 200 sit-in, gli arresti, gli scioperi della fame, e le dimostrazioni che si sono verificate in tutto il paese solo lo scorso anno, gli egiziani esprimono sempre più autentiche rimostranze contro il loro governo.

Ma non avrebbe senso, la paura o la rabbia della maggior parte degli egiziani che ascolta le élite politiche del paese parlare a seminari e saloni. Come in molti paesi di tutto il Medio Oriente, è la ” lingua della strada “, che spiega i modi in cui la maggioranza degli egiziani pensa e si comporta politicamente. Forte come sono numericamente, la maggioranza dei cittadini del paese rappresenta un Egitto la cui voce non è ascoltata.

Quindi, Khaled Al Khamissi, uno scienziato politico egiziano trasformatosi in sceneggiatore e giornalista, ha messo in atto il modo di decifrare gli atteggiamenti politici della persona media sulle strade arabe, ha deciso di parlare con le persone che passano le loro giornate alla guida: i tassisti Del Cairo. Essi hanno il privilegio di mischiarsi con persone provenienti da tutto lo spettro sociale, e in quanto tali, le loro opinioni spesso riflettono il pensiero di al-ghalaba, un termine popolare coniato per riferirsi agli strati più bassi della società, coloro che vivono ai margini della politica e sono colpiti da essa. Durante il suo anno di viaggi quasi esclusivamente in taxi, Khamissi è giunto a credere che alcuni tassisti offrono un’analisi molto più profonda degli analisti politici, e che sono importanti barometri degli umori popolari e delle rimostranze contro il governo.

Il risultato della sua ricerca è Taxi, un romanzo pubblicato a gennaio (2007) e diventato già un best-seller, con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui le 3000 copie sono considerate come un successo Ma invece di tessere insieme un ben definito intreccio narrativo o un’avventura, Khamissi ha prodotto una serie di vignette di diverse esperienze di tassisti, nel tentativo di catturare l’immagine il più ampia possibile dell’altra faccia della politica egiziana. Per questo motivo, e forse anche per proteggere i caratteri “identità”, i tassisti che egli introduce in taxi sono figure composite, prodotti fittizi del suo tempo trascorso a parlare di tutto, dall’ economia e educazione alla salute e la politica.

L’interesse Egiziano per il libro non dovrebbe sorprendere. Anche se vi è stato un diffuso lavoro accademico per tentare di capire “cosa è successo agli egiziani,” il romanzo di Khamissi spicca. Il suo approccio improbabile, la lucida prosa, e un raro spaccato sulla coscienza popolare rende Taxi forse la più interessante delle opere che la cronaca sociale e le trasformazioni politiche Egiziane hanno prodotto nel corso degli ultimi cinque decenni.

Naturalmente, è utile la sua scelta di documentare la “strada” in uno dei momenti più politicamente pieni della recente storia egiziana. Per la prima volta nel corso dei decenni, il dissenso popolare non è stato diretto principalmente contro Israele o gli Stati Uniti, ma contro un avversario interno-lo stato, la sicurezza e i sistemi che controllano i centri nervosi del regime. Dall’ aprile 2005 al marzo 2006, Khamissi ha guardato la strada emergere come centro della scena politica, da proteste anti-regime, dimostrazioni, elezioni, e aberranti scene di violenza commesse contro i manifestanti.

Aveva una frontale, più esattamente, vista da dietro le quinte delle reazioni egiziane al primo movimento indipendente di protesta che sfidava il regime del Presidente Hosni Mubarak. Bisognava seguire Una serie di eventi politici, compreso il paese alle prime elezioni presidenziali, con ben nove candidati che concorrevano al posto di presidente. (Non che questo abbia fatto qualche differenza.) Poi sono arrivate le elezioni parlamentari in cui la Fratellanza musulmana ha vinto 88 seggi, dopo dure, violente battaglie e misfatti del partito al potere. L’anno ha visto anche la strada diventare il cuore della battaglia tra i giovani sostenitori di Mubarak e i suoi oppositori.

E in tutto questo Khamissi guardava e ascoltava i tassisti, che sono spesso insegnanti, ragionieri, avvocati di formazione, ma il cui paese non è in grado di offrire un lavoro adatto alla loro istruzione. Indignati dall’ austerità economica e guidati dal malcontento delle classi inferiori impoverite, i tassisti stanziati nel loro piccolo spazio pubblico per sfogare la loro rabbia e frustrazione contro il governo e agli stranieri che aderiscono a simili rimostranze. La genialità di Taxi è che coglie il punto in cui il taxi cessa di essere solo un mezzo di trasporto e diventa invece uno spazio di dibattito e di scambio, in un momento in cui tutti gli altri spazi pubblici, tra cui la stessa strada, erano diventati inaccessibili sotto la Brutale forza della polizia di Stato.

Nel mezzo di questa tumultuosa atmosfera, Khamissi ha lanciato grandi intuizioni nella schizofrenica relazione tra gli egiziani e lo stato. Vi è allo stesso tempo un disprezzo profondamente radicato per l’autorità, ma anche una schiacciante paura che li blocca a ribellarsi contro di essa. Alcune teorie datano questo conflitto indietro nel tempo, al tempo dei faraoni, rilevando che l’Egitto è sempre stato un forte stato interventista, e gli egiziani hanno quasi religiosamente temuto e adorato la sua autorità dagli albori del paese. Khamissi ricrea un incidente che riflette questo rapporto ambivalente attraverso un tassista che insulta il Ministero degli interni, simbolo di oppressione per molti, ma allo stesso tempo dice che lo rispetta.

In un altro episodio, Khamissi offre una semplice risposta sul motivo per cui gli egiziani non aderiscono alle proteste di piazza, nonostante la loro sofferenza e la miseria. ” ora Tutto ha perso il suo significato “, dice un autista. “Duecento persone sono circondate da due mila ufficiali di leva.” Anche se, come dice Khamissi, la percezione popolare del governo è che “è debole, corrotto, e terrorizzante. Se ci si soffia sopra, cade a pezzi “, dicono diversi tassisti. Ma se questa è la percezione dominante, perché non si uniscono contro di essa? Spiegando la cronica apatia politica degli Egiziani, un tassista commenta: “Il problema è che in noi egiziani, il governo ha piantato i semi della paura di morire di fame. Questo ci fa pensare solo a noi stessi, e la nostra unica preoccupazione è come far quadrare il bilancio. ” Stiamo vivendo una menzogna, e il ruolo del governo è quello di assicurarsi Che noi continuiamo a crederci. “

Tra i tassisti a cui da voce Khamissi, la questione economica resta in gran parte il vero mal di testa- con stipendi che sono appena sufficienti per le necessità di base e le variazioni dei prezzi sono una routine quotidiana. I tassisti danno la colpa al governo, che pensa solo ai “ricchi turisti”. “Il piano reale del governo è di farci uscire dal paese. Ma se lo facciamo, non avrà nessuno da imbrogliare e da derubare. “Non esattamente il tipo di realtà che si può avere da saloni o dagi incontri di riflessione sulla democratizzazione in Medio Oriente al Cairo.

Questo è esattamente il motivo per cui Khamissi ha colpito. Più di tutto, i suoi racconti suggeriscono che vi è un grande magazzino sociale di rabbia e frustrazione contro lo status quo. La triste realtà è che, se la rappresentazione del Cairo di Khamissi è vera, vi sono scarse probabilità che la loro scontentezza sia presto trasformata in una forza per il cambiamento di una società, il cui sviluppo è stato bloccato per tanto tempo.

Omayma Abdel-Latif è coordinatore di progetti presso il Carnegie Endowment for International Peace’s Middle east Center a Beirut.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Un taxi cairota guida con uno scrittore seduto nel sedile posteriore

Marzo 25, 2008 at 9:30 am (Recensioni) (, , , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Scott Jagow (da Marketplace, 3 marzo 2008)

Khaled Al Khamissi ha trascorso un anno parlando con i tassisti su e giù per il Cairo. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di una frustrata classe operaia. Scott Jagow seduto in un taxi con lui per sentire di più e vedere la città.

Scott Jagow: Questa è la strada Cairota. Caotica e inquinata, certamente. Ma anche piena di vita. La prossima settimana, vi mostreremo il Medio Oriente al lavoro. Come le persone fanno affari in questa parte vitale del mondo. La prima persona che ci soddisfa è Khaled Al Khamissi. Ha trascorso un anno al Cairo in giro sui taxi – semplicemente parlando ai loro conducenti. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di un frustrata classe operaia. Abbiamo preso un taxi con lui per sentirne di più.

Ma, dal momento che questo è l’Egitto, prima di tutto negoziamo la tariffa con il conducente. Una volta che ci siamo sistemati, ho chiesto a Khaled che dice il suo libro dell’Egitto, e della gente del Cairo.

Khaled Al Khamissi: Molte persone parlano di oppressione in termini di oppressione politica. Ma che cosa si soffre qui in Egitto, è l’oppressione economica. L’Egitto ha un potenziale, e questo potenziale è andato perso al 100 per cento.

Jagow: Un cento per cento. Suona piuttosto senza speranza.

Al Khamissi: Sì. Penso che ci troviamo in una situazione senza speranza, e la gente deve lavorare 20 ore al giorno per sopravvivere.

Jagow: Khaled, puoi raccontarmi una storia, una che potrebbe rappresentare il libro?

Al Khamissi: posso dirti una storia. È la storia di un tassista. Mi ha detto che un funzionario di polizia, dopo un’ora in taxi, gli chiese, “Dammi la tua carta di identità “. Ed egli sapeva che voleva dei soldi. E poi gli ha dato 5 sterline. E il funzionario ha detto: “Questo non è abbastanza”. E allora gli ha dato 10 sterline. E queste 10 lire sono gli unici soldi che questo tassista ha guadagnato in cinque o sei ore ‘di lavoro.

Jagow: Alla fine del libro, dopo la lettura di tutte queste storie in cui si sentiva un senso di disperazione, l’ultima storia sembrava avere qualche speranza. Hai sentito un senso di speranza alla fine, quando stavi finendo il libro?

Al Khamissi: certamente – non si può vivere senza speranza. Credo che il popolo egiziano ha il grande potere di scherzare giorno per giorno. Questa è anche la nostra speranza – la nostra vera speranza.

Jagow: Puoi dirmi uno degli scherzi, per voi rappresentativi?

Al Khamissi: posso dirvi la barzelletta del giorno.

Jagow: OK, abbastanza equo.

Al Khamissi: Al Cairo ci sono 18 milioni di persone, e 18 milioni di persone in una sola città è molto. Voglio andare lì – per cinque minuti di lavoro, e tre ore di macchina.

Jagow: Che somma da record.

Al Khamissi: Hahaha.

Jagow: Khaled, la ringrazio molto, è stato un piacere viaggiare in taxi con te.

Al Khamissi: Grazie a te, il piacere è il mio.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Privat Rutazibwa

Marzo 24, 2008 at 5:12 pm (Scrittori) (, , )

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Alfred Naghiro

Marzo 24, 2008 at 5:11 pm (Autori) (, , )

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Simone Benvenuti

Marzo 24, 2008 at 5:10 pm (Traduttori) (, )

Nato a Roma, Simone Benvenuti ha studiato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto in Canada, Francia e Roma, dove attualmente vive e lavora. Ha collaborato con la Newton Compton Editori e il Gruppo Espresso. È autore di traduzioni dal francese e pubblicazioni di diritto costituzionale comparato.

PER ULTERIORI INFO SULL’ATTIVITÀ DI SIMONE:
@ simone_benvenuti@tiscali.it

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Enrico Monier

Marzo 24, 2008 at 4:20 pm (Traduttori) (, )

Enrico Monier (Roma1970) è un giornalista e traduttore italiano.

Ha studiato Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha lavorato presso l’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne del Touring Club Italiano, Sede di Milano, e collaboratore del Centro Studi e Formazione del TCI, della “Rivista del Turismo” e del periodico “Qui Touring”, sempre del Touring Club Italiano, Sede di Milano. Ha collaborato con il Corriere della Sera in Cronaca di Roma e Ultime Notizie, quotidiano regionale del Lazio. È stato redattore a Libertà di Piacenza. Dal 1996 al 1998 ha curato la rubrica su arte e letteratura di Viatico, bimestrale campano di arte contemporanea. Ha collaborato con l’Archivio del 900 della Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. È autore di traduzioni dall’inglese, tra cui recentemente l’inchiesta giornalistica The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea di Steve LeVine (pubblicato nel 2008 dall’Editrice il Sirente con il titolo Il petrolio e la gloria: la corsa all’impero e alla fortuna del Mar Caspio).

Pubblicazioni

Collegamenti esterni

FONTE: Enrico Monier. (1 giugno 2008). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 1 giugno 2008, 17:09 da http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Enrico_Monier&oldid=16487639.

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Nawal El Saadawi

Marzo 24, 2008 at 4:05 pm (Autori) (, , , )

Nawal El Saadawi 

Nawal El Saadawi, paladina dei diritti delle donne e della democratizzazione nel mondo arabo, è conosciuta internazionalmente come scrittrice e psichiatra. I suoi libri sulla condizione della donna nel mondo arabo hanno avuto un profondo effetto sulle ultime generazioni. A seguito delle sue pubblicazioni scientifiche e letterarie ha dovuto affrontare numerose difficoltà. Nel 1972 ha perso il suo lavoro presso il governo egiziano; “Health” il  giornale da lei fondato è stato chiuso dopo 3 anni di attività. Nel 1981, sotto il governo del presidente Sadat è stata incarcerata, fu rilasciata un mese dopo l’assasinio di Sadat. Dal 1988 al 1993 il suo nome era tra quelli segnati su una lista di morte di un gruppo terroristico fondamentalista. Alcuni suoi romanzi tra cui “l’amore ai tempi del petrolio” sono stati banditi e censurati dalla massima istituzione religiosa Egiziana Al Azhar, che ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane. Il 15 giugno del 1991 a seguito di un decreto del governo egiziano è stata chiusa l’AWSA (Arab women’s solidarity associationn) che Nawal presiedeva, tre mesi prima della chiusura dell’associazione il Governo chiuse il giornale dell’associazione “Noon” di cui Nawal Al Saadawi era capo redattrice. Nawal ha vinto numerosi premi letterari e ha presieduto diverse conferenze in giro per il mondo. L’8 dicembre del 2004 si era presentata come candidata alle prime libere elezioni presidenziali in Egitto.

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Cenni storici su Regina Coeli

Marzo 23, 2008 at 8:29 am (Articoli) (, , , , , , , , )

La storia di Regina Coeli è determinata dalla storia di Roma e dell’Italia. Il modo in cui storia della città e del carcere si intrecciano si evince chiaramente anche solo dai brevi cenni che seguono, a dimostrazione del fatto che il carcere è parte, a pieno titolo, del tessuto cittadino.

Nel 1973 l’attore francese Pierre Clémenti ha scritto un libro che si intreccia con questa storia ed è apparso nuovamente nel 2007 presso l’Editrice il Sirente con il titolo Pensieri dal carcere. Il libro ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna. L’articolo che segue è a cura di Luciana Arcuri e le notizie storiche sono tratte da:

  • ADINOLFI G., Storia di Regina Coeli e delle carceri romane, Roma, Bonsignori, 1998;
  • D’AMICO S., Regina Coeli, Palermo, Sellerio, 1994;
  • ROSSI E., Nove anni sono molti. Lettere dal carcere 1930-39, Torino, Bollati Boringhieri, 2001;
  • CLÈMENTI P., Pensieri dal carcere, Fagnano Alto (AQ), Editrice il Sirente, 2007.

L’Edificio e la conversione in carcere
La costruzione venne iniziata nel 1643 per ospitare un monastero, che la committente Anna Colonna volle posto sotto la direzione dei Carmelitani Scalzi. Fu poi aperto nel 1654 ed affidato alle cure di Suor Maria Chiara della Passione, anche lei appartenente alla famiglia dei Colonna. Già due anni dopo, nel 1656, rischiò di cambiare destinazione d’uso: a causa di un’epidemia di peste si pensò di utilizzarlo come lazzaretto, come del resto accadde ad altri edifici religiosi della zona. Regina Coeli alla fine fu invece risparmiato.
Per la prima volta ospitò detenuti condannati a pene brevi, e solo in alcune celle, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, con la conseguente confisca dei beni ecclesiastici. Esistevano a Roma, in quell’epoca, quattro carceri: San Michele, prima ospizio, poi carcere minorile e infine carcere degli oppositori politici nello Stato Pontificio, le Carceri Nuove e Regina Coeli per gli uomini, mentre alle donne era destinato il Buon Pastore. I tre istituti maschili disponevano di 64 cameroni e 202 celle per una popolazione di circa mille detenuti.
Dal 1872 si accese anche in Italia un dibattito sullo stato e l’insufficienza degli stabilimenti penitenziari, come del resto avveniva in Europa e in America. Si discuteva allora, non per la prima volta, su come regolamentare la vita detentiva, in particolare sull’opportunità del silenzio assoluto, dell’isolamento notte e giorno, del lavoro. Fu proposta la costruzione di un unico grande carcere, degno della città che, secondo una legge del Regno d’Italia del 1864, doveva essere a sistema cellulare, ossia prevedere una cella per ogni detenuto. Si discusse anche sul luogo della costruzione: fu scartata la zona di S. Croce in Gerusalemme per l’alto rischio malarico, si trattò per il Convento delle Sette Sale al Colle Oppio; ma la rapida crescita demografica della città rese indispensabili altre ed ingenti spese per la costruzione di nuovi quartieri e nuove strade. Infine, nel 1880, Depretis, Ministro dell’Interno, dichiarò l’intenzione del Governo di limitarsi ad un progetto più semplice e meno costoso.
Fu allora che si decise di trasformare in Carcere Regina Coeli, che si trovava in una zona, a quei tempi, poco abitata ma non lontana dal centro. Oltre ad ospitare già condannati a pene brevi, per una capienza di circa 200, dal 1873 era anche sede di una scuola per 150 allievi aspiranti guardie carcerarie, motivo per cui si fa risalire a questa data l’origine della polizia penitenziaria. Successivamente, dal 1903 ospiterà una scuola di polizia scientifica.
La ristrutturazione ebbe inizio nel 1881 e fu terminata nel 1900. Anche nei decenni seguenti vi saranno ristrutturazioni e ampliamenti che sfrutteranno il vicino convento delle Mantellate, che dal 1873 era destinato alle detenute, le ultime delle quali saranno trasferite a Rebibbia nel 1959. In principio fu concepito con tre distinti fabbricati: quello affacciato su Via della Lungara, ospitante la direzione, gli alloggi, il corpo di guardia, il parlatorio, la cucina, il medico e i magazzini; due fabbricati a crociera con una rotonda centrale coperta da una grande volta a padiglione, ospitanti le celle. Secondo un uso ereditato dai secoli precedenti erano previste celle a pagamento e la possibilità di farsi portare il vitto da fuori, e tale condizione permarrà sicuramente almeno sino al 1943.
Si parla della demolizione di Regina Coeli già nel congresso penale e penitenziario di Berlino del 1935. Ci si pose allora come obiettivo per il seguente Congresso, che doveva tenersi a Roma, la costruzione di una città penitenziaria, che doveva sorgere a Forte Boccea, con celle singole, ospedale e officine. Ma la guerra d’Etiopia, l’appoggio a Franco in Spagna e poi lo scoppio della seconda guerra mondiale resero ancora una volta prioritarie altre spese. A Regina Coeli furono invece installati nuovi laboratori di radiologia e analisi, nonché l’infermeria medica e chirurgica, ed alla tipografia e alla legatoria già esistenti si aggiunsero la falegnameria, la sartoria e la calzoleria.
Neanche dopo la costruzione dell’imponente complesso di Rebibbia, che comprende quattro diversi istituti penitenziari, si è giunti alla chiusura di Regina Coeli, ove a tutt’oggi sono in corso lavori di ristrutturazione. Né per il giubileo del 2000, sempre per via dell’elevato importo della spesa. Pure, ora più che in passato, l’età e la concezione stessa dell’edificio danno luogo a uno stridente contrasto con la concezione della pena e con quanto previsto dall’Ordinamento Penitenziario e dall’ultimo Regolamento. Si pensi agli spazi dedicati alla cosiddetta “ora d’aria”, piccoli cortili in cemento, alla mancanza di strutture dedicate all’esercizio fisico, all’assenza di locali adatti ad attività comuni all’intero carcere (come è ben noto, tutte le attività all’interno di Regina Coeli, dai concerti alle visite dei Papi, fino alla liturgia domenicale, avvengono nella prima rotonda); fino alla mancanza di riscaldamento in alcune sezioni.

Durante il fascismo
Con l’avvento del fascismo e la repressione degli oppositori politici, Regina Coeli vedrà passare nomi illustri della cultura italiana e personaggi che ricopriranno in seguito importanti cariche istituzionali: ricordiamo in particolare Sandro Pertini, che sarà protagonista con altri di un’evasione, Gaetano Salvemini, Alcide De Gasperi, Gramsci, che vi fu detenuto per brevi periodi ma li ricorda tra i peggiori del suo tempo in carcere, Cesare Pavese, Luchino Visconti.
I politici erano in gran parte reclusi nel VI braccio, dove, fino al 1943, erano in isolamento. Le condizioni di vita erano durissime: un solo pasto di pane e minestra al giorno, cimici, condizioni igieniche precarie.
Francesco Fausto Nitti, che rimase a Regina Coeli tre settimane nel 1926, accusato di cospirazione, descrive nel libro “Le nostre prigioni e la nostra evasione” le condizioni della detenzione nelle celle di rigore: “…Ogni cella è lunga un metro e mezzo e larga un metro. Ha una porta di legno massiccio, fornita di due cancelli di ferro. Un uomo chiuso là dentro per tanti giorni ha l’impressione di essere sepolto vivo. Il pane e l’acqua sono i suoi alimenti. Una tavola di legno fissata al muro è il giaciglio. La luce entra da un piccolo finestrino sul soffitto altissimo. Poiché il finestrino è fornito di duplici sbarre, di griglie e di vetri polverosi, la luce non entra in quella tomba che per due ore al giorno…C’è un’orribile ricercatezza nell’infliggere sofferenze: nelle “celle di rigore” l’acqua è contenuta in un recipiente metallico, assicurato a una catena e posto tra i due cancelli che sono all’ingresso. Per bere occorre inginocchiarsi a terra, alzare al di là del primo cancello attraverso le sbarre il recipiente e avvicinarlo alla bocca. E’ un supplizio di Tantalo riveduto e corretto.”.
Delle condizioni di detenzione a Regina Coeli in questo periodo, e di come fosse affrontata dai prigionieri politici, ci ha lasciato testimonianza Ernesto Rossi che vi rimase oltre sei anni. Insegnante, poi scrittore, fu arrestato con altri componenti di Giustizia e Libertà. Isolamento in cella, censura sulla corrispondenza con i familiari, triplo nulla osta (del direttore del carcere, del cappellano e del Ministero dell’Interno) per l’acquisto di libri, testa rasata, divisa a righe, due ispezioni quotidiane della cella e qualcuna di notte, controllo a vista dallo spioncino, lampadina accesa tutta la notte, troppo debole per leggere, troppo forte per dormire, vitto scarso, assenza di riscaldamento sono caratterizzanti il suo soggiorno nel carcere romano. Pure, gli aderenti a Giustizia e Libertà avevano due ore al giorno di incontro in una sala comune, in realtà allo scopo di ricavare informazioni, poiché, con uno dei primi esperimenti italiani di controllo ambientale, nella stanza erano stati nascosti dei microfoni, come per altro venivano ascoltati, nonostante il divieto di legge, i colloqui con gli avvocati (che potevano essere chiamati solo per motivi personali e civili, come una separazione). Quelle due ore erano dedicate all’amicizia , all’ironia verso il regime e la propria condizione, e soprattutto allo studio comune di varie materie, dal diritto all’economia alla matematica. Si trattava infatti di persone colte, che utilizzarono al meglio il tempo del carcere, e lo strumento della lettura e dell’apprendimento per resistere a una detenzione di cui non conoscevano la fine. In compenso era vietato scrivere nella sala comune e quindi prendere appunti; In un’intercettazione del 1934 Rossi diceva: ”Ma io scrivo ugualmente…scrivo a terra con l’acqua e il dito; il Ministero non vuole che noi si scriva, ed io scrivo lo stesso; l’acqua ce la lasceranno speriamo, e con il dito posso scrivere quanto voglio.”
Rossi, e probabilmente non fu il solo, fu sostenuto nella sua decisione di non abiurare la propria posizione antifascista sia dalla madre che dalla moglie, che anzi lo sposò in carcere nel 1931, perdendo per questo il posto di lavoro.
Condizioni dure, che saranno però impensabili poco dopo, alla caduta del fascismo.

Dal 25 luglio 1943 alla fine della guerra
Dopo l’arresto di Mussolini, il governo Badoglio decreta la scarcerazione dei prigionieri politici, fatta eccezione per gli anarchici e i comunisti, che saranno scarcerati in agosto in seguito alle pressioni delle organizzazioni sindacali.
Cominciano invece ad affluire a Regina Coeli esponenti di rilievo del Partito Fascista, tra cui Bottai, fondatore dei fasci e Achille Storace, segretario del partito. Fu una parentesi di breve durata. Subito dopo l’8 settembre infatti, il terzo braccio fu occupato dai Tedeschi, e fino alla fine della guerra Regina Coeli fu utilizzata per gli arresti effettuati dai Tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò, insieme al carcere di Via Tasso.
Oltre ai partigiani e ai politici furono incarcerati in questo periodo anche molti appartenenti alle diverse armi per atti di boicottaggio o per aver fornito armamenti e aiuti alla guerra partigiana; sacerdoti e laici per aver nascosto ebrei. Ma bastava molto meno, anche solo la diffusione di volantini. Solo in questo periodo, nell’intera storia del carcere, nel terzo braccio furono recluse anche donne. Si tratta di un periodo del tutto particolare, perché la guerra era ormai anche guerra civile e ciò che avveniva, in particolare l’olocausto, coinvolsero nella necessità di una scelta tante persone diverse per storia, formazione e ruolo sociale: sacerdoti, militari, comunisti, anarchici, cattolici, studenti e professori universitari. Solo in questo particolare momento il personale del carcere, dal direttore ai medici agli agenti di custodia, prese posizione contro i tedeschi favorendo in vari modi i prigionieri, salvando la vita ad alcuni, ed addirittura organizzando l’evasione di cui fu protagonista tra gli altri Sandro Pertini. Si giunse ad alloggiare a Regina Coeli fino a 2500 persone, quando la capienza massima, già al limite del vivibile, è inferiore ai 900. Tanto che in ottobre ci fu una sollevazione dei detenuti comuni, che presero in ostaggio due magistrati finchè la rivolta non fu repressa con le armi. Il vitto scarseggiava, anche in relazione alla penuria all’esterno. Non era più il tempo della resistenza dei detenuti politici, né degli studi, essere arrestati dai tedeschi significava tortura e spesso la morte. Furono scarcerati i gerarchi fascisti arrestati dopo il 25 luglio, ed arrestati invece diversi firmatari dell’ordine del giorno Grandi, presentato il 25 luglio contro Mussolini. In ottobre vennero presi anche Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che saranno sottratti al terzo braccio e quindi ai tedeschi perché i documenti relativi ai loro processi erano stati intenzionalmente recapitati alla giustizia militare italiana, e in seguito fatti evadere con la complicità di diverse persone. In novembre, nel corso di una retata presso la tipografia del giornale Italia Libera, voce ufficiale del Partito d’Azione, fu arrestato tra gli altri Leone Ginzburg, che ne era direttore, e che morirà in febbraio nell’infermeria del carcere in seguito alle percosse subite dai nazisti.
Qui venne mandato a morire, per le torture subite a Via Tasso, anche Bartolo Di Pietro, che era comandante di un gruppo di partigiani. I nazisti di solito trasferivano da Via Tasso a Regina Coeli i prigionieri già stremati dalle torture, quando non ritenevano più utile prolungarle per ottenere informazioni.
Gli arresti erano numerosi anche in conseguenza di una diffusa attività di delazione che si verificò in quei mesi, tanto che a Via Tasso c’era un ingresso sul retro dedicato alle spie, da cui si poteva passare senza essere notati.
Nel febbraio furono condotti a Regina Coeli anche i 66 uomini arrestati in seguito all’irruzione nel monastero della Basilica di San Paolo, dove erano nascosti.
A meno di 24 ore dall’attentato di Via Rasella si consumò la strage delle Fosse Ardeatine. Il numero fissato per le esecuzioni era di dieci per ognuna delle 32 vittime tedesche. Durante il processo Kappler dichiarò che avendo avuto notizia della morte di un altro dei feriti, aveva lui stesso deciso di aumentare a 330 i morti per rappresaglia. Per raggiungere il numero prestabilito Kappler chiese al questore Caruso 50 prigionieri. Il questore chiese a sua volta a Regina Coeli un elenco, in cui andavano inclusi i già condannati alla pena capitale, o coloro le cui accuse prevedevano la pena di morte. Ma poiché l’elenco tardava, e i nazisti avevano fretta perchè la strage fu eseguita in segreto, vennero aperte le celle e furono scelti prigionieri a caso, tra cui già assolti e imputati di reati lievi, e tutti i 66 ebrei presenti nel terzo braccio. Vi erano persone fermate ai posti di blocco e non ancora interrogate; tra gli altri nove ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Invece di 320 i giustiziati furono 335, come si seppe dopo la Liberazione, quando si procedette all’identificazione delle salme. Secondo alcune testimonianze dirette di altri allora detenuti, dal terzo braccio di Regina Coeli furono fatte partire, fu detto per lavorare, 192 persone.
Dopo la strage l’attività di arresti e conseguenti esecuzioni non si fermò. Ricordiamo qui, per tutti, la figura assai nota di Don Giuseppe Morosini, la cui vicenda ispirò poi il film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini.
Ai primi di giugno del 1944 tutti avvertivano l’imminente arrivo delle forze alleate. I nazisti si ritirarono, sostituiti nella custodia del carcere, in realtà per circa un giorno, da reparti provenienti dall’Alto Adige. Il 4 giugno il Comitato di Liberazione Nazionale decretava l’immediata scarcerazione dei prigionieri politici.
Sotto il governo presieduto da Bonomi, fu nominato sovrintendente alle carceri il capitano americano Freeman. Per prima cosa si procedette alla ristrutturazione di Regina Coeli, e tra l’altro ad imbiancare le pareti, con la cancellazione delle scritte murali dei detenuti. Ne fu rinvenuta una che ricordiamo perché legata alla storia della deportazione degli ebrei romani: era di un giovane ebreo, morto alle Fosse Ardeatine, che accusava Celeste Di Porto, detta la “pantera nera”, una ragazza anch’essa ebrea, tristemente nota in città per la sua attività di delazione, sulla cui vicenda Giuseppe Pederiali ha scritto un bel libro intitolato “Stella di Piazza Giudia”. E’ una delle figure che la memoria dei romani si tramanda, come quella della donna, una povera gattara, che cercò di avvisare gli abitanti del ghetto dell’inizio dell’arresto in massa e non fu creduta, anch’essa immortalata nel romanzo “La storia” di Elsa Morante.

Dal dopoguerra ai giorni nostri
Subito dopo la Liberazione cominciarono i processi ai fascisti. Tra gli altri quello contro il questore di Roma Pietro Caruso, che fu a sua volta detenuto a Regina Coeli. Al processo erano presenti i parenti dei prigionieri prelevati da Regina Coeli per le Fosse Ardeatine; si radunò una vera e propria folla, che invase il Palazzo di Giustizia, tanto che la prima udienza fu sospesa. Tra la folla sempre più agitata si trovava anche Donato Carretta, direttore del carcere dal settembre 1943 al luglio del 1944, che doveva testimoniare contro il questore. Qualcuno però lo scambiò per Caruso. Sottratto ad un primo tentativo di linciaggio nell’aula, fu riconosciuto all’uscita; dopo un tentativo andato a vuoto di costringere un conducente di tram a schiacciarlo, la folla lo gettò nel fiume e ne appese poi il corpo sul portone di Regina Coeli. Terribile ed efferata esplosione, che testimonia però quale sconvolgimento a livello del sentire cittadino avesse provocato la strage delle Fosse Ardeatine.
Anche Kappler restò un anno a Regina Coeli in attesa del processo tenutosi presso il Tribunale Militare che allora era a Palazzo Salviati; e Pietro Koch, capo di una banda di fascisti che aveva imperversato per la città, arrestando e torturando quanto i nazisti, che fu completamente isolato, e poi fucilato.
Poi Regina Coeli tornò ad essere un carcere per i reati comuni. Bisogna giungere alla fine degli anni ’60, con l’arresto di Pietro Valpreda per la bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura a Milano, perché si torni a parlare di accusati di atti di boicottaggio politico. In realtà fu poi scagionato, e si parlò di strage di stato. Si inaugurava però la stagione dei nuovi detenuti politici: questa definizione in realtà si deve a loro stessi, che tali si consideravano nei confronti di un sistema che ritenevano di dover abbattere con la violenza.
Cambiava anche il rapporto tra “politici” e “comuni”: mentre durante l’occupazione tedesca erano stati i detenuti comuni a sollevarsi, reclamando un’amnistia prima per l’insediamento del governo Badoglio e poi per la Repubblica di Salò, le rivolte che scuoteranno il sistema penitenziario in tutta Italia negli anni ’70 saranno viceversa spesso fomentate e capeggiate dai politici che, oltre ad avere a disposizioni maggiori strumenti culturali, elaborarono un discorso di tipo politico e strutturale sul carcere e il suo ruolo nell’attuale società, sia dentro che fuori le mura dei penitenziari. Il clima culturale e politico di quegli anni, insieme al dilagare delle rivolte, che chiedevano la riforma penitenziaria, condussero in effetti ad una serie di studi e inchieste sulle condizioni di detenzione e ad una riflessione sulla finalità della pena e quindi sulla sua applicazione. Tutto ciò contribuì a dare vita all’Ordinamento Penitenziario, ancora in vigore, che fu promulgato nel 1975. Pur portando un enorme cambiamento all’interno del sistema carcerario, si può dire che ancora oggi esso non sia pienamente realizzato, ma come spesso accade, delinea comunque una realtà cui bisogna idealmente tendere.
Anche Regina Coeli è stata teatro di una rivolta nel 1973, che causò molti danni. In seguito, poiché le condizioni igieniche erano una delle rivendicazioni avanzate, dall’unione di due celle si ricaverà il gabinetto. Poi, con la fine degli anni ’70, vedrà passare i terroristi; e vari attentati saranno diretti a persone dell’amministrazione penitenziaria, dal dirigente sanitario di Regina Coeli, a un’impiegata del centro studi del Ministero,  a una vigilatrice di Rebibbia, fino al generale dei carabinieri Galvaligi, che era responsabile dell’Ufficio Coordinamento delle misure di sicurezza negli istituti penitenziari.
Negli anni ’90 si è costituito un Comitato di Ispettori Europei che ha visitato questure e carceri in tutta Europa; il rapporto sulla realtà italiana è stato pubblicato da Sellerio nel 1995; non manca di rilevare l’inadeguatezza della struttura di Regina Coeli.
La bibliografia allegata, pur parziale, fornisce titoli utili sia nell’ambito delle testimonianze personali che della riflessione e degli studi storico-giuridici sul carcere.

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Reportage dai taxi egiziani. Ed è bestseller

Marzo 22, 2008 at 9:46 pm (Recensioni) (, , , , , , )

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Paolo Casicci (da Il Venerdì di Repubblica, numero 1042, 7 marzo 2008)

ON THE ROAD Un cronista ha raccolto storie e sfoghi sulle auto pubbliche del Cairo

Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi. Il volume raccoglie cinquantotto racconti che l’autore, scrittore e giornalista del Cairo, classe ‘62, una laurea in Scienze politiche alla Sorbona, ha scritto dopo avere circolato per un anno nella propria città solo a bordo di auto pubbliche. Raccogliendo, così, lo sfogo dei conducenti, campionario umano molto rappresentativo della crisi sociale in corso nel Paese del presidente Hosni Mubarak. Il linguaggio del libro è quello della strada, e i racconti alternano ironia e amarezza. Uscito in patria un anno fa, Taxi è stato ristampato sette volte e sta per essere tradotto in inglese, francese e italiano. Da noi, uscirà dopo l’estate per l’editore il Sirente de L’Aquila.

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Steve LeVine

Marzo 22, 2008 at 5:01 pm (Autori) (, , , , )

Steve LeVine 

Steve LeVine è stato in Asia Centrale e nel Caucaso per 11 anni – a partire da due settimane dopo il crollo sovietico del 2003.

È stato corrispondente del The Wall Street Journal per la regione delle otto-nazioni e prima ancora per il New York Times.

Dal 1988 al 1991 è stato corrispondente del Newsweek in Pakistan e Afghanistan. Prima di ciò, ha coperto le Filippine per il Newsday dal 1985 al 1988. Ha lavorato sul petrolio con lo staff del The Wall Street Journal dal gennaio 2007.

Attualmente sta scrivendo un nuovo libro sulla Russia che, tra le altre cose, cerca di spiegare la serie di omicidi di alto profilo.

LeVine è sposato con Nurilda Nurlybayeva e insieme hanno due figlie.

PER ULTERIORI INFO SULL’ATTIVITÀ DI STEVE:
W http://oilandglory.com
@ stevlevine@gmail.com

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Per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero

Marzo 15, 2008 at 11:05 am (Recensioni) (, , , )

L’inviato del Marketplace Morning Report Scott Jagow vaga per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero con Khaled Al Khamissi, autore di “Taxi”. Khamissi è stato per un anno intero girando il Cairo a bordo di taxi e parlando con gli autisti. Questo libro racconta le storia della classe operaia frustrata dell’Egitto.

[http://www.vimeo.com/740107/l:embed_740107]

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Un talento folle, un libro folle

Marzo 14, 2008 at 11:13 pm (Recensioni) (, , , , , , , )

di Réginald Martel (La Presse, Sabato 21 marzo 1981)

Più di trecento pagine di grande formato e a caratteri piccolissimi, è una cosa da far paura. E François Barcelo, detto tra noi, non è un nome noto. E il titolo del suo libro, Agénor, Agénor, Agénor et Agénor, di per sé non promette nulla. Allora si sfoglia il volume e poi lo si posa per un po’ di tempo; ci si torna su e si fa la stessa cosa. E poi, alla fine, punzecchiati nel vivo da un intervento dell’autore, sorta di intimazione a commentare, il critico letterario ci si mette per davvero.

Diciamolo francamente: ecco un’esperienza di lettura assolutamente nuova. Veramente nessuno da queste parti ha mai scritto qualcosa che assomigli neanche da vicino agli Agénor di François Barcelo. “Romanzo”, secondo l’editore. Si tratta piùttosto di un enorme racconto, o piuttosto di un corpus di racconti, che riunisce nel passato e nel presente, nell’altrove e nel qui così tanti personaggi che si smette di contarli, senza però dimenticarne uno solo e soprattutto senza confonderli.

François Barcelo non si perde né perde il lettore. Con la sua verve che non diminuisce mai di intensità,, con un’immaginazione folle, un senso molto forte dell’intensità drammatica, il narratore propone e impone le situazioni più strampalate o quelle più commoventi, senza mai indugiarvi più del necessario. Dopo quindici pagine, sappiamo che il libro non lascerà più le nostre mani e che ci aspettano alcune magnifiche notti in bianco.

Pagina dopo pagina, l’autore trattiene solo una dozzina di personaggi o poco più. E mentre un capitolo inquadra l’azione e la rilancia, il successivo racconta la storia di uno dei personaggi, senza che ci sia veramente iato nella narrazione. Si tratta in qualche modo di prendere la lente di ingrandimento per esaminare nei suoi dettagli migliori la caricatura. Caricatura? È un modo per dire che i tratti dei personaggi sono fortemente accentuati. Si intuisce che François Barcelo quasi crede in loro, nei suoi personaggi, che ad ogni modo li ama, e che i loro difetti sono solo qualità supplementari per renderli più affascinanti.

L’evidenza dell’inverosimile.

La forza del talento consiste nel far credere al lettore che l’inverosimile sia la realtà. Nessuno oserà contestare l’evidenza del passaggio di uno degli Agénor, un extraterrestre, nella vita di rozzi contadini, radicati nella natura ma che minaccia, col passar del tempo, tra il XIX secolo e questo qui, la cultura e le forme più moderne di asservimento.

Non è possibile riassumere un libro del genere, se non attraverso alcune costanti: l’erotismo, l’umorismo e la tenerezza prorompente. I personaggi femminili sono magnifici, da tutti i punti di vista, cosa che favorisce i propositi dell’autore e di coloro che li amano. Che li amano e che li seguono, poiché in molti casi sono loro a portare avanti il destino del clan. Sono loro a scegliere i propri uomini e a fare la Storia. Personaggi indimenticabili, che non smettono di essere presenti nella memoria, fino a che non si chiude questo libro troppo corto. Ma François Barcelo promette quasi un seguito.

L’umorismo occupa un posto importante, non tanto con i brillanti giochi di parole, che sono piuttosto rari, ma nel ritmo stesso di una scrittura estremamente vivace, in cui la formula ellittica o incisiva segue o precede la lunga fase descrittiva. Umorismo alle spese dei personaggi, che sono spesso commoventi per l’ingenuità o la loro assurdità.

E poi la tenerezza avvolge tutto quanto, attraverso i drammi stessi vissuti dai personaggi, attraverso le guerre che devono portare gli uomini in paesi stranieri. Perché c’è posto per l’epopea, per i grandi atti di coraggio, in questo affresco sempre mutevole e che riesce sempre a stupire.

I racconti di François Barcelo non prendono in prestito granché dal folklore. La leggenda e le magie nascono dalla sua penna, provenendo dall’universo che a poco a poco nasce e si amplia: è qualcosa di nuovo. Al contrario, le allusioni alla storia sono numerose, alla nostra storia in particolare, che l’autore evoca facendo l’occhiolino al lettore. È proprio qui e di qui che sono i suoi personaggi, che portano dentro di sé allo stesso tempo quello che siamo stati e quello che siamo, e anche quello che non riusciamo a essere. Fortunatamente, François Barcelo ha saputo resistere fino alla fine alla tentazione, sempre che l’abbia avuta, di fare un romanzo a tesi.

Siamo infatti in piena letteratura d’immaginazione, una letteratura fresca, colorata e che scoppia di salute. Una letteratura che trova il suo giusto posto in una collana che attira e riunisce, salvo eccezioni, alcuni degli scrittori maggiormente suscettibili di costituire questa nuova generazione di scrittori franchi tiratori che rinnoverano la prosa in Québec. Saremmo molto avveduti a far la conoscenza di François Barcelo. Per un piacere di leggere garantito.

(traduzione di Simone Benvenuti)

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Colletta per gli agenti imputati

Marzo 13, 2008 at 10:22 pm (Novità) (, , , , )

inviato da apollinaire il 11 marzo 2008 alle 19:19

vorrei acquistare 44 copie del libro di Pierre Clémenti da regalare a ogni imputato, impareranno sicuramente qualcosa… Pubblicato per la prima volta nel 1973 e apparso nuovamente nel 2007 presso le edizioni il Sirente, il libro di Pierre Clémenti ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna. «O ti vendi e ti svuoti molto rapidamente, o resti ai margini e ti batti per le tue idee». Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità.

http://genova.repubblica.it/dettaglio-inviato?idarticolo=repgenova_1432712&idmessaggio=254647

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Agénor, Agénor, Agénor e Agénor di Gaëtan Lévesque

Marzo 13, 2008 at 10:10 pm (Recensioni) (, , , , , , , )

di Gaëtan Lévesque (da Voix et Images, 1982, vol. VII, n. 2, pp. 423-424)

Dalla pubblicazione di Quand la voile faseille di Noël Audet  e de La Saga des Lagacé di André Vanasse , pochi sono gli scrittori che hanno maneggiato magistralmente un genere letterario che richiede una così grande abilità quanto il racconto umoristico. François Barcelo riesce in questo tour de force letterario nel suo primo romanzo, Agénor, Agénor, Agénor e Agénor.

Dapprincipio, il titolo non lascia supporre nulla di più che un nome, che non sentiamo tutti i giorni ma che è ripetuto come una specie di eco “visiva” che invita alla lettura di questo meraviglioso romanzo di 320 pagine: un romanzo che il lettore trova troppo corto, tanto la scritturta di Barcelo è affascinante e i suoi personaggi avvincenti.

L’autore situa il suo racconto tra il XIX e il XX secolo e i suoi personaggi si muovono in uno spazio immaginario che potrebbe essere «il Québec come qualunque altro paese», mentre l’azione si svolge tra l’umorismo e la tenerezza. Partendo da una serie di giochi di parole, Barcelo ci immerge in un universo fittizio, pieno d’immaginazione, che potrebbe però benissimo riflettere la realtà.

I personaggi principali di questo “colossal romanzesco” sono personaggi femminili; tra questi, quello di Maria-Clarina, donna forte e simpatica, presente dall’inizio alla fine del racconto. È attorno a questo personaggio principale che si innestano i personaggi secondari; in totale, ventitre capitoli, nei quali si sviluppa una dozzina di personaggi dei più impressionanti. Ogni attore ha diritto a un capitolo di presentazione, nel quale l’autore ci racconta la sua storia. In questa maniera, egli riesce a collocare i personaggi in rapporto con gli altri senza farci perdere il filo della narrazione. È necessario molto talento per giocare con tanti personaggi e riuscire a creare una storia interessante.

Che si tratti dell’Agénor extraterrestre o dell’Agénor militare, Barcelo disegna in modo originale il carattere e la personalità di ciascuno di essi nel contesto sociale e individuale nel quale si sviluppa. Tanto le scene di guerra sono sanguinose e decadenti, tanto le scene d’amore sono belle e tenere. È una visione dell’erotismo non gratuita. Del resto, nulla è gratuito in questo romanzo, nel quale ogni elemento ha la propria ragion d’essere. Ogni storia si inserisce nel piano globale per restituirci un racconto estremamente ben costruito.

Per la sua originalità, Agénor è uno dei romanzi importanti del 1980 e il suo autore si inserisce nella tradizione dei migliori scrittori quebecchesi. C’è da sperare che François Barcelo ci offrirà presto altre storie così appassionanti.

(traduzione di Simone Benvenuti)

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Downtown Cairo

Marzo 12, 2008 at 11:09 pm (Articoli) (, , , )

Al Cairo c’è sempre traffico, sempre rumore, le persone sono sempre in movimento. Con questo suo carattere dinamico il Cairo sembra distaccarsi da molte altre città del mondo arabo, rilassate e contemplative, che senza fretta vivono i loro giorni. Questa megalopoli così affollata è un continuo miscuglio di vecchio e nuovo, una fonte inesauribile di contraddizioni, contaminazioni, sinergie, sorgenti inestinguibili di ispirazioni. Per la sua strana conformazione il Cairo ti disorienta, il Nilo divide la città in modo asimmetrico e scorre verso nord e questo a volte rappresenta un elemento di confusione, camminando per il centro – Down town – o come lo chiamano gli egiziani Wist el-Balad, è facile perdersi. Attraversando Wist el-Balad si incontrano una serie di piazze circolari, tutte simili e tutte con al centro una statua di un grande personaggio importante per la storia dell’Egitto. Queste piazze circolari e l’asimetria del percorso del Nilo fanno sì che le strade al Cairo non siano mai parallele, sebbene si abbia sempre l’impressione contraria. Wist el-Balad è il cuore dinamico e giovane del Cairo, ed è anche il nome di un gruppo musicale molto conosciuto che si rispecchia con la vita di questo quartiere. La loro musica Jazz è un continuo incontrarsi di sonorità occidentali (vagamente spagnole) e ritmi orientali, così come Wist el-Balad è un luogo vitale e produttivo di incontro tra artisti e creativi di ogni genere egiziani e occidentali vogliosi di comunicare e capire un mondo diverso. Questo mélange arabo-occidentale si ritrova al caffè Hurreia (Libertà). Il caffè Hurreia è uno dei pochi locali al Cairo, come dice lo stesso nome, dove vengono servite, liberamente e con disinvoltura bevande alcoliche (soprattutto la birra Stella principale marca locale), anche a clienti egiziani. Un antico e spazioso caffè con sedie e tavolini in legno e una serie infinita di specchi che riflettono continuamente i visi di queste persone; gli attimi di questi incontri e le idee che si muovono e si scambiano tra due mondi e due culture, fra una birra e un tè. Gli artisti egiziani (documentaristi, attori, coreografi, pittori.. ecc), si lamentano della poca considerazione che hanno all’interno della società. Il pubblico non li capisce, e il governo non li aiuta, finanziando solo i prodotti artistici altamente commerciali. La cultura è decisamente l’ultima ruota del carro per il rais egiziano e il suo staff. La maggior parte di questi artisti, segue uno stile indipendente, sperimentale. Hanno una linea fluida, disincantata e ancorata al presente, i loro lavori che ho avuto la possibilità di apprezzare: sono molto interessanti. Mi auguro che tutte queste idee, questo vivere e sentire egiziano, così ben rappresentato da queste opere non rimanga solo un riflesso nei vecchi specchi del caffè Hurreia, ma che riesca ad espatriare e ad avere un’eco al di fuori di questi confini.

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