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Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

L’Opinione delle libertà | Mercoledì 24 agosto 2011 | Maria Antonietta Fontana |

Il libro mi ha sorpreso e sconvolto al tempo stesso. Sorpreso perché avevo vissuto personalmente ad Hillbrow tra novembre e dicembre 1984, quando mi trovavo in Sud Africa per effettuare una ricerca di mercato per conto dell’ICE. A quell’epoca Hillbrow, quartiere residenziale posto sulla collina che sovrasta l’altopiano su cui si erge Johannesburg, era una sorta di punto di incrocio di etnie diverse, a prevalenza bianca: erano ancora gli anni dell’apartheid, ma ad Hillbrow – che era sorta negli Anni Settanta come zona residenziale “borghese” – già si leggevano i segni di un cambiamento.
Personalmente alloggiavo nella parte ebraica del quartiere, e per raggiungerla a piedi avevo vissuto anche le mie brave disavventure (un inseguimento da parte di un criminale a scopo di rapina? Di stupro? Di tutt’e due? Chissà… Fortunatamente riuscii a raggiungere il mio alloggio prima che egli raggiungesse me).
Il quartiere che manteneva ancora, oltre al suo cosmopolitismo, una caratteristica progressista e anche intellettuale, era già sottoposto a quel processo di degrado, dovuto soprattutto a una pianificazione miope e carente, che nel corso del tempo lo ha trasformato in una zona pericolosa, decaduta, intrisa di criminalità, abitata da una popolazione invisibile, se non per la propria abietta povertà.
Eppure, la Hillbrow post-apartheid descritta da Phaswane Mpe nel suo libro resta un luogo affettivamente attraente: non è un caso che il titolo in inglese del libro suoni “Welcome to our Hillbrow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tutto a proposito del rapporto tra il quartiere e i suoi abitanti.
Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evidenzi il profondo odio xenofobo, l’intolleranza razziale che era tipica dei rapporti inter-razziali all’interno del Sud Africa, perfino tra le diverse etnie di colore originarie del luogo, anche prima del crollo del regime di segregazione; o ancora il devastante diffondersi dell’AIDS facilitato dalla promiscuità sessuale; tutto questo non influisce minimamente sull’affetto per Hillbrow, che non è più solo luogo geografico, ma che diventa luogo dell’anima.
Su tutto, l’arte di Mpe : una sorta di canto dispiegato, una ballata cantilenante, che culla il lettore con amara dolcezza, fa fiorire sotto il suo sguardo i vari personaggi, li accompagna mano nella mano fino alla loro morte annunciata: il suicidio di Refentše e la preannunciata morte di Refilwe a causa dell’AIDS che pure si “respirano” attraverso tutte le pagine del libro, e ne costituiscono il fil rouge, sono vissute senza il pathos del dramma.
Dalla prima pagina del libro sappiamo che il protagonista non è più tra noi, ma continua a costituire l’interlocutore cui idealmente l’io narrante dello scrittore onnisciente (che pure c’è e non c’è, non assurge mai al rango di giudice, ma si limita a un dialogo continuo con i suoi personaggi) si rivolge.
Non è soltanto un libro coraggioso, quello di Mpe: è un piccolo grande libro, la cui prosa originale e leggera cela una considerevole forza, un messaggio dirompente, un grido di allarme.
Mpe si ribella alla realtà decadente della Hillbrow, mostro tentacolare, in cui vive soltanto sette anni prima del proprio suicidio gettandosi dal ventesimo piano del palazzo in cui abita, ma di cui ama l’aspetto cosmopolita e gli spunti continui di riflessione.
Mpe porta avanti la propria campagna contro gli stereotipi e i pregiudizi, di qualsiasi tipo essi siano. E che Refilwe trascorra un periodo tra la morte di Refentše e il ritorno alla nativa Tiraganlong (ritorno per morirvi, appunto) ad Oxford è emblematico di quel che Mpe vuole dirci: ciascuno di noi ha la propria personale Hillbrow con cui fare i conti, e il rischio dell’umanità del ventunesimo secolo è quello di vivere estraniandosi dalla propria realtà.
Il nostro pericolo, insomma, è quello di non riconoscere le nostre stesse radici, di fermarci alle apparenze, di non sapere andare oltre.
Grazie all’editore, dunque: bella iniziativa, questa traduzione, e bella edizione seppure con qualche refuso di troppo.
Mi resta un dubbio però.
Perché, nella pur pregevole traduzione in italiano, è sparito dal titolo proprio quel riferimento così prezioso alla “nostra” Hillbrow?

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Amore e morte a Johannesburg

Il Manifesto | Martedì 1 novembre 2011 | Maria Paola Guarducci |

Phaswane Mpe, «Benvenuti a Hillbrow» Duro, imperfetto e appassionato, il romanzo di Mpe unisce uno stile visionario e a tratti canzonatorio alle ambientazioni da realismo sociale tipiche della letteratura sudafricana

Scomparso nel 2004 a soli 34 anni, Phaswane Mpe era un promettente scrittore sudafricano che, al pari del coetaneo Sello Duiker, morto suicida appena un mese dopo Mpe, è diventato emblema tragico delle difficoltà nelle quali dimorano le nuove generazioni del paese. Mpe e Duiker (ma anche Yvonne Vera, scomparsa quarantenne nel 2005 nel confinante Zimbabwe) sono stati sconfitti da mali noti, Aids e depressione, ai quali il Sudafrica non ha offerto sinora risposte concrete e strade percorribili, preferendo ad esse la via immediata del pregiudizio e dell’isolamento. Questi autori lasciano in eredità poche opere, ma folgoranti e lucide, in cui espongono, talora persino con ironia, quella stessa sofferenza che ha segnato il loro vissuto.

Poeta, giornalista, autore di racconti usciti su riviste e ora raccolti e pubblicati in volume in Sudafrica, Mpe insegnava Letteratura africana all’Università di Witwatersrand (a Johannesburg), dove si era laureato nel 1996, l’anno prima di conseguire un Master in editoria in Inghilterra (alla Oxford Brookes). Benvenuti a Hillbrow (trad. it. di Enrico Monier, Il Sirente, 2011, pp. 138, euro 15) è l’unico romanzo di Mpe: un romanzo duro, imperfetto ma anche appassionato, che unisce uno stile visionario e a tratti canzonatorio alle ambientazioni da realismo sociale tipiche della tradizione letteraria sudafricana. La storia narrata si radica e si anima nella topografia del quartiere più interessante e più in crisi di Johannesburg, Hillbrow; un tempo zona di soli bianchi, oggi luogo ibrido, meta degli immigrati dal resto dell’Africa, sovrappopolato, labirintico, degradato, brulicante di vita ma anche segnato dalla morte e dalla violenza. La rappresentazione di Hillbrow è forse il punto di forza di questo romanzo, e nel reticolato fitto delle strade di questo quartiere respingente per molti e accogliente per altri vengono tracciati i vizi e le virtù della città postcoloniale attraverso una campionatura di personaggi eterogenei che ricorda le gallerie di caratteri dickensiane.
Come già nel bel Si può morire in tanti modi! di Zakes Mda (Edizioni e/o, 2008), connazionale di Phaswane Mpe, per il quale costituisce un punto di riferimento dichiarato, ad accogliere il lettore di Benvenuti a Hillbrow c’è una sorta di noi-narrante (il titolo originale del romanzo sarebbe Benvenuti nella nostra Hillbrow), onnisciente sul passato e anche sul futuro dei personaggi della storia, ai quali si rivolge familiarmente con un inconsueto «tu». Questa voce, già di per sé peculiare, racconta le vicende di un gruppo di giovani approdati ad Hillbrow dalla provincia e da altre parti dell’Africa da un punto di vista altrettanto curioso: l’aldilà, un non-luogo che consente di vedere le vicende terrene con un distacco obbligato che in realtà ne rivela le fatali interconnessioni. All’apertura del romanzo, capiamo che il protagonista, il giovane e malinconico Refentse, è già morto; gran parte della narrazione, dunque, ricostruisce in retrospettiva gli eventi della sua vita fino al suicidio, nella foggia della cronaca di morte annunciata, intrecciandoli in una trama di eros e thanatos con le storie di altri personaggi destinati a ricongiungersi a lui in Paradiso.
Droga, violenza, povertà, omofobia, xenofobia, misoginia, superstizione, dilagare irrefrenabile di Hiv/Aids, contrasto tra la «tradizione» dei villaggi e i nuovi stili di vita della metropoli costituiscono il tessuto quotidiano che provoca il costante e ineluttabile spaesamento di cui sono attori e vittime le giovani generazioni rappresentate in questo romanzo.
Benvenuti a Hillbrow ha alcuni limiti, soprattutto nella parte finale e nell’invenzione di un paradiso che si connota come il solo luogo in cui sia consentito riflettere e confrontarsi (troppo tardi, quindi, sembra voler dire Mpe); ciò nonostante il romanzo in Sudafrica è già un «classico». In modo postumo, come i suoi personaggi, anche Mpe ha aperto infatti la strada a un approccio riflessivo e critico, si spera non intempestivo, verso il processo di ricostruzione della nazione, che a quasi vent’anni dalla fine del regime appare sempre più tarato sull’arricchimento di pochi sulla pelle di molti. Le parole di questo scrittore hanno l’effetto di una doccia fredda sul caloroso, legittimo ma anche accecante entusiasmo del dopo-apartheid. In particolare, l’attenzione rivolta alla discriminazione e al disprezzo che molti sudafricani disagiati, spesso neri, rivolgono ai migranti del resto dell’Africa, molto illumina su dinamiche note anche alle nostre latitudini.
Quest’opera di Mpe esce nella collana «Comunità alternative» della casa editrice il Sirente. Se lodevole è l’iniziativa di spostare il centro del mondo dando giustamente rilievo alle letterature dei paesi extra-europei, progetto illustrato dal curatore Beppi Chiuppani in una nota d’apertura, doveroso è però segnalare la scarsa qualità della traduzione, che risente di numerosi calchi dall’inglese ai limiti di quanto l’italiano sia in grado di tollerare (so-and-so quando è soggetto è «tal dei tali», non «così e così») e che in generale produce una serie di espressioni rugginose che non fanno onore al linguaggio fresco dell’originale. Espressioni come «sessualmente rilasciate» (sexually loose), «il segreto affare» (the secret affaire), «giusto» (just) anche quando il termine significa «proprio», «qual è l’uso?» anziché «a che serve?» (what is the use?), per non parlare della costante traduzione di African languages come «linguaggi africani», quando si tratta chiaramente di «lingue», rivelano una mancanza di accortezza e di cura che se non è propria del traduttore dovrebbe almeno essere responsabilità dell’editore.
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Maria Antonietta Fontana

Maria Antonietta Fontana

Maria Antonietta Fontana è nata a Roma, dove ha studiato pianoforte con il M° Luciano Pelosi e Nicoletta Cimpanelli perfezionandosi con Marisa Candeloro, e laureandosi con lode e proposta di pubblicazione in Scienze Politiche alla Sapienza, specializzandosi nelle problematiche del diritto internazionale privato e in particolare della contrattualistica e dell’arbitrato con la Russia e i Paesi dell’Est europeo.
Ex funzionario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro a Ginevra, New York e al BIT di Torino, ha poi svolto attività concertistica in formazioni di musica da camera; per dodici anni ha diretto una rivista internazionale di malacologia, per altri sei ha lavorato in diversi contesti in Università a distanza.
Collabora assiduamente con il quotidiano L’Opinione delle Libertà, per cui scrive editoriali e recensioni discografiche, teatrali e letterarie. Collabora anche alla diffusione del carisma del Santuario di Notre-Dame de Montligeon, per cui cura la produzione dei testi in lingua italiana.
Da anni lavora nel campo delle traduzioni tecniche (giuridiche ed economiche) e letterarie dal francese, inglese e russo. Nel suo futuro, la partecipazione (breve) ad un film, la collaborazione con una nuova casa cinematografica nel campo della produzione, e, forse, l’edizione dei suoi versi inediti.
Ha due figli ed un nipote: la sua carriera (precoce) di nonna è incominciata da pochissimo, ma già con discreto successo…

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alter’N’eco 2009 : Concerti, incontri, dibattiti per lo sviluppo sostenibile

Comune di Montefalcone nel Sannio
Provincia di Campobasso

alter’N’eco

CONCERTI, INCONTRI, DIBATTITI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

QUANDO
Il 31 luglio e 1 agosto 2009, dalle 17.00 fino a notte fonda

DOVE
Al Lago Grande di Montefalcone nel Sannio – CB

COME
alter’N’eco propone due giorni di conferenze, dibattiti e tavole rotonde e due sere di concerti e dj set, promosso dall’Associazione Culturale Aria Nuova e con il patrocinio del Comune di Montefalcone nel Sannio e della provincia di Campobasso

CHI/CHE COSA
alter’N’eco è una manifestazione poliedrica in cui la riflessione sull’ambiente, sullo sviluppo sostenibile e sulle energie rinnovabili viene affiancata alla fruizione di musica rock del panorama indipendente italiano

PERCHÉ
alter’N’eco ha lo scopo di divulgare le informazioni necessarie sulle tematiche ambientali ed energetiche in ambito locale, affiancando l’attività di sensibilizzazione ambientale alla promozione di musica rock indipendente

PROGRAMMA
31 luglio 2009
17.00 – 20.00 Interventi sul tema “Per un piano energetico locale comune: quali proposte, quale futuro”
22.30 – 01.00 WET VENUS e DADAMATTO in concerto
01.00 – 03.00 Dj set
1 agosto 2009
17.00 – 20.00 Interventi sul tema “Ecologia ed economia. Cosa sono le energie alternative?”
22.30 – 01.00 SOLI D’AGOSTO e ZEN CIRCUS in concerto
01.00 – 03.00 Dj set

INFO: Giampiero Cordisco, tel.349 6704924 e-mail:alterneco2009@gmail.com
UFFICIO STAMPA: Maruska Pisciella, tel.320 4047149 e-mail:maruskapisciella@yahoo.it

Flyer
Comunicato stampa

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Tatti Sanguineti presenta “Pensieri dal carcere” di Pierre Clémenti al DOC FEST, Roma

Martedì 18 novembre 2008, alle ore 20.30, sarà presentata a Roma una serata speciale dedicata al mitico Pierre Clémenti presso la Sala Trevi nell’ambito della rassegna di documentari Passaggio a Sud Est. Verranno presentati la traduzione italiana del libro “Pensieri dal carcere” e i film sperimentali Visa de censure n. X e New old.

«Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità.»

Roma è la seconda tappa del tour italiano di presentazione dell’opera di Pierre Clémenti che si concluderà nel 2009, decennale dalla sua morte. Alla Sala Trevi, oltre all’editore saranno presenti il traduttore e Tatti Sanguineti.

DOVE:
Sala Trevi
Vicolo del Puttarello, 25
00187 Roma

PROGRAMMA:
inizio ore 20,30 – ingresso gratuito
Presentazione di “Pensieri dal Carcere” di Pierre Clémenti
Saranno presenti Simone Benvenuti (traduttore)
Interviene Tatti Sanguineti

a seguire:
Prima italiana di due film appena restaurati interpretati e diretti dal grande attore francese
Visa de censure n. X
Francia, 1967-1975, 43’, Solo Musica
New old
Francia, 1979, 63’, Solo Musica

IL LIBRO. « Il mattino del 24 luglio 1971 suonano all’appartamento romano di un’amica di Pierre Clémenti dove l’attore risiede. Suo figlio Balthazar, di cinque anni, apre la porta. È la polizia in borghese che viene a fare una perquisizione, ben sapendo quel che sta cercando: pochi grammi di cocaina e qualche briciola di haschisch. (Suo figlio dirà poi che era stata la polizia stessa a nascondere la cocaina sotto al letto dicendogli: «Non è nulla, riaddormentati»). Tutto porta a credere che il potere voglia creare un esempio clamoroso. L’arresto di Pierre Clémenti, star del cinema e al contempo icona della controcultura, fa grande scalpore. L’attore viene rinchiuso nella prigione di Regina Coeli sulla base di semplici sospetti, mentre nega di essere stato a conoscenza della presenza della droga nell’appartamento. Aspetterà otto mesi prima di essere giudicato. Condannato a due anni di reclusione, ottiene l’archiviazione in appello dopo diciotto mesi di detenzione. Pierre Clémenti ne uscirà segnato a vita. Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità. » [Balthazar Clémenti]

«La giustizia è lenta ed estenuante, e l’innocenza, se anche provata, soltanto ferita uscirà di prigione.» [Pierre Clémenti]

Pubblicato per la prima volta nel 1973 e apparso nuovamente nel 2005 presso le edizioni Gallimard, il libro di Pierre Clémenti ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna.

Per saperne di più sulla traduzione italiana ”Pensieri dal carcere“ di Pierre Clémenti e conoscere le date delle presentazioni: www.sirente.it

Press:
Chiarastella Campanelli
chiaraetoile@hotmail.com 
mob. +39 339 3806185

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Norman Nawrocki presenta “Cazzarola!”

Presto Norman sarà in Italia a presentare il suo nuovo spettacolo: “Cazzarola! Anarchy & Mussolini, the Roma & Italy, today”. Ecco un’anteprima minacciosa…

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L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret

L’OPINIONE n. 212 – 07-10-2008
di Maria Antonietta Fontana

Quando ero bambina passavo ore a giocare con le matrioske che si trovavano ovunque ad Ostia, dove abitavo, per la presenza dei centinaia di emigranti dei Paesi dell’universo sovietico in attesa di raggiungere USA, Francia, Israele e Australia… Ebbene, leggere “L’anarchico e il diavolo fanno cabaret”, opera pubblicata in versione italiana qualche mese fa a cura del Sirente mi ha riportato indietro di tanti anni, e ricreato la stessa impressione. Il primo impatto con il libro è particolarissimo, anche perché l’immagine appare in quarta di copertina, mentre la prima riproduce l’inizio del testo. La scelta editoriale mi è stata spiegata direttamente dall’editore. Il libro appartiene alla collana il “Sirente Fuori”. Secondo l’editore stesso, che cito testualmente, si tratta di una collana potenzialmente aperta che attraversa zone d’ombra, nascoste o marginali, zone di frontiera. Zone in senso geografico, in primis, attraverso la scoperta di opere e autori di riconosciuto valore, ma scarsamente o per nulla noti in Italia. Ogni opera di questa collana – e la scelta di pubblicarla – è da parte sua caratterizzata da un discorso particolare a livello di linguaggio e di contenuti: l’interesse ricade in particolare su lavori situati su un piano di rappresentazione surreale o fantastica e che si confrontano con il tema della marginalità, o, meglio, delle marginalità. La collana ha per questo una sua identità grafica, ispirata alla teoria borgesiana del libro circolare, con la prima pagina del libro in prima di copertina e l’immagine – foto, disegno o elaborazione grafica – in quarta. Duplice l’obbiettivo di questa scelta: ricordare al lettore che afferri per la prima volta il volume rigirandolo tra le mani la non univocità del reale e consegnare subito in faccia (e in mano) al lettore quella che speriamo essere la sua prossima avventura.

Ma torniamo al nostro libro di oggi. La narrazione di Norman Nawrocki, geniale autore e autentico uomo di spettacolo canadese-ucraino-polacco, come lui stesso ama definirsi (ma forse sarebbe proprio il caso di definirlo invece cittadino del mondo nel senso più ampio), è una matrioska letteraria. Il romanzo si porta avanti su tanti piani diversi, e tanti livelli diversi di emotività e approfondimento: da un lato, la narrazione di un tour di “Rythm Activism”, gruppo musicale anarchico con cui Nawrocki ha collaborato per vari anni. Dall’altro, la rievocazione di pagine buie di storia d’Europa, dalla presa del potere da parte dei nazisti alla resistenza polacca. E, in più, qua e là, dei gioielli nei gioielli: ritratti di personaggi vividissimi, tragici anche quando si parla di clown…ritratti ambientati in mille città europee, di persone comuni, che poi, gratta gratta, di comune hanno ben poco; scenette di vita familiare o cittadina, leggende. Miti trasferiti da un’epopea senza tempo ad un presente che è anch’esso favola e sogno, ma più spesso incubo tormentoso cui non si sfugge. È una ridda di situazioni, ma soprattutto di odori e fetori, malanni, sporcizia e disordine esteriore che corrispondono però ad una sfrenata ed appassionata ricerca del proprio sé, di una coerenza rivendicata nel nome della libertà di espressione e di coscienza che deve essere patrimonio di tutti i popoli e di tutte le epoche, e che a maggior ragione è patrimonio supremo degli artisti.

Il libro è così ritmicamente incalzante, così composito, così vivo, e soprattutto, così permeato di musica (la più varia, fuori di ogni etichettatura e di ogni appartenenza geografica o di genere) da risultare praticamente impossibile da descrivere, se non banalizzandolo enormemente: cosa che, per questo, eviterò accuratamente di fare. Ne consiglio però vivamente la lettura, purché si affronti il testo con spirito libero e privo di pregiudizi. Ho avuto la fortuna di incontrare Norman – che adesso effettua i suoi tour da solo – più di una volta; così come più di una volta ho assistito ai suoi spettacoli, che si segnalano per una trasgressione intelligente e colta. Mai come nel suo caso, la scrittura, la parola, la musica sono un tutt’uno. Leggere il libro dopo avere assistito agli spettacoli è rituffarsi in un vortice di simpatia e di provocazione sottile. La coscienza politica viene sollecitata, la coscienza civica anche…e alla fine di una serata indimenticabile così come alla fine della lettura del libro, scopriamo che in testa si fanno largo nuovi pensieri che non sapevamo neanche di possedere… Lo rivedremo presto in Italia, spero. Nell’ultimo tour in Canada ha portato in giro uno spettacolo in cui gioca da solo più ruoli: un anarchico che nel 1926 cercò di assassinare Mussolini, Gino Lucetti; un senatore di destra del Nord Italia; ed un ragazzo italiano innamorato di una ragazza zingara. Questi personaggi si ritrovano tutti nella sua ultima fatica letteraria, cui sta lavorando da tempo, dal titolo “Cazzarola!”. Il libro è un romanzo storico, contemporaneo, romantico e politico al tempo stesso, che si incentra sulla vita e le vicissitudini di una famiglia italiana dal 1880 al 2008. Norman ne sta ultimando la prima stesura proprio in questi giorni. Per chi desideri farsene un’idea, rimandiamo ai siti http://citoyen.onf.ca/blogs/category/les-actualites/ oppure http://www.dailymotion.com/relevance/search/cazzarola.
Chi sia interessato invece al libro “L’anarchico e il diavolo fanno cabaret”, può ordinarlo attraverso il sito dell’editore www.sirente.it/ al prezzo di 12,50 euro.

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LUCCA FILM FESTIVAL: Immagini resistenti. Il piacere di scoprirle

IL MANIFESTO – 03/10/2008
di Cristina Piccino

«Non è tempo di abbassarci ma di essere pronti a cantare la nostra nota più bella». Questa frase racconta bene Jonas Mekas, ci dice della sua passione per la musica, l’altro grande amore insieme al cinema, con l’accordeon che si porta dietro ovunque in giro per il mondo. E dell’energia di questo geniale artista, oggi ottantaseienne (è nato nel 1922 a Semeniskiai, in Lituania) , capace di suonare per gli amici alle ore della notte più strampalate senza mai dire che è tempo di dormire. Jonas Mekas sarà uno dei protagonisti al prossimo Lucca film festival (10-18), piccola e assai agguerrita zona libera dell’immaginario, di quelle che oggi in Italia è sempre più difficile fare con le smanie di «tappeti rossi» – o come si dice «red carpet» – e le censure preventive che fioccano da ogni parte. Nell’intervista che apre il catalogo, una conversazione tra Mekas e Pip Chodorov, anche lui regista, ideatore di una magnifica collana di home-video, la parigina Re: voir , leggiamo in una domanda sul New American Cinema, al quale Mekas ha partecipato, come del resto tutta la scena della ricerca più sperimentale: « Vedo il New American Cinema come un giovane albero, una persona giovane, di quindici o diciassette anni, molto ribelle e che non si fida dei genitori. Poi questa persona cresce, arriva ai quaranta, cinquanta, sessant’anni, ma nell’armadio ha ancora oggetti e ricordi di quando aveva dieci anni … Il cinema di oggi negli Stati uniti ha incorporato come in ogni altro luogo le conquiste linguistiche, tematiche, tecnologiche, linguistiche degli anni Sessanta, ed è completamente da qualche altra parte… Lo stesso vale per me anche se qualunque cosa faccia ora inizia molto, molto tempo fa …». Mekas in Lituania è tornato solo poco tempo fa, arrivò in America con i molti profughi della seconda guerra mondiale da un campo di concentramento insieme al fratello Adolfas, e lituano era anche Maciunas, tra i fondatori di Fluxus, movimento di cui Mekas è stato tra i protagonisti … Sono molte storie ma la cosa più bella è che Mekas continua a stupire, pur lavorando spesso con materiali della sua vita, anche passata, quei diari filmati in diversi formati che raccontano un tempo, un’utopia, forse qualcosa di più. E insieme c’è la sua capacità di essere nel presente, coi più giovani, ragazzi che crescono al suo cinema, al Film Archive, la sala che cura nell’East Village newyorkese, e che in questa relazione e scambio di esperienze, conquistano una sensibilità speciale (è uno dei massimi difetti del nostro cinema l’incapacità di guardare alla ricerca e alla sperimentazione). Mekas aprirà con Birth of a nation (’97) il festival, centossessanta ritratti – «schizzi» li definisce – di filmmaker indipendenti, d’avanguardia e attivisti fra il ’55 e il ’95. Il titolo è perché il cinema indipendente – come dice Mekas – è in sé stesso una nazione. Ci sarà anche una mostra, alla Fondazione Ragghianti, coi suoi lavori. Mekas però non è il solo ospite. Gli omaggi inanellano i nomi di Shane Meadows e di Kiyoshi Kurosawa, e soprattutto un omaggio a Pierre Clementi, attore, regista, ispiratore del Sessantotto italiano, spesso Bernardo Bertolucci ha raccontato che era lui a portare le invenzioni del Maggio francese a Roma quando giravano Partner . Sarà anche per questo che Clementi nell’Italia che amava finì in galera con un’accusa di droga, sicuramente montata, e ci restò anni aspettando un giudizio che non arrivava mai. Scrisse di quei giorni terribili e assurdi in un bel libro che il festival ripropone ( Pensieri dal carcere , nell’edizione francese Quelques messages personnels , Gallimard). A ricordarlo ci saranno il figlio, Balthazar, gli amici come Marc’o con cui Clementi aveva girato Les Idoles , Pierre Kalfon, Franco Brocani (e avere la possibilità di ascoltarli tutti insieme è di per sé un’occasione magica). Si vedranno i film di Clementi cineasta, molto difficilmente fruibili in Italia, come Visa de Censure n. X (1967) , quelli come attore ( Necropolis di Brocani, Porcile , Les Idoles ) ma soprattutto una serie di filmati inediti che il festival ha recuperato grazie al lavoro del laboratorio di restauro dell’università di Udine e del Dams di Gorizia. Mostrano il set di Les Idoles o una vacanza a Positano in cui c’è anche Philippe Garrel. Sono immagini personalissime, quasi degli home movie, dove però scorre ugualmente il senso di un’epoca.

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Pierre Clémenti al Lucca Film Festival

Ore 17.50 OMAGGIO A PIERRE CLÉMENTI

Incontro con Balthazar Clémenti, Marc’O, Jean-Pierre Kalfon, Bulle Ogier, Catherine Libert, Antoine Barraud, Giulio Bursi

a seguire

Presentazione del libro Pensieri dal carcere di Pierre Clémenti, a cura della Casa Editrice Il Sirente

VISA DE CENSURE N°X (Pierre Clémenti, Fr, 1967, sonorizzato nel 1975, 43’)
BOBINA 10 – Inedito (Pierre Clémenti, Fr, col, 3’)
BOBINA 27 – Inedito (Pierre Clémenti, Fr, col, 27’)

Il Lucca Film Festival è felice di poter dedicare questo omaggio a Pierre Clémenti, un artista che forse meglio di tutti rappresenta il nostro giovane festival, esponente come attore del cinema ‘più importante’ – ma mai schiavo delle sue logiche – e al contempo grande sperimentatore come film-maker, lavoratore e costruttore instancabile delle proprie visioni, dei propri sogni di amore e libertà.

Grazie al figlio Balthazar e alla sua stessa passione per l’opera di suo padre, siamo riusciti a realizzare e presentare quello che ci auguriamo sia uno sguardo ampio sull’arte, la vita e il cinema di Clémenti. Uno sguardo che poi diviene unico, con la possibilità di assistere per la prima volta in assoluto alla proiezione di parte dei suoi film realizzati in 16mm e rimasti incompiuti, film unici, veri e propri documenti che vanno dalla semplicità di un ritratto di famiglia alla più alta elaborazione tecnica, film che siamo riusciti a recuperare, restaurare, archiviare e sottrarre così a un sicuro e irreversibile danneggiamento. Tutto questo sarà accompagnato dalla proiezione del suo film invece compiutissimo, e forse più rappresentativo del suo modo di fare cinema, Visa de Censure n.X, e di alcuni film che lo vedono nella veste più conosciuta di attore e che, a nostro parere, riescono meglio di altri a comunicarci la sua grandezza : Necropolis (Franco Brocani), Porcile (P.P.Pasolini) e Les Idoles (Marc’O).

Inoltre coglieremo l’occasione per presentare il libro Pensieri dal carcere (Ed. Il Sirente), scritto da Pierre Clémenti durante il periodo di reclusione trascorso a Roma, una sorta di diario, di memorie in cui si affronta il tema del carcere e allo stesso tempo si ripercorrono alcuni episodi cruciali per la vita e la carriera cinematografica di Clémenti. A questo tributo, che avrà inizio il 16 ottobre alle ore 17.30 e rientra nel quadro più ampio della rassegna cinematografica Lucca Film Festival 2008, parteciperanno lo stesso Balthazar Clémenti, Marc’O, Franco Brocani, Jean-Pierre Kalfon e Bulle Ogier. Siamo davvero molto felici di poter rendere omaggio proprio qui, nell’Italia che lui amava tanto e in cui ha trascorso gran parte della sua vita,

a testimonianza di un amore reciproco, a Pierre Clémenti attore, cineasta, scrittore.

Andrea Monti

Da una lettera di Clémenti scritta dal carcere a Franco Brocani :

Caro Franco, ti ringrazio per la tua lettera gentile.
Sto bene e Regina Coeli ha degli odori di chiostro che amo molto.
Vivo da solo in una cella e come un monaco sto imparando a parlare con Dio.
Leggo. Faccio della pittura. Lascio che l’illusione mi invada e i pensieri mi trasportano là dove la libertà non subisce alcuna incarcerazione. Dalla notte oscura in cui ero immerso fin dai primi giorni, il sole mi ha fatto visita. Ed ora la mia anima si è abituata a questa grande purificazione, e ho dentro una gran gioia di provare questa esperienza senza prezzo. La messa in luce della coscienza imprigionata nella tomba. Le porte un giorno si apriranno e molte cose in me saranno cambiate. La Bilancia della giustizia di Minerva è giusta, ed è per questo che la speranza di uscire presto non mi dà né gioia né pena. Il tempo resta sospeso dietro le sbarre, solo le stagioni annunciano un soffio nuovo che l’Anima Umana sente fisicamente. La tua lettera mi ha causato grande gioia. Non sono molti i veri amici. Qui, con l’isolamento, la presenza del passato si fissa in un eterno presente e la tua immagine si presenta spesso ai miei occhi. Penso a Attila, alle sue orde di barbari animati dal soffio divino. Penso alla fine certa e la morte dell’imperialista americano. Penso al mondo nuovo che sorgerà da questa liberazione. Penso alle nuove generazioni che saranno liberate da questo flagello. Penso al PARADISO come a una Terra Promessa.

Penso al nostro film.
Penso alla felicità dell’Umanità.
Penso all’Anarchia dei nostri pensieri.
Penso all’Amore.
Penso alla gioia di essere qui.
Penso…penso…penso…alla Libertà.
Vi abbraccio,

Pierre

VITA DI PIERRE CLEMENTI

Pierre Clémenti nasce a Parigi il 28 settembre 1942, da padre sconosciuto e madre di origine corsa che fa la custode. Trascorre un’infanzia difficile tra famiglie a cui viene affidato e una madre incapace di occuparsi di lui, sommersa dalla difficoltà materiali. A 13 anni è mandato in casa di correzione, dove incontra un educatore che gli fa scoprire la poesia. Di ritorno a Parigi, l’adolescente vive di piccoli lavori.
Nel 1957 Pierre fa la conoscenza di Eugène Ionesco, Samuel Beckett, Edgar Varèse e l’attore francese Roger Blin, incontri determinanti per la sua futura carriera da attore. Il ragazzo, dall’atteggiamento beatnik e apparentemente fragile, frequenta Saint Gérmain des Prés, dove la sua bellezza e il suo charme mietono vittime. Inizia come attore in alcuni lavori di Michel Deville.
Ma presto Alain Delon presenta il giovane attore a Visconti. Impressionato, il regsta gli affida il suo primo ruolo da leggenda : il figlio del principe Salina ne Il Gattopardo. Rientrato a Parigi, gli viene segnalato il lavoro di Marc’O, che ricerca e mette in pratica un nuovo rapporto tra gli attori e la scena.
Entusiasta, Pierre Clémenti si lancia in questa avventura teatrale di avanguardia a fianco di un gruppo di giovani attori che presto diventeranno celebri come Bulle Ogier e Jean-Pierre Kalfon.
Nel 1965, Pierre sposa Margareth. Loro figlio Balthazar nasce in luglio.
Nel 1966 è uno degli ‘idoli’ nel grande film di Marc’O Les Idoles, opera musicale anti-starsystem che diviene presto culto e riferimento per tutta la ricerca teatrale, e che annuncia il 1968.
Poi Luis Bu
ñuel gli affida un ruolo molto importante in Belle de Jour, a fianco di Catherine Deneuve. Diviene presto una vedette del cinema. Proprio in questo periodo acquista una camera 16mm e comincia a realizzare i suoi film. Girerà molto materiale anche durante le riprese di Patner di Bertolucci.
Fedele alle sue convinzioni, Pierre rifiuta di fare film che non giudica interessanti, distribuisce i suoi cachet ai clochard e vive in una camera da poco. Dal 1969 al 1971 lavora in moltissimi film, concedendosi senza riserve a registi esigenti come Pasolini, Rocha, Jancs
ó, Garrel, ritrovando Buñuel ne La via lattea e Bertolucci in Il Conformista. In Italia Pierre frequenta il piccolo popolo romano, la gioventù in rivolta, gli hippies e l’estrema sinistra. Nel luglio del 1971 viene arrestato a Roma per detenzione e consumo di stupefacenti. Condannato a due anni di prigione, è incarcerato a Regina Coeli, da dove uscirà dopo 18 mesi per insufficienza di prove. Esce da questa esperienza traumatizzato, segnato per sempre.
Nel 1973 Pierre Clémenti pubblica Pensieri dal carcere, vera e propria requisitoria contro l’ingiustizia e le condizioni dell’incarcerazione. Questa testimonanzia traccia anche gli episodi essenziali della sua vita e della sua carriera folgorante. Sposa Nadine Hermand. Nascita del figlio Valentin.
Pierre partecipa allo spettacolo Héliogabale di Maurice Béjart. L’attore ricerca più che mai dei progetti sperimentali. Nel 1975 il cineasta sonorizza Visa de Censure n°X, girato nel 1967, e realizza New Old, film saggio sulla sua vita e il suo lavoro. Nel 1992 realizza la pièce Cronaca di una morte ritardata, monologo di un angelo decaduto che racconta la sua discesa agli inferi.

Pierre Clémenti, in seguito a un cancro, si spegne a Parigi il 27 dicembre 1999, a 57 anni.

 

Per maggiori informazioni :
LUCCA FILM FESTIVAL 2008
Associazione Vi(s)ta Nova
Via del Tiro a Segno trav. IV, n.17
55100 Lucca – Italia
Tel +39 0583 390 597
Fax +39 0583 583 204
info@vistanova.it

www.vistanova.it

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Apre i battenti Festivalguer

Sardegna Oggi — 10 settembre 2008

Al Festivalguer PortoMediterraneo di Alghero è tutto pronto per accogliere da venerdì 12 a domenica 14 settembre la musica, la poesia, la letteratura, l’artigianato, la gastronomia, dei popoli che attraversano il Mare Nostrum. La città catalana si appresta ad ospitare una intensa tre giorni dedicata all’arte e alla cultura mediterranea, declinata in tutte le sue componenti: incontri, idee, tradizioni dal mondo. Un pot-pourri di suoni, colori, odori, sapori, profumi e atmosfere nei quali assaporare la magia delle melodie arabe, spagnole, sarde, francesi, o elaborare mescolanze e idee nuove senza tradire radici e storia, davanti al mare, tra i profumi della brezza marina mediterranea.

ALGHERO – Ogni giorno appuntamenti di letteratura, cultura del cibo dai sapori mediterranei, incontri con scrittori nazionali ed internazionali di grande levatura. Un nuovo percorso tracciato nel cuore di Alghero, tra il Molo Dogana nel porto vecchio e il Teatro del Forte della Maddalena: gli scorci tra i più suggestivi della città appositamente allestiti per accogliere la manifestazione, dove si incontrano le testimonianze di una fervida specificità mediterranea. E’ la grande novità di questa edizione del Festivalguer, che si candida con sempre maggior successo a divenire volano promozionale per le politiche di sviluppo turistico non solo di Alghero ma dell’intero Nord Sardegna, aspirando a caratterizzare sempre l’antica città come porta del Mediterraneo e bacino d’incontro dove possano intrecciarsi i fili diversi di una comune identità mediterranea.

Artisti d’eccezione italiani e internazionali che lavorano sulle musiche del mediterraneo, frutto di incroci e contaminazioni tra i generi musicali provenienti dal mare: al Teatro Forte della Maddalena venerdì 12 settembre alle 21,30 Diego El Cigala (Spagna), la voce flamenco più importante del momento accompagnato dal leggendario pianista cubano Bebo Valdes; il giorno dopo, sabato, S’Ard (Sardegna), il progetto originale di Mauro Palmas con i suoni della Sardegna e del suo affiatato gruppo (Marcello Peghin – chitarra, Riccardo Leone – piano, Silvano Lobina – basso, Andrea Ruggeri – batteria, Mirko Maistro – fisarmonica) che incrociano le note del Mediterraneo e in questa occasione quelle speciali di Lino Cannavacciuolo, Antonello Salis, Gavino Murgia, Patrizia Laquidara, Tenores di Orosei e Claudia Crabuzza, voce della band sarda, Chichimeca; domenica 14 settembre chiude i battenti della prima edizione del Festival PortoMediterraneo Yasmin Levy (Israele), voce soprano vibrante e intensa, tra le interpreti più importanti del Mediterraneo. Ogni sera invece al Molo Dogana dalle ore 23.30 (ingresso libero) si potrà ballare con il concerto dal vivo dei Fufu-Ai (Francia-Spagna) e l’irresistibile patchanka di suoni, colori, stili, lingue, musiche e tradizioni guidate dalla sensualità di Anouk, voce della band. Con loro sul palco anche un musicista sardo in veste di ospite: Mario Brai, il cantante-violinista di Carloforte che da oltre vent’anni percorre la strade musicali del Mediterraneo ispirandosi alle straordinarie influenze sonore turche, arabe e sarde per comporre i suoi brani caratterizzati soprattutto dall’uso della lingua tabarkina.

Ogni sera appuntamenti di letteratura, cultura del cibo e squisitezze mediterranee, incontri, dibattiti e presentazioni con scrittori sardi, egiziani, africani, di alto profilo. Il contesto ideale per meditare e discutere insieme agli autori sulle tematiche che caratterizzano il Mediterraneo, le differenze e le analogie di culture apparentemente lontane, ma in realtà molto vicine, per certi aspetti. Una suggestiva mostra fotografica con gli scatti mediterranei di Massimiliano Caria, Giampaolo Cotogno, Gianni Monti e Gigi Olivari, farà da scenografia nello spazio dedicato agli incontri di letteratura. Un percorso sull’identità culturale e artistica del mediterraneo attraverso un itinerario visivo composto da fotogrammi esemplari di volti, paesaggi, oggetti, mestieri, colori. Sintesi del mondo che si affaccia sul nostro mare, secondo personali punti di vista.

Si parte Venerdì 12 settembre alle ore 19.00 con la presentazione del libro Fertilia (edizioni Novecento) con l’autore Eugenio Cocco, l’editore Massimiliano Vittori, Giorgio Pellegrini e il sindaco di Alghero, Marco Tedde. Uno sguardo speciale su Fertilia, una metafisica terrazza sul mediterraneo. Architettura, storia e rilancio di una borgata. Alle 21 verrà presentato il libro Viaggio in Sardegna di Michela Murgia, edizioni Einaudi. L’autrice dialoga con Gianfranco Capitta. Undici percorsi nell’isola che non si vede, una guida narrativa per perdersi in Sardegna inserito nella collana Geografie. Sabato 13 sempre alle 19.00 la presentazione del libro Le Storie di Abu, fiabe popolari egiziane in italiano e arabo illustrate da Rosalba Suelzu, Angelica editore. Rosalba Suelzu, Rossana Copez, Tonino Oppes, Franco Fresi animano un incontro-dibattito in cui si confrontano la letteratura per l’infanzia nel bacino del Mediterraneo e quella sarda. Seguirà una lettura teatrale del testo con l’attore Gianluca Medas. Alle ore 21,00 un evento di lancio in anteprima nazionale: sarà presentato il libro Taxi di Khaled el Khamissi, edizioni Il Sirente. Prima opera dello scrittore, giornalista, regista e produttore egiziano, è diventato un best-seller in Egitto, forte di ben sette ristampe in un solo anno. Domenica 14 settembre alle 19,00 ci sarà la presentazione del libro Tutti buoni arriva Mommotti di Rossana Copez e Tonino Oppes, edizioni Condaghes. Interverranno gli autori. Con il passare dei secoli l’orco cattivo è diventato Su Mommotti, l’Uomo Nero. Le storie, le leggende e le origini di questo strano demone nell’immaginario collettivo da secoli nella tradizione sarda. Alle ore 21,00 seguiranno altre due presentazioni alle quali interverranno gli autori: la prima, del libro Onda sigillata: acqua vita e parola di Yarona Pinhas, edizioni la Giuntina. Mater Mediterranea. Acqua e Dee madri, suggestioni mistiche e interpretazioni nella Torà e nell’anima mediterranea, sulle tracce delle radici comuni di popoli e religioni. Subito dopo verrà presentato il libro: La donna delle sette fonti di Diego Manca, edizioni Condaghes. Diego Manca, poeta e scrittore, è anche autore del romanzo ancora inedito, Cuore d’Europa, dedicato allo spirito del nostro continente: l’Europa. L’incontro sarà coordinato da Costantino Cossu.

Alghero sarà anche meta di turismo alimentare: tre piatti del giorno per tre serate di grande cucina. In uno scenario fantastico ed elegante da Mille e una notte allestito in un angolo speciale del Molo Dogana, ogni sera per un numero massimo di centocinquanta persone Giovanni Fancello, uno dei migliori cuochi del Mediterraneo, appassionato e studioso di cultura del cibo, proporrà ai presenti una degustazione guidata e gratuita di un piatto mediterraneo per giornata alle ore 20.00. Si parte il 12 settembre con le Impanadas cun angelottos, il 13 con Ghisadu (stufato) e infine il 14 settembre con Ciciones cun regottu mustiu e buttariga. Piatti prelibati interpretati dalla grande creatività del cuoco esperto, da lui raccontati in una conferenza prima dell’assaggio, attraverso nozioni di cultura alimentare. Il nutrimento come necessità, ma anche sapore, cultura, comunicazione, economia. I piatti di Giovanni Fancello saranno accompagnati dai vini pregiati delle cantine Sella & Mosca e dal liquore di mirto Zedda Piras. Entusiasta investigatore dell’origine degli alimenti, Giovanni Fancello ne racconta il percorso storico e leggendario per poi ricostruirne il destino culinario. Per il Porto Mediterraneo si avvale della collaborazione dei suoi talentuosi maestri di cucina Stefano Resmini, Stefano Pinna, Guido Beltrami, Gina e Tattana Fancello.

La cultura materiale, saperi antichi che le mani degli artigiani trasferiscono alla materia e, nella rinnovata sfida tra design e tradizione, creano prodotti che parlano della terra e dei popoli. La mostra mercato dell’artigianato artistico che Alghero, con l’evocativo nome di Casbah ospita sul molo Dogana: oltre 1000 aziende artigiane associate che rappresentano una delle realtà più consistenti del meridione d’Italia.

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Alghero, nasce un festival dei popoli

La Nuova Sardegna — 31 luglio 2008   pagina 41   sezione: NAZIONALE

ALGHERO. Da tempo non solcano le sue acque le triremi dell’impero romano che lo aveva unito sotto un unico cielo, ma il Mediterraneo continua a legare la vita dei tanti paesi che si trovano sulle sue rive, unite dalle onde dello stesso mare, culla delle più antiche civiltà, e dalla cultura. Cultura mediterranea che, declinata nelle sue componenti di musica, poesia, letteratura, artigianato, gastronomia, sbarca ad Alghero con «Porto Mediterraneo», il nuovo festival dei popoli che attraversano il Mare Nostrum inserito nel grande contenitore del Festivalguer. Dal 12 al 14 settembre, tre giorni di incontri, di tradizioni, di musica tra il Molo Dogana e il teatro del Forte della Maddalena. L’iniziativa è stata presentata ieri nelle sale del Comune dal sindaco Marco Tedde, dall’assessore al Turismo Mario Conoci e Massimo Palmas di Sardegna Concerti (tra gli organizzatori), fiduciosi che l’evento possa diventare un nuovo appuntamento fisso dell’estate algherese, «per allungare la stagione turistica – ha spiegato il sindaco – e caratterizzare sempre più la città come porta del Mediterraneo e bacino d’incontro dove possono intrecciarsi rapporti con le altre comunità del nostro mare».  Il Forte della Maddalena ospiterà artisti che lavorano sulle musiche del Mediterraneo: il 12 settembre alle 21.30 Diego El Cigala, spagnolo, voce del flamenco più importante del momento accompagnato dal pianista cubano Bebo Valdes, il giorno dopo S’Ard il progetto di Mauro Palmas con i suoni della Sardegna che incrociano in questa occasione le note di Lino Cannavacciuolo, Patrizia Laquidara e Claudia Crabuzza, algherese voce dei Chichimeca. Il 13 settembre toccherà alla israeliana Yasmin Levy. Ogni sera, inoltre, al Molo Dogana dalla 23.30, si potrà ballare con il concerto dal vivo dei Fufu-Ai, gruppo franco-spagnolo. Con loro sul palco anche un musicista sardo, il cantante-violinista Mario Brai che si ispira alle influenze sonore turche, arabe e sarde per comporre i suoi brani caratterizzati dall’uso della lingua tabarkina. Doppio appuntamento ogni sera, alle 19 e alle 21 al Molo Dogana, con la letteratura. Si parte venerdì 12 settembre con la presentazione del libro «Fertilia» (edizioni Novecento) con l’autore Eugenio Cocco. Uno sguardo speciale sull’architettura e la storia della borgata. A seguire «Viaggio in Sardegna» di Michela Murgia (edizioni Einaudi) che dialogherà con Gianfranco Capitta. Sabato 13 presentazione del libro «Le storie di Abu», fiabe popolari egiziane in italiano e arabo illustrate da Rosalba Suelzu. La stessa sera, alle 21, in anteprima nazionale «Taxi» dell’egiziano Khaled el Khamissi, diventato un best-seller in Egitto. L’ultima sera si parlerà invece, alle 19 con gli autori, di «Tutti buoni arriva Mommotti» di Rossana Copez e Tonino Oppes e, a seguire, del libro «Onda sigillata: acqua, vita e parola» di Yarona Pinhas, israeliana nata in Eritrea, studiosa delle tematiche al femminile della tradizione ebraica. Subito dopo chiuderà gli appuntamenti la presentazione del volume di Diego Manca «La donna delle sette fonti». Una mostra fotografica con gli scatti mediterranei di Massimiliano Caria, Giampaolo Catogno, Gianni Monti e Gigi Olivari, farà da scenografia nello spazio dedicato agli incontri con gli scrittori. Accanto alla musica e alla letteratura ci sarà spazio anche per la gastronomia, con i sapori del Mediterraneo: tre piatti del giorno per tre serate, dalle 20. Non mancherà inoltre l’artigianato, con una mostra aperta tutto il giorno allestita in una vera propria Casbah. (f.c.)

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LIBERA: SGOMBERATA E RASA AL SUOLO!

Venerdì 8 Agosto 2008
 Stamani verso le 11.30 si sono avute le prime avvisaglie dello
sgombero, quando diverse macchine della digos sono arrivate in Via
Pomposiana e una pattuglia dei vigili ne ha chiuso l’accesso.
Nonostante il blocco molti compagni riescono a passare, e nel
pomeriggio quasi un centinaio di solidali sarà sotto il Libera
a fronteggiare la sbirraglia.
 Verso le 2 i poliziotti riescono ad entrare nell’edificio
dall’ingresso posteriore, dopo avere spinto via i compagni che
cercavano di impedire l’irruzione, scagliandosi poi anche contro chi
sorvegliava l’entrata principale. Diversi compagni sono strattonati
e
i poliziotti tentano più volte di fermare i fotografi (inclusa
la stampa accreditata). Una poliziotta lancia un tavolo nel mucchio
di
compagni e fotografi. A breve la situazione si calma e desistono
dall’aggressione contro le persone all’ingresso. Ma ormai sono
entrati
e noi siamo tutti
fuori.
 Alle 4 del pomeriggio la tensione è un pò calata
rispetto a qualche ora prima, quando gli sbirri hanno devastato
l’interno di Libera. Viene fatto arrivare il camion dei pompieri con
la scala e il cestello per salire sul tetto, dove 4 compagni
resistono
ad oltranza. Uno sbirro e un pompiere restano quasi un ora
penzolanti
nel cestello a 2 metri da Colbi incatenato. Per raggiungere il retro
di Libera e posizionarsi, la gru dei pompieri ha dovuto percorrere
il
lunghissimo viale di accesso alla casa. Tutte le persone presenti
sono
corse impedirne l’avanzata. Prima con barricate improvvisate (tirate
via dalla polizia, addosso alla gente) poi fronteggiandola metro per
metro sotto gli spintoni, i calci e le violenze di un’eterogenea
sbirraglia a stento tenuta a freno dal capo della digos (baffetti e
giacchino scamosciato, il topos del dirigente digotto anni ’90).
Erano
presenti un folto numero di vigili urbani, corpo non titolato ad
occuparsi di ordine pubblico. Hanno
contribuito a malmenare, sollevare
di peso e gettare a terra chi tentava di fermare l’avanzata della
gru.
Gia domani verrà sporta denuncia contro di loro, sia per i
singoli casi di violenza documentati, sia per l’illegale presenza in
loco. Alla fine la gru passa, circondata dagli sbirri che la
cordonano. Diversi i contusi tra i manifestanti.
 Inizia il balletto del cestello a fianco del tetto. Ci sono dentro
uno sbirro e un pompiere. Il primo seccherà inutilmente Colbi
per un ora, con blandizie e ragionamenti. Intanto sul tetto è
salito un altro carabiniere, che attacca anche lui a parlare senza
ottenere nulla, e la testa baffuta del capodigos spunta
dall’abbaino.
Resteranno li 2 ore finchè abbandonati discorsi taglieranno le
catene che assicuravano Colbi, sollevandolo di peso nel cestello e
calandolo giù. In breve caleranno tutti dal tetto, assetati e
arroventati dal sole. Gli ombrelloni glieli hanno tirati via 2 ore
prima e da ore impediscono
l’arrivo di acqua.
 Ora è la volta di Benna, con il braccio ancorato dentro un
bidone di cemento da 200 kg, e delle 2 ragazze incatenate alla
finestra accanto a lui. Le 2 ragazze non vogliono lasciar tagliare
le
catene e non vogliono andare via abbandonando Benna solo con gli
sbirri. Ma uno di questi, aiutato da una vigilessa, le afferra
brutalmente. E’ una scena schifosa. Una delle 2 ragazze, quasi in
lacrime, urla perchè le stanno toccando i seni e le parti
intime. Tutte/i le/i compagne/i sono alle finestre attorno che
gridano
la loro rabbia e il disprezzo contro quelle bestie… impotenti
ad aiutare le compagne. Iniziano a lanciare acqua sulle carogne con
il
bell’effetto di intralciarli e disorientarli. Lo sbirro che stà
molestando la compagna, sbraita e grida più volte alla sua
truppa di sgomberare tutti dalle finestre. Così la situazione
precipita. Un funzionario esce e si mette a capo dello schieramento
urlando che lui è
l’amministratore della violenza e adesso ce
la amministra. Parte il fronteggiamento che diventa una carica in
cui
i picchiatori non si tengono più e menano manganellate. Un
ragazzo esce fuori con la testa spaccata, un fiotto di sangue sul
viso
e i vestiti. Altri se la cavano con contusioni al busto e alle
braccia. Diversi fotografi e cameramen vengono malmenati. Di li a
poco
inizeranno a rimuovere col flessibile e lo scalpello il cemento che
blocca Benna.
 L’avvocato di Libera spiega brevemente il senso dello sgombero. Lo
stabile è da anni assegnato ad una associazione, il Collettivo
degli agitati, che è composto dagli abitanti di Libera. Questi
si sono visti assegnare unilateralmente l’edificio dalla giunta.
Senza
che nemmeno lo avessero richiesto. Probabilmente le mire del comune,
all’epoca, erano di proporgli poi un cambio di sede. Sta di fatto
che
l’assegnazione scade a novembre 2008 e fino ad allora gli abitanti
occupano legittimamente la casa. La giunta
modenese dà
ugualmente alla polizia il mandato di sgombero. Ma non contro
l’associazione: contro i singoli abitanti che loro dire la occupano
illegalmente… sta di fatto che i soggetti coincidono. I
presunti abusivi sono i legittimi abitanti. Ma intanto lo sgombero
viene effettuato.
  LIBERA  E’ STATA RASA AL SUOLO IN SERATA.
 Domani verrà presentato ricorso contro lo sgombero, e se
anche i compagni vinceranno come probabile la causa, otterranno solo
un rimborso dei danni per ciò che è andato distrutto nel
crollo. La casa però non ci sarà più (non
c’è gia più!) e il comune non avrà l’obbligo del
ripristino. Così si è tolta di mezzo Libera, con una
sporca manovra.
 Attualmente i compagni sono in riunione, all’interno della
biblioteca anarchica che gestiscono in
 città (Via Sant’Agata 13, in centro). Decidono le azioni da
intraprendere nei prossimi giorni.
 Degno di nota è come i
vigili del fuoco si siano prestati
senza problemi allo sgombero, vestendo i panni degli sbirri e
sbrigando il lavoro al posto loro. Non male per una categoria che da
anni si batte contro la militarizzazione del corpo.
  altri aggiornamenti
 http://www.anarchiainazione.org/ [2]
 http://www.inventati.org/fenix/links.php

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Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, questa mia lettera vuole essere una piccola «bouteille à la mer» lanciata alla memoria collettiva della società civile italiana, partendo da un episodio avvenuto parecchi anni fa, esattamente nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Francia e la cultura francese e sicuramente si ricorderà del caso di Pierre Clèmenti incarcerato per ben due anni nel carcere di Regina Coeli per un po’ di hascisc. A nulla valsero allora le testimonianze di registi come Pasolini, Bertolucci, Fellini. L’ attore che era al massimo della sua espressione artistica uscì dalla reclusione distrutto nel corpo e nell’ anima. Clementi è morto nel 1999 a soli 59 anni. La riflessione che vorrei sollevare partendo da un lontano e drammatico episodio è proprio questa: come è cambiata la società italiana in questi anni. Succede ora che se ammazzi, stupri, vendi prostituzione, spacci droga, non vai in prigione ma sei invitato ai dibattiti televisivi, diventi una vedette, peggio: un modello da seguire per le giovani generazioni in un «cannibalismo mediatico» immondo. Cosa è successo? Cathy Marchand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è successo per passare da un estremo all’ altro? Eravamo un paese dove le guardie andavano a multare chi si baciava in macchina, siamo diventati un paese di oltraggiosa impudicizia. Morale, intendo, prima che fisica. L’ andamento, almeno in parte, è generale. Natasha Kampush, la ragazza austriaca tenuta prigioniera per anni da Wolfgang Priklopil, oggi diciannovenne, si mostra in pose seducenti nel suo sito web. Suo padre prende un compenso per andare in televisione a raccontare i guai suoi e della figlia. E’ la società dello spettacolo che, come sempre, colpisce di più i più fragili. Noi, per esempio. Anche se il fenomeno è stato studiato, forse non si sono ancora valutate tutte le conseguenze della pessima pedagogia che il piccolo schermo impartisce. Scusandomi con chi legge vorrei citare un caso che conosco di persona e che mi pare esemplare. Quando vent’ anni fa Raitre di Angelo Guglielmi decise di mettere in onda “Telefono giallo”, la consegna obbligatoria era che si trattasse di casi chiusi, delitti (privati e pubblici) sì irrisolti, ma archiviati. Nella Rai di allora non si riteneva lecito discutere e sviscerare casi nei quali le indagini erano ancora ai primi passi date le conoscenze di necessità incomplete che il giornalismo ha. Oggi, come sappiamo, questa regola non vale più. Del resto non c’ è più nemmeno la vergogna di non sapere, sostituita dalla sfrontatezza, il ritegno sulle personali miserie che vengono anzi sbandierate perché fanno ridere; gente anche di nome è disposta a farsi inondare di panna o di acqua colorata pur di stare qualche minuto davanti a una telecamera; non vale nemmeno la pena di citare ciò che è emerso con Vallettopoli. Eravamo un paese arretrato e bigotto quando il povero Clèmenti finiva in galera per qualche grammo di fumo; forse non siamo capaci di essere altro. - CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it
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Khaled Al Khamissi in Italia il 13 settembre 2008

COMUNICATO STAMPA.pdf

Il caso editoriale egiziano ora in Italia. L’autore presenterà il libro il 13 settembre nello splendido contesto del Festivalalguer.

Un libro dedicato «alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Agenzia Promozione Editoriale Manca in collaborazione con l’Editrice il Sirente presentano “Taxi” di Khaled Al Khamissi il 13 settembre alle ore 21,30 all’interno della rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna).

IL LIBRO. Taxi è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «“Taxi” è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»

Primo libro di Khaled Al Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 7 volte nell’arco di un anno, oltre 35.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3000 copie sono considerate un successo.

58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006.  Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

L’AUTORE. Giornalista, regista e produttore oltre che scrittore, Khaled è nato nel novembre del 1962. Figlio d’arte, Al Khamissi è un artista poliedrico, si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

FESTIVALALGUER ‘PORTO MEDITERRANEO’. La grossa novità di quest’anno sarà una rassegna di tre giorni, dal 12 al 14 settembre, in  cui Alghero si proporrà come una capitale del Mediterraneo capace di trascendere i confini politici e geografici per svelare l’intimità di alcuni angoli profondi delle tradizioni dei popoli che si affacciano sul ‘Mare Nostrum’. Una rassegna dedicata alla cultura del mediterraneo, declinata nelle sue componenti di letteratura, musica, poesia, artigianato, gastronomia. Un pot-pourri di suoni, colori, odori, sapori, profumi e atmosfere provenienti dall’Egitto, Israele, Sardegna, Spagna, Francia, Italia.

Il libro, in presenza dell’autore, verrà inoltre presentato presso:
- Istituto Italiano di cultura de Il Cairo (Il Cairo, ottobre)
- Università degli Studi di Roma La Sapienza (Roma, dicembre)
- Università degli studi di Napoli L’Orientale (Napoli, dicembre)
- Fiera del Libro di Roma ‘Più libri più liberi’ (Roma, dicembre)
- Università degli studi di Roma Tre (Roma, dicembre)

PER APPROFONDIRE:
http://www.festivalguer.com/pub/184/show.jsp?id=199&iso=-2&is=184
http://www.sirente.it/9788887847147/taxi-khaled-el-khamissi.html

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Norman Nawrocki in Italia dal 16 al 30 luglio 2008

BEATS, STRINGS & BRAINFOOD
Norman Nawrocki: solo spoken word/live music show

Dal 16 al 30 luglio 2008 Norman Nawrocki torna in Italia con un nuovo tour incandescente

Artista, autore, musicista, cabarettista di lunga data, attivo a Montréal,Norman Nawrocki è noto al livello internazionale non solo per i suoi libri, i suoi gruppi musicali (Rhythm Activism, DaZoque!, Bakunin’s Bum, etc.), per i venti album, per i vent’anni prolifici di attività, per le sue sex comedies e le sue letture, ma anche per i suoi ipnotizzanti reading musicali.
 
Norman mescola racconti brevi e poesia con una musica originale, creando sonorità d’ambiente ipnotiche e talvolta violente con il suo violino amplificato modificato, campionato, loopato. A tutto ciò aggiunge ritmi e voci preregistrate, i suoi racconti incredibili e i suoi commenti sui avvenimenti nel mondo e i sogni su come le cose potrebbero essere differenti. Il risultato sono degli attacchi sonori musicalmente avventurosi, pieni di ritmo e lirici allo stesso tempo contro le forze dell’ignoranza, dell’ingordigia, della guerra e della xenofobia.
 
“Violini loopati divinamente, calde percussioni e letture dense di significati” (Urbnet); “Perspicace, incitante, istruttivo e gioioso” (Uptown, Winnipeg); “Un musicista attraente e originale” (Montreal Mirror); “A volte divertente, Nawrocki, che stimola sempre l’interesse, è descritto dal quotidiano nazionale canadese The Globe & Mail come uno showman nato che non lascia mai il suo pubblico passare una serata noiosa”.
 
Sul palcoscenico, Nawrocki loopa, campiona, strimpella, tormenta il suo violino, aggiungendo un tocco della tradizionale musica da divorzio dell’Est Europa. Attore e comico esperto, recita diversi personaggi con voci differenti.
 
Per il suo tour italiano del luglio 2008, Nawrocki metterà in scena alcuni estratti dal suo libro recentemente pubblicato in Italia, “L’anarchico e il diavolo fanno cabaret”, brani selezionati dai suoi ultimi due album, “Duck work” e “Letters from Poland”, e qualcosa dalla sua nuova e ancora incompleto romanzo “Cazzarola! Anarchy, Mussolini, the Roma & Italy today” (Nawrocki ne ha già messo in scena alcuni estratti al recente Montreal International Anarchist Theatre Festival).

Le date:

Giovedì 17 luglio, Roma, Garbatella, Casetta Rossa – ore 19,30

Domenica 20 luglio, Corsano – ore 20,30

PER APPROFONDIRE:

http://www.sirente.it/9788887847116/l’anarchico-e-il-diavolo-fanno-cabaret-norman-nawrocki.html

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Prossimo episodio di Hubert Aquin

Jean Éthier Blais
Edizione del 13 novembre 1965

Hubert Aquin appartiene a una nuova generazione di Canadesi francesi. Hanno studiato a Parigi dopo la guerra, si sono perduti nella grande città, hanno conosciuto, grazie ad essa, l’Europa e sono tornati in Canada, fieri di essere quel che sono, senza pregiudizi, senza complessi di inferiorità. Siamo lontani dai giovani intellettuali di oggi, pieni di complessi perché sono Canadesi francesi, che si rifiutano di andare in Francia e che reagiscono con la boria e l’incoltura. Hubert Aquin, al contrario, rappresenta la cultura tradizionale, ma assimilata, vissuta, parte integrante di cio che egli è. Hertel diceva un tempo di certi giovani che essi avevano “letto molto, digerito molto, ma assimilato poco”. Non è questo il caso di M. Hubert Aquin, il quale è, nel nostro ambiente, l’esempio stesso di un magnifico fenomeno culturale. Lo conosco da molto tempo; come fare per astrarsi allorché si tratta di parlare di lui? […] Hubert Aquin, cosa ancora più significativa, è un scrittore nato. Il suo mezzo espressivo è la scrittura. Egli potrà tentare con passione di sfuggire a questa morsa che è il vocabolario concordato, la successione delle idee e dei sentimenti, egli non vi riuscirà mai. Lui stesso lo confessa; egli ha tentato tutto, è divenuto uomo d’affari; tutto, ma invano. La scrittura era lì, ed essa gli avrebbe un giorno forzato la mano e avrebbe vinto su tutto il resto. Cosa dire dello stato della nostra società se un uomo così dotato come Hubert Aquin ha dovuto dedicarsi a dei mestieri prima di accerttare di entrare nel mondo della scrittura, come si entra in quello della religione!
Parlerò anzitutto della poesia che si trova nell’Ultimo episodio. E’ una poesia che sorge dalla geografia mentale di un uomo civilizzato. […] Attraverso tutto il suo libro, Hubert Aquin si dà alla meditazione poetica del raccoglimento e della memoria. Non è invano che egli ha scelto di situare il suo romanzo in Svizzera; è che il lato statico del suo libro è del Quebec e, più specificamente, di Montreal (il finale sarà ambientato a Montreal), e il lato dinamico è europeo, svizzero, romancio, ed esso si situa nell’orbita di Mme de Stael e di Benjamin Constant. E’ che la Svizzera, con i suoi difetti e la lentezza che le si addebita sempre, simbolizza per noi il plesso de l’Europa; è in ultima analisi che ciò che cerca l’eroe di Hubert Aquin (che è lui stesso) allorché vuole perdersi nel cuore della foresta, in mezzo ad alberi preistorici. Questo eroe è un uomo braccato: Egli crede di essere perseguito dalle furie poliziesche, mentre è un uomo alla ricerca del suo passato. In un certo senso egli è il tipico eroe canadese-francese. Il suo dramma è il seguente: perché un uomo alla ricerca del suo passato s’immagina di tradire, di essere colpevole? Ecco la questione fondamentale, nella psicologia dei Canadesi francesi. Tutti i personaggi  del romanzo, tutti gli “uomini di qui” volano alla ricerca di quello che sono stati, nel passato immediato, nella nostra storia. Essi non trovano mai niente. Hubert Aquin diventa, grazie alla dote creatrice, il Canadese francese trascendentale poiché in H. de Heutz egli trova la sua controfigura, il suo fratello civilizzato, nel paesaggio più antico del nostro universo. Egli si trova, ma è solo per distruggersi.
I due uomini, il Canadese francese che rifiuta se stesso, in preda alla nevrosi poliziesca, e quello che si accetta, H. de Heutz, il Canadese francese reso alla sua prima umanità, si cercano in un vasto movimento di accerchiamento, per uccidersi. Le due maschere si affrontano. Si completano. Heutz, è Aquin che conosce se stesso e, conoscendosi, si supera fino alla morte. Entrambi vogliono scomparire secondo i riti più implacabili della civilizzazione. “I due guerrieri, tesi l’uno verso l’altro in posture complementari, sono immobilizzati da una sorta di stretta crudele, duello a morte che serve da rivestimento luminoso al mobile scuro”. […] Prossimo Episodio è dedicato alla voluttà di incontrare e uccidere l’immagine ideale di se stesso. Ma come uccidere questa immagine ideale che è quella dell’agente segreto perfetto? Si ucciderà dunque la prossima volta. […]
Prossimo Episodio vuole apparire un romanzo di avventure, di spionaggio, di morte, di arresto. Il narratore è rinchiuso in un Istituto, imprigionato animo e corpo. Racconta gli avvenimenti che, dalla Svizzera, lo hanno condotto, con il terrorismo, fino a questa prigione modello. Perché ha intrapreso questa battaglia? Fino alla fine egli sosterrà che questa lotta è giusta, che è stata condotta secondo le norme più efficaci. Il solo inconveniente è che degli sbirri hanno scovato il nostro eroe in una chiesa, vicino a un confessionale. Sottile vendetta dello Stato clericale a tendenze fasciste! Tutto, in questo mondo, è al rovescio! Nelle Chiese si arrestano le persone; esse sono circondate di macchine, pretesto di parcheggio, e la stessa macchina è diventata simbolo dell’immobilità. E’ questa la ragione per cui bisogna fuggire da questo universo che è menzogna. Hubert Aquin è un uomo che accetta che il mondo nel quale vive sia quello della letteratura. L’altro, quello in cui crediamo di muoverci, solo una brutta copia di questo universo vero. Finchè i nostri scrittori non avranno accettato questa legge fondamentale dell’Arte, essi faranno delle copie, non dei libri. Per fortuna, Aquin, infine si afferma. Non abbiamo più da cercare. Ce l’abbiamo il nostro grande scrittore. Grazie a Dio.

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Norimberga africana

Da Famiglia cristiana del 18/01/2004
Originale su http://www.sanpaolo.org/fc/0403fc/0403fc54.htm

Ruanda. Due italiani nel Tribunale internazionale di Arusha

Norimberga africana

Il giudice Flavia Lattanzi e l’avvocato Caldarera alla Corte dell’Onu, che giudica gli imputati del genocidio del 1994.

Un giudice e un avvocato: ci sono due italiani che operano nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir), istituito dall’Onu ad Arusha (Tanzania) nel 1994 per giudicare i principali responsabili del genocidio che tra l’aprile e il giugno di quell’anno causò nel Paese africano fra 800.000 e un milione di vittime.

Il giudice, la professoressa Flavia Lattanzi, fa parte della terna che dovrà emettere la sentenza nel processo Government 1, che riguarda ministri, politici e alti funzionari del Governo in carica durante la guerra civile e la caccia all’uomo dei tutsi e degli hutu moderati.

L’avvocato è Giacomo Barletta Caldarera, del foro di Catania. Nei mesi scorsi ha difeso Jean-Bosco Barayagwiza in un procedimento senza precedenti. La sentenza, emessa il 3 dicembre scorso, farà discutere: si tratta della prima condanna per genocidio comminata a responsabili di mezzi d’informazione per aver incitato la popolazione ai massacri.

Il verdetto riguarda tre ex responsabili di media estremisti ruandesi: Ferdinand Nahimana e Barayagwiza, fondatori della Radio Télévision des Milles Collines (Rtlm); e Hassan Ngeze, ex caporedattore della rivista Kangura. A nessuno di loro è stato contestato l’omicidio, ma per i messaggi di odio razziale propagandati attraverso i media, il giudice sudafricano Navethem Pillay li ha ritenuti colpevoli «di genocidio, incitamento pubblico e diretto a commettere il genocidio e crimini contro l’umanità». Ergastolo per Nahimana e Ngeze, 35 anni di carcere per Barayagwiza. Secondo il nuovo procuratore generale del Tpir, il gambiano Bubacar Jallow, d’ora in poi «chi utilizza i media per identificare un gruppo etnico in vista di distruggerlo dovrà fare i conti con la giustizia».

«Oltre che sbagliato, temo che questo verdetto avrà conseguenze pesanti sulle libertà di stampa e di espressione», dice Caldarera, che ha concentrato gran parte della sua attività all’estero, in materia di Diritto penale internazionale, Criminologia e Diritto penitenziario. È stato, tra l’altro, segretario generale dell’Associazione internazionale di diritto penale a Parigi, da 12 anni è visiting professor alla Public security di Pechino e consulente dell’Unione europea. Dal 1998 si è iscritto all’albo speciale degli avvocati dei tribunali Onu. Così, l’anno seguente, si è trovato a difendere prima Jean-Paul Akayezu (un sindaco condannato all’ergastolo), e poi Barayagwiza.

Quest’ultimo, tuttavia, non ha riconosciuto la legittimità del Tribunale, e quindi non ha nemmeno accettato Caldarera come avvocato d’ufficio. «Non si è mai presentato davanti ai giudici», dice. «L’ho incontrato una sola volta. I limiti difensivi sono stati enormi. Non ho potuto contare su alcun testimone».

La linea di difesa Caldarera l’ha costruita sugli scritti del suo cliente e su documentazione ricavata dall’archivio del Tpir e da altri processi. Ne aveva chiesto l’assoluzione e ha presentato appello. La sentenza considera Barayagwiza e il collega responsabili, in quanto membri del consiglio di amministrazione della radio, «di non aver fatto nulla per impedire la diffusione di messaggi che incitavano ai massacri».

«In Ruanda non vi fu un genocidio», sostiene Caldarera, «bensì un Governo che si è legittimamente difeso contro un aggressore esterno, cioè il gruppo armato di rifugiati tutsi responsabili della guerra civile iniziata nel 1990. Con l’attentato che il 6 aprile ’94 ha ucciso il presidente hutu Habyarimana, il Governo non è più riuscito a controllare l’ira degli hutu contro la minoranza tutsi».

L’avvocato sostiene che il suo cliente non era responsabile della linea editoriale, ma solo dell’amministrazione della radio. «In ogni caso», aggiunge, «ciò che manca in questa sentenza è il nesso di causalità tra l’eventuale comportamento del mezzo d’informazione e gli eventi accaduti». Caldarera punta il dito sulla questione cruciale: «Nel verdetto si è escluso che il mio cliente abbia ucciso qualcuno. Se la sua colpa è di non aver impedito certe trasmissioni, il suo reato semmai è colposo. Ma dal punto di vista giuridico non esiste il genocidio colposo». Questione delicata, gravida di conseguenze giuridiche. «In effetti è una sentenza storica», conferma Flavia Lattanzi. «A Norimberga furono condannati giornalisti, ma per crimini contro l’umanità. Questa è la prima per genocidio. Sarà la Corte d’appello a confermare o no il verdetto».

PROCEDIMENTI DA ACCELERARE

Ora è in corso il processo contro il Governo, che annovera nella terna giudicante Flavia Lattanzi. È un altro dei dibattimenti di primo piano sui fatti del 1994. La professoressa è arrivata ad Arusha pochi mesi fa. Docente di Diritto internazionale all’Università Roma 3, è stata uno dei delegati del Governo italiano alla Corte penale permanente istituita a Roma, col compito di metterne a punto lo statuto e i regolamenti. Ora è uno dei 18 giudici ad litem, cioè aggiunti, che il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha nominato per sveltire la giustizia sui crimini ruandesi. «Era necessario accelerare i processi», dice, «ci sono imputati che attendono il giudizio da 5 o 6 anni».

In effetti, il Tpir era stato accusato di essere una sede giudiziaria poco efficiente e dai costi spropositati. Le critiche erano venute da diversi organismi per la difesa dei diritti umani: in otto anni di attività – avevano rilevato – un’assoluzione, 17 condanne e una sessantina di detenuti sono poca cosa a fronte di un budget annuo di 88 milioni di dollari e uno staff di oltre 870 persone. L’incremento dei giudici dovrebbe consentire quell’accelerazione che sia l’Onu sia gli imputati auspicano.

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Khaled El Khamissi, un autore itinerante

di Pacynthe Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)

Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del  Cairo.

“Scrivere è come ballare, per iniziare, bisogna  prima liberarsi e essere in armonia con se stessi. “E ‘ con queste parole che Khaled-el-Khamissi, autore di Taxi, definisce il suo rapporto con una passione che sembra trasmessa di padre in figlio. Uno scrittore, ma anche un giornalista, produttore e regista, moltiplica le sue funzioni, pur rimanendo all’ascolto delle persone alle quali si sente più vicino: coloro che lottano per guadagnarsi il pane. Nel suo libro, ha dipinto questa classe attraverso le loro parole dette  con fiducia, o con un tono di presa in giro. E il risultato è questo: un libro toccante che per il pubblico è come tabacco. Questo padre di tre figli, non ha navigato in acque tranquille prima di raggiungere ciò che egli chiama “l’esperienza più emozionante della sua vita.” Nato in una famiglia di intellettuali e scrittori, rapidamente si sentì diverso da suoi compagni, “una volta, sono stato perfino  convocato dal direttore per avere emesso un parere contrario dal mio insegnante a proposito dell’accordo di pace con Israele “, dice, sorridendo ricordandosi di questo incidente. Paradossalmente, è a causa della sua presenza alle serate letterarie organizzate dal nonno che non è riuscito a sviluppare velocemnte il coraggio di esprimersi: “che aveva di nuovo da portare rispetto alle opere dei suoi predecessori? “

“Gli Egiziani hanno un problema di auto-censura”

Ma è proprio la sua sensibilità esacerbata di fronte a tutto ciò che lo circonda e  l’angoscia che ha tutta l’aria di trovare sollievo solo  con la scrittura  che ha finito per vincere i suoi dubbi. Scrive per rompere le barriere e nel tentativo di deviare il riflesso di auto-censura, che secondo lui è proprio di ogni  egiziano. “sulla terra o su un altro pianeta, la paura che viviamo ci spinge a cambiare le parole che abbiamo avuto spontaneamente”, spiega. Questo francofono amante della libertà di espressione rimane riluttante di fronte la cieca adozione delle idee occidentali, alcune delle quali sono inapplicabili all’interno della società egiziana. Preferisce rimanere in questa zona grigia tra due mondi. Uno spazio dove è sicuro di muoversi in tutta libertà.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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